AMITAV GHOSH.
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Circostanze incendiarie.
Cronaca del mondo che viene.
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Parte 2.
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Titolo originale: Incendiary circumstances: a chronicle of the turmoil of uor times. 2005.
Traduzione di:Anna Nadotti.
2006. Neri Pozza Editore.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Figlia del destino?
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Sono tornato in Birmania l'ultima settimana di luglio. Nei
due mesi passati c'erano stati sviluppi inquietanti. Volevo
vedere con i miei occhi quali erano le conseguenze, sia per
Aung San Suu Kyi sia per il paese.

In maggio, una conferenza indetta da Aung San Suu Kyi
per commemorare l'anniversario della vittoria del suo partito
nelle elezioni del 1990 era stata sabotata dal governo
che aveva ordinato l'arresto di oltre duecentotrenta delegati
che s'apprestavano a partecipare; molti erano stati arrestati
nelle loro case o durante il vaggio verso Rangoon.

Suu Kyi, pur non potendo radunare tutti i delegati, aveva
deciso che la conferenza si sarebbe svolta ugualmente tra
il 26 e il 28 maggio, come da programma. Migliaia di persone
si erano raccolte davanti al cancello della sua abitazione,
una delle adunate pi numerose da quando, l'anno prima,
le erano stati revocati gli arresti domiciliari. L'ultimo
giorno aveva annunciato che il suo partito avrebbe presentato
la bozza di una nuova costituzione - un'alternativa democratica
a quella che il governo stava lentamente deliberando.
Come la conferenza, anche l'appello a una nuova costituzione
era stato un gesto provocatorio, e insolitamente
duro da parte di Aung San Suu Kyi. Per la prima volta dal
momento del suo rilascio, Suu Kyi aveva spiazzato il governo,
spingendolo sulla difensiva. Il suo partito ne era uscito
rafforzato.

Due settimane dopo, il governo aveva reagito emanando
un decreto che vietava gli incontri davanti al cancello di Suu Kyi: ogni discorso o dichiarazione il cui scopo fosse
quello di minare la "stabilit dello stato" erano proibiti. Per
fugare ogni dubbio sui suoi obiettivi, la legge proibiva anche
di elaborare una nuova costituzione senza il permesso
dello stato. Emanato il 7 giugno, il decreto non era entrato
subito in vigore. Il governo era evidentemente impreparato
alla veemenza delle critiche internazionali al suo operato.

L'ondata di critiche era cominciata in aprile quando, tra
i tanti tentativi di intimidazione nei confronti dei sosteni


tori di Suu Kyi, le autorit avevano arrestato uno dei pi
stretti amici di famiglia, Leo Nichols, per aver usato un fax
senza autorizzazione. Il 17 maggio Nichols, uomo d'affari
anglo-birmano che aveva ricoperto la carica di console onorario
per i paesi scandinavi, era stato condannato a tre anni
di reclusione. Cinque settimane dopo era morto, mentre si
trovava in custodia della polizia, e le spiegazioni date dal
governo erano state del tutto insoddisfacenti. La protesta si
era allargata. La Danimarca aveva auspicato sanzioni economiche
e chiesto all'Unione Europea di imporle; il Congresso
degli Stati Uniti aveva discusso un'analoga proposta.

La reazione del governo era stata stranamente contraddittoria.
Si era persino avuta l'impressione che potesse tornare
sui suoi passi. Con ogni probabilit i generali erano del
tutto indifferenti al clamore internazionale, e preoccupati
invece che tale clamore potesse influenzare i leader che do
vevano riunirsi in luglio a Giacarta, per l'incontro dell'ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico). La
Birmania non era ancora membro dell'ASEAN - un retaggio
dei suoi anni di isolamento - e farne parte era essenziale per
affermare la piena credibilit del paese come partner commerciale nell'area. La Birmania desiderava ottenere lo status
di osservatore, primo passo per diventare paese membro a
pieno titolo. Tra i paesi asiatici si parlava ora di "impegno
costruttivo", la morbida diplomazia che solo una grande
prosperit dei commerci rende possibile. Il 20 luglio la Birmania
ottenne il riconoscimento che cercava. Il regime, a
quanto pare, era disposto a comprare la propria legittimit.


Sono arrivato a Rangoon domenica 28 luglio, giusto in
tempo per recarmi all'incontro davanti al cancello di University Avenue. La settimana prima il segretario di stato americano Warren Christopher era stato a Giacarta e aveva
censurato il governo birmano, una censura del tutto retorica e inefficace. Sulle sanzioni aveva tagliato corto, e io mi
chiedevo quale sarebbe stata la reazione di Suu Kyi. In passato
lei aveva sempre esitato a richiedere qualunque forma
di boicottaggio, ma adesso aveva cambiato posizione. "La
nuova ondata di investimenti stranieri", aveva detto, "non
fa che portare altro denaro nelle tasche di un'lite privilegiata.
Le sanzioni non avrebbero danneggiato la gente comune
della Birmania".

L'incontro era affollatissimo, almeno seimila persone.
Guardandomi intorno, notai parecchi volti familiari, alcuni
occupavano il solito posto, come clienti abituali di un ristorante.
Ai lati di Suu Kyi, come altre volte negli incontri
domenicali, c'erano due membri autorevoli della Lega nazionale
per la dmocrazia.

Durante la mia visita precedente ero rimasto sbalordito
dalle sue performance. Era piena d'allegria, spiritosa e seducente.
A distanza di alcuni mesi era ancora molto animata,
ma non aveva pi lo stesso buonumore.

Era cambiata. E anche la citt era diversa. Il giorno dopo
sono andato in centro, nel quartiere degli affari, e ho
scoperto che un intero isolato era stato trasformato. I vecchi
portici coloniali, graziosi seppur degradati - rimasti intatti
per decenni, come molte cose a Rangoon - erano stati
demoliti e, nel giro di pochi mesi, erano.stati sostituiti da
un labirinto di palazzi d'uffici, alberghi e negozi. In un
mercato l vicino ho scoperto che il valore della moneta era
crollato di un terzo e che i prezzi dei generi alimentari erano
drammaticamente aumentati.


Un'amica conosciuta durante l'ultima visita in Birmania,
Ma Thanegi, mi ha condotto in uno dei nuovi caff
di Rangoon. Ma Thanegi  un'artista. Nel 1988 si era unita
al movimento democratico ed era stata molto attiva,
aveva persino lavorato come assistente di Aung San Suu


Kyi, di cui era diventata intima amica. Poi era stata arrestata e per tre anni era rimasta in carcere. Quando ne era
uscita aveva chiuso con la politica - voleva curare i propri
interessi - e aveva aperto una galleria con un espatriato
americano.

Ma Thanegi voleva sapere degli ultimi sviluppi, specialmente
delle sanzioni commerciali occidentali. Era convinta
che solo un boicottaggio totale potesse servire, il boicottaggio
di tutti i paesi, senza eccezione. Se fosse stato messo
in atto solo dalle compagnie occidentali, in Asia ce ne sarebbero
state molte altre pronte a sostituirle. E le nuove
imprese avrebbero avuto per i lavoratori birmani e per
l'ambiente molti meno riguardi delle compagnie di cui
prendevano il posto.

Ma Thanegi aveva sempre vissuto a Rangoon. Era cresciuta
nel periodo della "via birmana al socialismo" del generale
Ne Win. "Siamo vissuti per decenni in un isolamento
autoimposto, non c'era assolutamente nulla, nessuna opportunit,
eppure abbiamo resistito. Adesso Ma Ma",  cos
che lei chiama Suu Kyi, "dice che dobbiamo stringere la
cintola e pensare alla politica. Purtroppo nelle nostre cinture
non ci sono pi buchi".

Ma Thanegi appartiene al ceto medio, non a un'tite particolarmente
privilegiata. Non  una commerciante egoista,
avida di divorare le risorse naturali della Birmania. Non
aspira a facili guadagni. E' semplicemente stanca di fare i
conti con la penuria.


Il giorno seguente ho incontrato Suu Kyi. Mentre varcavo l'ormai familiare cancello azzurro, ho notato con sorpresa
una novit: un grande padiglione di bamb e paglia. Era
stato costruito per ospitare i delegati della conferenza del
partito, ma la maggior parte di coloro a cui era destinato
non l'aveva neppure visto.

Quando Suu Kyi  arrivata, mi sono congratulato per il
successo della conferenza. "Lavoro di routine, per un partito",
ha minimizzato sorridendo. "Il vero risultato  stata la
reazione dello SLORC, dimostra quanto li innervosisce il
movimento democratico".

Aveva un viso stanco e tirato. Era passato pi di un anno
dalla fine degli arresti domiciliari, e io mi domandai se
la libert non fosse un peso perfino maggiore. Sembrava
quasi che il compito spaventosamente difficile di condurre
una vita politica nelle impossibili condizioni imposte dallo
SLORC fosse duro quanto la solitudine forzata degli anni
precedenti. Tali condizioni stavano cambiando la sua immagine
politica.

Cambiamento che non ha esitato a confermarmi. Dopo
il suo rilascio aveva tentato un atteggiamento conciliatorio,
ma lo SLORC non aveva dato risposte. "E noi dobbiamo
continuare il nostro lavoro", ha detto. "Non possiamo certo
star l seduti ad aspettare che lo SLORC decida quello che
vogliamo fare... Non  cos che funziona la politica".

Per quanto ne sapevo Suu Kyi non aveva ancora risposto
pubblicamente al recente incontro dell'ASEAN, in cui alla
Birmania era stato concesso il nuovo status di osservatore.
Ero ansioso di conoscere il suo pensiero e le ho domandato
se fosse sorpresa della calorosa accoglienza riservata alla
Birmania.

Suu Kyi ha liquidato in fretta la mia domanda. Era normale che l'associazione desse il benvenuto al nuovo membro.
La sua risposta sorprendeva me.

No, ha detto, non c'era davvero niente di strano.

Ho insistito. Nel momento in cui molti paesi prendevano
in considerazione l'ipotesi del boicottaggio nei confronti
della Birmania, i governanti del Sudest asiatico discutevano
di una politica di impegno costruttivo che sembrava
una legittimazione del regime.


Mi ha zittito per la seconda volta. Scegliendo con cura le
parole, ha detto: "Non vedo perch si parli di impegno co
struttivo come se fosse un problema. Ogni governo ha la
sua politica, e noi accettiamo che questa sia la politica delle
nazioni dell'ASEAN. Spesso ho l'impressione che questo
problema venga ingigantito... Non dobbiamo considerare
nemici questi governi solo perch hanno scelto una politica
di impegno costruttivo. Non credo che si debba parlare
in termini di "noi" e "loro"".

Ho capito allora di avere di fronte la Suu Kyi tattica.
Sceglieva con tanta cura le parole perch voleva essere assolutamente
certa di non alienarsi i leader di paesi che altrimenti
avrebbero potuto pensare a lei come a una minaccia.

Ero colpito dalle differenze nei modi di Suu Kyi. L'altra
volta avevo intravisto molteplici squarci delle sue identit
precedenti, la scrittrice e la ricercatrice, la studiosa che cerca
le parole giuste per articolare sottili sfumature di verit.
Adesso sembrava molto pi una politica, opaca e spesso
brutale nelle risposte. Forse il cambiamento era inevitabile
e forse addirittura necessario, ma non potevo evitare di dispiacermene.

Adesso Suu Kyi aveva una linea di partito. "Pensiamo che
le sanzioni siano la cosa giusta. Ulteriori investimenti non
sarebbero d'aiuto al p.opolo. Se ne avvantaggerebbe soltanto
una lite privilegiata. E sempre pi evidente che nuovi investimenti
in Birmania servirebbero solo ad arricchire ulteriormente lo SLORC. E questo sarebbe di ostacolo alla democratizzazione".

Ho accennato ad alcune delle obiezioni che avevo raccolto
- che in caso di sanzioni, le imprese del Sudest asiatico
avrebbero sostituito quelle occidentali - e anche questa
considerazione  stata perentoriamente accantonata da Suu
Kyi. "Credo che in assenza di investimenti occidentali", ha
detto, "la fducia nell'economia birmana diminuirebbe.

Certo non incoraggerebbe gli asiatici a correre qui. Piuttosto
il contrario".

Nel nostro precedente incontro le avevo domandato se
metteva in conto la possibilit di un appello alla disobbe
dienza civile di massa. Aveva risposto che, in tal caso, non
me l'avrebbe detto, ma aveva aggiunto, con malcelata frustrazione, che se il popolo voleva la democrazia, doveva fare
qualcosa per ottenerla. Questa volta, quando le ho parlato
di disobbedienza civile, ha tagliato corto: "Noi non discutiamo
mai i nostri piani in anticipo, lei lo sa".

Conservavo i miei dubbi, malgrado la sua risposta.
Quella mattina avevo parlato con un diplomatico. Era sicuro
che, qualora Suu Kyi avesse fatto un appello alla disobbedienza civile, il paese l'avrebbe seguita e si sarebbe arrivati
al blocco di tutte le attivit. Mi chiedevo se potesse
essere quello il futuro.

Il giorno dopo ho lasciato Rangoon. Mi sentivo profondamente scoraggiato. La business class dell'aereo era completa,
i sedili erano occupati da uomini d'affari in giacca e
cravatta. Sembrava che provenissero tutti dai centri del
boom economico asiatico. Erano l per fare affari. Ho guardato
gi, verso la citt che svaniva in lontananza, e mi  tornato
in mente un commento che Suu Kyi aveva fatto alla
fine del nostro incontro: "Le ho sempre detto che vinceremo...
che ristabiliremo la democrazia in Birmania, e terr
fede a questo impegno. Ma non posso prevedere quando
ci avverr. A lei l'ho sempre detto".

Appena l'aereo  scivolato oltre la cortina di nubi monsoniche che oscurava il cielo di Rangoon, la cabina si 
riempita del mugolio dei computer portatili subito accesi -
un ronzio familiare, non diverso da quello delle zanzare che
catturano la preda in volo.



La sfida fondamentalista

1995.


Avvantaggiato da una valutazione a posteriori, sono sempre
pi sorpreso nel constatare fino a che punto, nel corso di
questo secolo, la religione sia stata reinventata come antitesi
di se stessa. Pressappoco nello stesso periodo in cui una
corrente interna al modernismo creava una discutibile versione
della religione come copertura di arretratezza e ignoranza,
e che in quanto tale andava distrutta con le armi del
progressivismo letterario, artistico e scientifico, un'altra
corrente interna allo stesso movimento creava una versione
non meno fantastica della religione come baluardo contro
la disumanizzazione della vita contemporanea.

In maggiore o minor misura, quasi tutti abbiamo sentito
i contraccolpi di entrambe le correnti. Difficile trovare
un pensatore, scrittore o artista contemporaneo, moderno,
o anche non troppo moderno, che non li abbia sentiti. Karl
Marx, per esempio, se da un lato scrive la citatissima frase
sulla religione come oppio dei popoli (di per s non cos
trascurabile come alcuni suoi discepoli hanno sostenuto),
in un altro passaggio meno conosciuto descrive la religione
come il cuore di un mondo senza cuore.

Si tratta ovviamente di luoghi comuni. Tutti conosciamo
la storia di personaggi modernisti passati dall'una all'altra
corrente: basti per tutti l'esempio di W.H. Auden.
Snodo cruciale di storie come la sua  un momento, spesso
un lungo momento, di conversione, ed  proprio tale
momento che mi sconcerta oggi - avvantaggiato, come ho
gi detto, da una valutazione a posteriori. Mi sconcerta
perch sono sempre pi convinto che il "pedigree" intellettuale
di quasi tutte le versioni dell'estremismo religioso


odierno sia riconducibile a un simile momento di conversione.


Lasciatemi citare alcuni esempi: Swami Vivekananda, il
pensatore di fine Ottocento oggi considerato un padre fondatore
dall'estremismo ind, era notoriamente un razionalista
nella migliore tradizione positivista, finch non sub
una drammatica conversione. O Anagarika Dharmapala,
che tra fine Ottocento e inizio Novecento gett le basi della
rinascita buddhista in Sri Lanka. La sua prima educazione
avvenne in scuole cristiane, e si dice che avesse imparato
la Bibbia a memoria da ragazzino. Fu convertito al buddhismo dal teosofo americano Henry Steel Olcott, arrivato
in Sri Lanka nel 1880. Come molti personaggi del suo
stampo, inizialmente Anagarika Dharmapala guid un movimento
popolare di natura sociale pi che religiosa: una
campagna contro l'alcolismo.

In Iran la figura cui si attribuisce un ruolo fondamentale
nella radicalizzazione della giovent sciita non era un
mullah n un ayatollah bens un sociologo formatosi alla
Sorbona: Ali Shari'ati. Nei suoi scritti la religione spesso assume
l'aspetto di uno strumento sociologico, un mezzo per
resistere al tipo di modernit di cui' era stato testimone in
Francia.

Allo stesso modo i progenitori intellettuali dell'estremismo
religioso in Egitto, Hasan al-Banna e al-Sayyid Qutb, non erano stati educati in istituzioni religiose tradizionali.
Entrambi si erano laureati al Dar al-Uluum, o Casa delle
Scienze, del Cairo, un'istituzione che  stata definita "istituto
di formazione di insegnanti modernisti". In questa
stessa citt al-Sayyid Qutb si fece un nome come letterato,
scrittore di fiction e critico attivamente impegnato nel dibattito
sul modernismo letterario degli anni Trenta e Quaranta.
Come Anagarika Dharmapala in Sri Lanka prima di

lui, inizi la sua carriera come funzionario del Ministero
della Pubblica Istruzione egiziano. Nel 1948 i suoi superiori
decisero di mandarlo negli Stati Uniti, probabilmente
contando sul fatto che sarebbe stato affascinato dal sistema
di vita americano. Si racconta che abbia scoperto la propria
missione religiosa mentre stava sul ponte del piroscafo che
lo portava a New York. Ho citato figure dell'induismo, del
buddhismo e dell'islamismo, ma si potrebbero trovare analoghe
figure nella tradizione ebraica e in quella cristiana.

Che cosa significano tali momenti di conversione? Nel
tentativo di rispondere a questa domanda, ci sforziamo di
afferrare pensosamente i termini che fluttuano sulle due
sponde della corrente modernista. Su una sponda troviamo,
fin troppo a portata di mano, termini o espressioni quali
atavlsmo , medlevahsmo , "paura dell incertezza ; sull'altra,
le nostre mani si chiudono su resistenza, alternanva,
"bisogno di comunit", "desiderio di senso".

In maggiore o minor misura, momenti di conversione
come quelli cui ho fatto riferimento sono tutte queste cose
insieme, ma sono anche qualcos'altro: segnano infatti il
passaggio da una corrente di modernismo a un'altra. E' fin
troppo facile dimenticare che queste forme reinventate di
religione non costituiscono un rifiuto del mondo moderno,
sono anzi un modo di avanzare pretese verso la modernit.
Ci spiega perch le avanguardie di tali ideologie non siano
mai studiosi delle religioni tradizionali, ma piuttosto giovani
laureati o studenti di ingegneria - prodotto, in altri termini,
di istituzioni di orientamento laico, progressiste. Per
questa ragione su entrambe le sponde troviamo valorizzate le stesse cose, ma in modi diametralmente opposti. La letteratura
e l'arte, per esempio, considerate su una sponda come
somme depositarie di valore, sull'altra finiscono per essere
criticate in misura esattamente uguale, sicch la loro
distruzione diventa un primo articolo di fede.


E dove cercare la sorgente di tale antagonismo se non nei
gorghi che contraddistinguono l'incontro delle due correnti?
Senza dubbio il conflitto non pu essere imputato alla
religione nel suo significato pi profondo. Durante gran
parte della storia umana, religione e letteratura sono state
virtualmente inseparabili, ovunque. Posso pensare a ideologie
non religiose che hanno visto un nemico nella letteratura;
ma non so di alcuna religione che storicamente abbia
assunto tale posizione. Ecco perch dobbiamo essere rigorosi
e inflessibili nel respingere le pretese di quegli estremisti
religiosi che si appellano a precedenti storici e religiosi
per attaccare gli scrittori. Sono pretese in malafede. In realt,
le radici della loro ostilit stanno nel "pedigree" eminentemente moderno del loro momento di conversione. Le
religioni che essi invocano non esordiscono con un positivo
contenuto di fede; hanno inizio in gesti di negazione.

Pu darsi che il modo in cui ho usato l'espressione
"estremismo religioso" appaia scarsamente attento alle differenze
tra le principali religioni del mondo. L'ho fatto di
proposito. Credo infatti che il contenuto di tali ideologie
sia straordinariamente simile, e attraversi continenti e culture.

Si pensi, per esempio, a come la retorica dell'estremismo
religioso faccia leva, ovunque, su temi che solo qualche generazione
fa sarebbero stati considerati profani, o mondani,
o decisamente secolari: temi quali il potere statale, il controllo
della burocrazia, i curricula scolastici, l'esercito, i tribunali,
le banche e istituzioni analoghe. Si pensi a come gli
estremisti religiosi, tutti senza distinzione, siano ovunque
ostili alle maggiori tradizioni di dissenso interne alla religione
per conto della quale pretendono di parlare. Gli
estremisti musulmani in Medio Oriente disprezzano le tariqua, le confraternite sufiche che sono state per lungo tempo
un punto di forza dell'Islam popolare; la leadership politica dell'estremismo ind considera imbarazzanti i mendicanti
e gli asceti della tradizione. In entrambi i casi, l'ostilit
nasce da un'ansia di rispettabilit e razionalit tipicamente borghese.

Innumerevoli segni dimostrano inoltre che l'aumento
delle preoccupazioni sociologiche delle maggiori religioni 
andato di pari passo con la convergenza tra la dottrina e le
istituzioni. Se parliamo di dottrina restiamo comunque su
un terreno manifestamente religioso. Ma la veritl  che nelle
aree del mondo abitualmente scosse da disordini religiosi,
raramente si sente parlare di dottrina o di fede. In tali
aree, per un curioso rovesciamento, il linguaggio dell'odio
religioso non  religioso affatto. Le voci che sputano odio
attingono invariabilmente a fonti pi incendiarie. Una di
esse  il linguaggio della quantit, dei numeri - in altre parole,
le statistiche, ben nota sintassi del falso. Il tale e tal altro
gruppo sta crescendo troppo, dichiarano, il suo andamento
demografico  cos e cos; ben presto sar la maggioranza
e avr la meglio su un altro gruppo che non ha
nessun posto dove andare; quel gruppo dunque sar buttato
in mare, travolto dalla marea crescente dei suoi nemici
interni. Allo stesso modo, queste voci prendono a prestito
il linguaggio della storiografia accademica, tirano fuori dati
archeologici per provare che questo o quel gruppo non ha
alcun diritto di star l, che sono invasori arrivati dopo altri
popoli la cui presenza in loco  pi autenticamente giustificata,
il cui diritto alla terra  dunque maggiore.

Uno degli aspetti pi curiosi di questi discorsi bizzarri
ma fin troppo reali,  quello che potremmo chiamare logica
della vittimizzazione competitiva. Il gruppo X, incontestabilmente maggioritario nella propria area geografica, si
proclama minoranza in quanto sarebbe superao se fossero
messe nel conto le regioni .circostanti. Accampando tale ragione
i suoi ideologi sosterranno che, per salvaguardare se


stessi, bisogna buttare fuori dal territorio il gruppo Y. Il
gruppo Y, che  manifestamente la minoranza, diventa cos
la maggioranza e le vere vittime sono quelli che appartengono
al gruppo X. E avanti di questo passo.

La maggior parte di queste ideologie condivide anche il
discorso sulle donne: come devono vestirsi, come devono
comportarsi, quando e se devono riprodursi. E tutto ci, ci
viene detto, perch cos impongono le Scritture o la tradizione.
Mi  rimasto impresso un episodio accaduto circa
quattordici anni fa, in un periodo in cui vivevo in un villaggio
egiziano. Un giorno uno studente di quindici anni,
uno dei ragazzi pi brillanti e simpatici del villaggio, mi
disse: "Sai cos'ho fatto oggi? Ho rimproverato duramente
mia madre e le altre donne di casa mia. Ho detto loro che
non possono pi andare a pregare sulle tombe di famiglia".

Ero sbalordito. Per quanto ne sapevo, l'abitudine di rendere
omaggio alle tombe era antichissima, e aveva inoltre la
funzione di garantire alle donne un luogo in cui incontrarsi
con le famiglie d'origine e con le amiche. "E perch?" domandai.
"Perch hai fatto una cosa simile?"

"Ma perch  contrario alla nostra religione!" fu la sua risposta.
"Visitare le tombe non  che una superstizione irrazionale".

In seguito seppi che un insegnante con simpatie fondamentaliste
aveva tenuto un'infuocata predica nella moschea,
incitando gli uomini del villaggio a mettere fine a
quella tradizione.

L'immagine di quello studentello adolescente che spiegava
a sua madre ci che doveva o non doveva fare mi ha
accompagnato per molto tempo. Dove trovava una simile
autorit a soli quindici anni? Perch la madre gli permetteva di parlarle cos? Ma non era anche giusto fare ci che lui
faceva? Dopotutto, non  irrazionale render visita ai morti?
Ma, alla madre, non sarebbe dispiaciuto rinunciare alle visite
al cimitero? Non lo so. Il risultato comunque fu che rimase
a casa. A quanto pare, l'estremismo religioso funziona
cos.


Le argomentazioni di cui sono intessuti questi discorsi
fondamentalisti non appartengono, evidentemente, solo
agli estremismi religiosi. Al contrario, sono esattamente le
stesse che alimentano taluni conflitti privi di qualunque
connotazione religiosa: i conflitti linguistici, per esempio, o
i conflitti etnici e tribali. In un certo senso, l'aspetto pi rivelatore
di tali movimenti  proprio questo: fanno tutti ricorso
allo stesso linguaggio della differenza - un linguaggio
totalmente profano, assolutamente privo di fede o credo.

Me ne sono reso pienamente conto un paio d'anni fa,
durante un viaggio in Cambogia. Le Nazioni Unite stavano
conducendo un'operazione di pace su vasta scala, e circa
ventimila uomini del contingente di pace provenienti da
tutti i paesi del mondo erano dislocati ovunque nel paese. Il
principale ostacolo alla pace erano i khmer rossi, la cui ideologia
si era ormai ridotta a una forma nazionalistica di razzismo,
diretta contro i vietnamiti e la minoranza cambogiana
di lingua vietnamita. Un disertore, che si era consegnato
agli ufficiali dell'ONU qualche mese prima delle elezioni, descrisse
cos il suo tirocinio politico con i khmer rossi:


Per quanto riguarda i vietnamiti, dobbiamo ucciderli comunque,
sia i militari sia i civili, perch non sono civili qualunque
bens soldati in abiti civili. Dobbiamo ucciderli tutti, uomini,
donne e bambini senza distinzione, sono nemici. I bambini non
sono soldati, ma se sono nati o cresciuti in Cambogia, quando
saranno grandi considereranno come propria la terra cambogiana. Dunque non dobbiamo fare distinzioni. Quanto alle donne,
mettono al mondo figli vietnamiti.


Durante il processo di pace, furono numerosi i massacri
compiuti dai khmer rossi, per la maggior parte contro piccole
comunit di pescatori vietnamiti.

Arrivai in Cambogia nel gennaio 1993. Solo sei o sette
settimane prima il mio paese, l'India, aveva affrontato il periodo
di crisi forse pi grave dall'indipendenza, nel 1947.
La crisi era precipitata in seguito alla distruzione della moschea
di Ayodhya da parte degli estremisti ind. Alla distruzione della moschea segu un'ondata di violente aggressioni
alle comunit della minoranza musulmana. In una serie
di pogrom in numerose citt indiane, migliaia di musulmani
furono sistematicamente assassinati, violentati e
torturati da estremisti ind. Per molti aspetti, il linguaggio
degli estremisti ind, con le dovute sostituzioni, era identico
a quello dei khmer rossi cambogiani.

Fu dunque sullo sfondo di quei tragici eventi che mi ritrovai un giorno a Siem Reap, nella Cambogia nordoccidentale. In questa citt, famosa per la vicinanza al glorioso complesso di templi di Angkor Wat e Angkor Thorn, incontrai
un gruppo di medici indiani che gestivano un piccolo
ospedale da campo per conto delle Nazioni Unite. In
virt dell'amichevolezza che unisce i compatrioti in un paese
lontano, mi invitarono a unirmi a loro per il pranzo. I
medici mi accolsero con assoluta cordialit nella loro sala
da pranzo prefabbricata. Ma appena fui seduto, mi si rivolsero sorridendo cordialmente tra riso e dal, e uno di loro mi
domand: "Mr. Ghosh, saprebbe darmi una sola buona ragione
per cui noi ind non dovremmo demolire tutte le
moschee dell'India? Dopotutto, siamo la maggioranza. Perch
dovremmo permettere a una minoranza di stabilire cosa
 giusto per noi?" Fino a quel momento non mi ero reso
conto che i miei ospiti erano tutti ind, di varie parti dell'India.

Il loro modo di ragionare, naturalmente, non mi giungeva affatto nuovo: era la solita argomentazione maggioritaria che tiravano fuori gli estremisti ind in India. Ma l,
in quel contesto, con i colpi di fucile dei khmer rossi che ci
giungevano all'orecchio di tanto in tanto, suonava spaventosamente oltraggioso. In primo luogo, quei medici non
erano degli estremisti, da nessun punto di vista. Anzi, erano
la personificazione stessa della normalit delle classi medie.
In secondo luogo, probabilmente non erano religiosi,
se non in un senso molto privato. La religione, verosimilmente, non era per loro che un tratto distintivo, utile a fissare
i limiti di quella che definivano maggioranza. Durante
la furibonda discussione che segu rimasi sbalordito -
anche se forse non avrei dovuto - nello scoprire che tutti
condividevano una malcelata ammirazione per i khmer
rossi, per nulla diminuita dal fatto che ci trovavamo sotto
il loro fuoco.

Rimasi sbalordito perch sulle prime non riuscivo a capire
in che modo convinzioni estremiste ind potessero tradursi tanto facilmente in simpatia per un gruppo con cui
non avevano alcuna prossimit religiosa, un gruppo la cui
genealogia ideologica avrebbe dovuto al contrario ispirare
ripugnanza in quei professionisti di classe media. Solo in
seguito - leggendo le corrispondenze dalla Bosnia, la Croazia,
il Sudan, l'Algeria, lo Sri Lanka e altri paesi lacerati dalle
guerre - ho capito che per simili ragionamenti la religione,
la razza, l'etnia e la lingua non hanno alcun contenuto
reale. Servono unicamente come linee di demarcazione.
L'odierno contenuto dell'ideologia, qualunque veste assuma,
religiosa, linguistica o etnica,  lo stesso in tutti i paesi,
anche se pu variare l'articolazione simbolica. In molti
casi - Sri Lanka, per esempio - i movimenti estremisti hanno
spostato l'obiettivo, senza soluzione di continuit, dalla
lingua alla religione.

Cos' dunque questa ideologia che pu spostarsi con


tanta noncuranza tra gruppi politici cos diversi? Credo che
sia l'incarnazione di un demone che ha accompagnato furtivamente la democrazia liberale dovunque e per tutto il secolo:
un'ideologia che, in mancanza di un termine migliore,
chiamer volont di supremazia [supremacism]. Consiste
essenzialmente nella convinzione che un gruppo non possa
garantirsi continuit se non esercitando il controllo culturale
e demografico assoluto su una determinata area geografica.
Gli antecedenti fascisti di questa ideologia sono evidenti
e ovvi. Qualcuno potrebbe forse sostenere che qualunque
tipo di nazionalismo dev'essere considerato una variante
della volont di supremazia. Il che  spesso, ma non
necessariamente, vero. Il nazionalismo non settario, antimperialista di un Gandhi o di un Saad Zaghloul era fondato
sulla fiducia nella possibilit di una relativa autonomia per
popolazioni eterogenee e non aveva niente a che fare con
l'affermazione di supremazia.


Tornando a ci che dicevo all'inizio: sono convinto che
i movimenti religiosi estremisti, in India, Israele, Egitto o
Stati Uniti, siano spesso movimenti per la supremazia, qualunque
sia la retorica scelta. I movimenti che forse sfuggono
a questo schema sono i movimenti islamici radicali. Di
tutte le religioni del mondo, l'Islam resta oggi quella meno
territoriale, la meno nazionalizzata, per cos dire. Ma non
pu essere una semplice coincidenza che, malgrado la critica
del nazionalismo di alcuni settori dell'Islam radicale,
questi movimenti siano ricaduti ovunque in schemi riconducibili alla forma corrente di nazione-stato. N pu essere
una coincidenza che, nel mondo islamico come altrove, i
movimenti religiosi sviluppino le forme pi estremiste in
paesi con vaste minoranze di popolazione, per esempio l'Egitto
e il Sudan. La forza dei movimenti estremisti  cos
peculiare che riescono a mettere in essere minoranze attive
anche l dove non sono mai esistite. Cos, in Algeria, gli
estremisti musulmani devono ora fare i conti con una minoranza
berbera sempre pi dogmatica.

In linea di principio, non  irragionevole che un popolo
abbia il diritto di vivere sotto leggi religiose, con adeguate
garanzie democratiche. Ma in pratica, nelle societ contemporanee,
una volta istituite, tali leggi diventano quasi
invariabilmente strumenti di dominio della maggioranza.
Basti pensare alle leggi contro l'empiet entrate in vigore in
Pakistan negli anni Ottanta. Un recente rapporto di Am
nesty International ci dice che "attualmente in Pakistan ci
sono parecchie decine di persone accusate di empiet". Per
lo pi appartengono alla minoranza ahmadiyya. Questa
setta, che si considera musulmana,  stata dichiarata eretica
dalla legge del paese, e ai suoi membri  fatto divieto di professare,
praticare o divulgare la propria fede. Secondo gli attivisti delle organizzazioni per i diritti umani del Pakistan,
nell'arco di cinque anni centootto attivisti ahmadi sono stati
accusati di empiet per aver praticato la propria fede. Negli
ultimi tre anni, sempre stando al rapporto, in Pakistan
sono aumentate le accuse di empiet anche nei confronti
della minoranza cristiana. Ma ecco che, di nuovo, cambia il
significato stesso di empiet. Avendo a disposizione leggi simili,
non  realistico escludere che la gente possa usarle in
modo distorto. Cito dal rapporto:


A quanto pare, in parecchi casi sono rancori personali contro i
propri vicini cristiani che spingono la gente a risolvere le controversie
accusandoli di empiet. Anwar Masih, un cristiano di
Sammundri, nel distretto di Faisalabad, a causa di un piccolo
debito aveva un contenzioso con il negoziante musulmano del
posto e in seguito  stato accusato di empiet [...]. Ci risulta che
in Punjab un ragazzo tredicenne cristiano abbia detto di aver
fatto a pugni col figlio di otto anni di un commerciante musulmano:
"Tutto  cominciato con alcuni piccioni. I bambini ave


vano preso i miei piccioni e non volevano restituirmeli [...]. Il
bambino con cui avevo fatto a pugni ha detto che mi aveva visto
scrivere [parole blasfeme] sui muri della moschea". Il ragazzo,
che non ha mai imparato a leggere e scrivere, e due adulti cristiani
sono stati accusati di empiet nel maggio 1993.


Quanto siamo lontani dal rispetto per lo spirito delle Scritture!


Vorrei ora occuparmi di un romanzo che, pi di ogni altra
cosa letta ultimamente, mi ha costretto a confrontarmi
coi problemi che l'estremismo religioso pone agli scrittori.
Si tratta del romanzo Lojja (Vergogna), della scrittrice bengalese
Taslima Nasreen. Credo che questo libro, malgrado
le sue debolezze, sia un romanzo molto importante e un lavoro
di notevole profondit. E anche un lavoro gravemente
frainteso sul piano letterario, in quanto al momento  disponibile
nella maggior parte del mondo solo in una traduzione
inglese che non  esagerato definire mostruosa. Di
conseguenza, sia in America che in Europa il libro  stato
sottovalutato, probabilmente perch i recensori hanno dato
per scontato che la traduzione rispecchiasse la qualit del
libro. Ora, bench io scriva in inglese, la mia lingua materna
 il bengali, e avendo letto il libro in originale so che tale
giudizio  infondato. Appare sempre pi improbabile che
il libro possa godere di una lettura attenta, in parte perch
 diventato una pedina all'interno dei conflitti religiosi del
subcontinente indiano, in parte perch la stessa Taslima
Nasreen  diventata una "causa" globale, per ragioni che poco
hanno a che fare con ci che scrive.

Sembra che Lojja sia stato scritto molto in fretta, e completato
in un paio di mesi. In seguito il libro  stato rivisto,
ma anche nella nuova versione resta un romanzo breve -
centocinquanta pagine nella nuova edizione in bengali. La

storia  semplice: attraverso la figura del protagonista, Suranjan
Datta, segue le vicende di una famiglia ind che viene
travolta da un'ondata di violenze contro la minoranza
ind del Bangladesh. Racconta gli eventi immediatamente
successivi alla distruzione della moschea di Ayodhya, il 6
dicembre 1992. La narrazione  inframmezzata da riassunti
di articoli giornalistici, stralci di resoconti tratti dagli archivi
delle organizzazioni per i diritti umani, e altre notizie
che esemplificano dettagliatamente le violenze odierne. E'
soprattutto una severa, in quanto documentata, condanna
di certi gruppi estremistici religiosi del Bangladesh.

Com' noto, al momento della pub.blicazione, nel 1993,
il libro ha suscitato violente reazioni. E anche diventato immediatamente
un bestseller al di l e al di qua del confine,
ossia in Bangladesh e nelle regioni di lingua bengali dell'India.
Qualche mese dopo, in seguito alle pressioni degli
estremisti, il governo del Bangladesh l'ha messo al bando e
ne ha proibito la distribuzione. Poco pi tardi, un leader
estremista musulmano ha dichiarato Taslima Nasreen colpevole
di apostasia e ha scagliato contro di lei una condanna
a morte, accompagnata da una taglia generosa. Sono
passati alcuni mesi e infine, in risposta ad alcune affermazioni
di Taslima in un'intervista a un giornale di Calcutta,
il governo del Bangladesh l'ha formalmente accusata di offesa ai sentimenti religiosi, avviando nei suoi confronti un
procedimento penale. Taslima Nasreen ha vissuto due mesi
in clandestinit e nell'agosto 1994, grazie alla mobilitazione
internazionale, le  stato concesso di lasciare il paese.
Attualmente vive in Svezia. Durante il suo breve esilio ha
pi volte messo in difficolt i governi. Nell'ottobre 1994 il
ministro degli esteri francese le ha rifiutato il visto. Un simile
gesto ha suscitato una tale indignazione da costringerlo a rivedere la sua decisione. Quello che ho brevemente
tracciato qui  forse solo l'inizio della storia di Taslima Na
sreen. Mentre scrivo, in Bangladesh un pubblico ministero
si  presentato in tribunale per chiedere che venga condannata,
in contumacia, per il reato di empiet.

Eppure gli estremisti religiosi non sono stati gli unici a
criticare Lojja al momento della pubblicazione. Molte voci
non settarie, liberali, si sono espresse con accenti fortemente
critici nei confronti del libro. Si tratta di obiezioni importanti
che vanno prese in considerazione proprio perch - non lo ripeter mai abbastanza - le voci non settarie, profondamente laiche, non rappresentano certo una posizione
debole o isolata in quel paese. La cultura bangladeshi in
particolare, e la cultura bengali in generale, hanno un'antica
e consolidata tradizione di pensiero secolare; la stessa
Taslima Nasreen  un prodotto di tale tradizione. Malgrado
tutta la loro visibilit, gli estremisti religiosi non costituiscono
che una piccola minoranza della popolazione del
Bangladesh. Oggi, per esempio, controllano solo il due per
cento del parlamento.

L'osservazione pi significativa mossa dai critici bangladeshi
e indiani di parte liberale, non settaria, al libro Lojja  quella secondo cui il romanzo, concentrandosi esclusivamente
sul Bangladesh, distorce profondamente il contesto
di violenza che dipinge. Preso alla lettera, credo che sia vero.
Concentrandosi sugli eventi di Dhaka, effettivamente il
libro altera, per omissione, la scena e le cause di quegli
eventi.

Qual era dunque il contesto? Cercher di delineare brevemente
il susseguirsi degli eventi.


Il 6 dicembre 1992, alcune migliaia di ind decisi ad affermare
la propria supremazia hanno raso al suolo la moschea
di Ayodhya, con i suoi quattro secoli di storia, sostenendo
che venne edifcata nel luogo in cui era nato il loro
mitico eroe Sri Rama. Il governo indiano, malgrado numerosi avvertimenti, si  mostrato colpevolmente negligente
nel non prevenire in alcun modo la distruzione della moschea.
Cos, attraverso la CNN, il mondo intero  stato testimone
della frenesia distruttiva di una folla di fanatici ind
che attaccano un sito archeologico. A che pro? (Dopotutto,
un leggendario eroe che cavalca il mondo non potr
che risultare sminuito se il luogo della sua nascita viene ridotto
a circoscritta localit geografica).

La distruzione della moschea ha provocato gravi tensioni
e una generale inquietudine sia in India, sia in Pakistan
e Bangladesh. In India  rapidamente degenerata in violenza
contro i musulmani da parte di folle ben organizzate di
ind. In molte grandi citt sono scoppiati disordini e in
due giorni ci sono stati quattrocento morti, in stragrande
maggioranza, come sempre in simili circostanze in India,
musulmani. Si sa con certezza che in molte zone del paese
la polizia ha collaborato e addirittura guidato le moltitudini
ind. Nell'arco di sei giorni, stando alle stime ufficiali, il
numero delle vittime  salito a milleduecento. Resoconti
giunti da ogni parte del paese testimoniano la brutalit senza
precedenti, l'inspiegabile ferocia delle violenze degli
estremisti ind contro i musulmani. Un mese dopo c' stata
una seconda ondata di violenze antimusulmane, concentrate
soprattutto a Bombay e Surat. Si trattava ormai di pogrom
sistematici, con folle che andavano a caccia di musulmani
casa per casa in determinati quartieri. Voglio citare il
rapporto di un osservatore olandese, da Surat:


In un campo profughi che ho visitato, un ragazzino di neppure
sei anni siede tutto solo in un angolo con lo sguardo fisso nel
vuoto. Ha assistito prima all'assassinio del padre e della madre,
poi del nonno e della nonna, infine dei tre fratelli. E' ancora vivo
ma il suo corpo non  illeso, ha sedici punti in testa e bruciature
sulla schiena. Gli uomini che gli hanno fatto questo pen
savano che fosse morto quando l'hanno lasciato [...]. Le pagine
del mio diario sono piene di simili atrocit. Donne tra i sette e
i settant'anni sono state prelevate e violentate da bande di uomini che vagabondavano nei dintorni [...]. Ci sono state persone
gettate nel fuoco e bruciate vive. Un alto uffciale mi ha raccontato
di aver visto mobili che cadevano dal balcone di un edificio
a pi piani sul lato opposto della strada: materassi, sedie e
poi, con suo grande orrore, anche dei bimbi piccoli.

Questo  stato l'orrore che si  visto in India nell'inverno 1992, in nome della religione.

La distruzione della moschea di Ayodhya ha generato
violenza anche in Bangladesh e in Pakistan. In entrambi i
paesi, i luoghi di culto sono stati presi d'assalto. In Bangladesh, che ha una consistente popolazione ind, sono stati
distrutti e dissacrati moltissimi tempietti ind; sono stati
presi di mira e saccheggiati gli esercizi commerciali di propriet
ind, e molte famiglie ind sono state strappate alle
loro case. Bisogna comunque riconoscere che, malgrado
quanto  accaduto, non mi risulta che ci siano state vittime.
Stando alle cronache, l'entit delle violenze commesse in
Bangladesh  stata di gran lunga inferiore a quelle commesse in India.

E' tuttavia il caso di domandarsi se abbia senso misurare
simili fatti su una scala di comparazione dell'orrore. Per una
famiglia della minoranza aggredita a Dhaka (o altrove),
l'orrore della situazione non  mitigato dall'apprendere che
si sono trovati tra le quinte del palcoscenico della violenza,
e che in India i crimini contro le minoranze sono stati molto
peggiori. Allo stesso modo, il terrore di una famiglia musulmana
di classe media coinvolta nei disordini a Bombay
non  certo diminuito dalla consapevolezza che in Bosnia
c' una violenza ancora peggiore. Per i serbi di Bosnia, a loro
volta, il calcolo delle violenze risale all'indietro fino al

XIV secolo. Arrabattarsi con simili calcoli significa entrare in

quella logica della vittimizzazione competitiva, il cui unico
scopo  alimentare la volont di supremazia.

Mettendo in luce eventi che si svolgevano tra le quinte
anzich al centro della scena, Lojja presenta un punto di vista
inevitabilmente parziale. Ora, in India  accaduto che i
fautori della supremazia religiosa hanno clamorosamente
fatto del libro il proprio manifesto. Ne sono state stampate
a grande velocit varie edizioni pirata e si  arrivati a farlo
distribuire da attivisti ind allo scopo di suscitare sentimenti
antimusulmani. Il che ha finito per ritorcersi contro
Taslima Nasreen, che  stata accusata di essere una pedina
dei fanatici ind indiani, di essere sul libro paga di una casa
editrice di Calcutta, e cos via.


In realt, Lojja  inequivocabile nella condanna dei fondamentalisti ind. Semplicemente non d loro lo stesso rilievo
che gli d la loro controparte musulmana in Bangladesh, cosa inevitabile dato il contesto del libro. E' altrettanto
importante ribadire che Taslima Nasreen non pu essere
considerata responsabile dell'uso che viene fatto del suo libro.
Quando diventa di pubblico dominio, un libro esce
dal controllo dell'autore. Non vedo in che modo uno scrittore
o una scrittrice possano proteggere i propri testi da simili
abusi. L'unica alternativa sarebbe quella di non scrivere
di simili argomenti.

Noi che scriviamo fction, anche quando ci riferiamo a
temi di rilevanza pubblica, non abbiamo scelta - e non importa
quanto i nostri romanzi siano sdolcinati o stravaganti
- se non quella di raccontare i fatti filtrati attraverso la
nostra personalit. Il nostro approccio agli eventi, anche i
pi generali,  inevitabilmente limitato, basato e focalizzato su dettagli e particolari. Di qualunque fatto si scrivai si
finir necessariamente per trascurare il contesto politico. Si


pensi per esempio a un fatto relativamente comune: un'aggressione
a scopo di rapina, diciamo, nelle strade di New
York. Se scriviamo di un'aggressione a un bianco da parte
di un nero, senza fornire le storie collettive che stanno sullo
sfondo, non finiamo per alterare in qualche misura il
contesto del fatto? E se invece, sfidando gli stereotipi, facessimo
del nostro rapinatore una donna manager bianca,
non altereremmo un contesto altrettanto significativo? Ma
dove ci porterebbe una simile ricerca di contesti? Non finiremmo fatalmente per sfigurare il tessuto narrativo del nostro
lavoro per dar conto di ogni pi ampio contesto?

Quali sono dunque i contesti che, come scrittori di fiction, possiamo adeguatamente fornire? Ritengo che debbano
limitarsi all'evento stesso, o la scena, se preferite: il timore
che l'aggressore ha della sua preda, il lampione stradale
sopra di loro, il fermacarte che cade dalla tasca della
vittima mentre estrae il denaro dalla tasca. Il lettore o lettrice
deve assumersi almeno in parte il compito di situare
l'evento in un contesto pi ampio, di popolare la scena con
gli strumenti della propria esperienza e cultura. Chi legge la
scena alla lettera o in una prospettiva angusta deve senz'altro
accollarsi parte della responsabilit di tale lettura.

Letto da lettori attenti, Lojja funziona magnificamente.
Attraverso una molteplicit di dettagli crea una situazione
che  il contesto stesso, e pu dunque essere utilizzato immaginativamente ben al di l dei confini della sua collocazione
geografica. Io, per esempio, non ho letto Lojja come
un libro sugli ind in Bangladesh, bens come un libro sui
musulmani in India. Ho provato sulla mia pelle la sensazione
di terrore che ha spinto i miei amici musulmani ad
affittare case sotto falso nome o comprare biglietti ferroviari
utilizzando nomi ind. In sostanza mi  servito a capire
cosa significa vivere sotto la minaccia della volont di su
premazia religiosa.

Lojja pu essere letto cos anche perch  centrato su una
questione cruciale, che serve perfettamente a esemplificare
il mio discorso. Quasi suo malgrado, Taslima Nasreen riconosce
che l'estremismo religioso ha oggi ben poco a che fare
con la dottrina e la fede, ma in realt prende a prestito
gli argomenti della sociologia, della demografia, delle scienze
sociali e politiche. Per essere un libro che  stato definito
blasfemo, sorprendentemente Lojja non contiene un solo
riferimento alla religione e alle Scritture. Persino termini
come "ind" e "musulmano" ricorrono di rado. Taslima
preferisce usare parole come mnoranza e maggioranza.
Non c' nulla, in Lojja, cui il lettore pi fastidiosamente devoto
possa obiettare, da un punto di vista teologico. Se ciononostante ha potuto infiammare l'opinione pubblica
estremista in Bangladesh e dar fiato alle trombe dell'opposta
fazione religiosa in India, significa che ha toccato un tipo
di realt completamente diverso. Resta il fatto che, per
quanto si sentissero oltraggiati, gli estremisti non sono riusciti
a trovare un solo passaggio che potesse essere indicato
come blasfemo. Forse per questo si sono tanto compiaciuti
di talune presunte dichiarazioni dell'autrice, peraltro mai
verificate.


Vorrei ora tornare ad alcune delle considerazioni da cui
sono partito. In particolare vorrei riprendere le immagini
che ho fornito all'inizio di questo breve saggio: quella di
W.H. Auden, che affronta l'onda modernista e passa da una
corrente all'altra. Non intendevo in alcun modo associare
Auden all'estremismo religioso quale oggi lo conosciamo.
Sarebbe ridicolo. Se un'analogia esiste,  assai circoscritta e
consiste semplicemente nel fatto che una conversione al cristianesimo come quella di Auden  stata - insieme a molte
altre cose - anche un gesto di dissenso, un dissociarsi dalla
corrente principale della coscienza modernista.


E' infine innegabile, credo, che alcune forme di estremismo
religioso testimoniano anche di un diffuso seppur nebuloso
dissenso; una inarticolata, forse inesprimibile critica
dell'economia politica e morale del mondo contemporaneo.
Ma il problema resta: perch tali movimenti superano
tanto facilmente il limite, perch sono cos violenti, cos distruttivi,
e perch il loro pensiero  cos pieno di intolleranza
e odio?

Oggi, per la prima volta nella storia, un singolo ideale
impone al mondo qualcosa che  assai vicino all'egemonia
assoluta: l'idea che l'esistenza umana debba essere stabilmente e irrimediabilmente subordinata al funzionamento
del meccanismo impersonale di un mercato globale. Realizzato
a vari livelli in varie parti del mondo, un simile ideale
gode del vigoroso supporto di universit, banche, grandi
corporazioni internazionali, e di una rete di comunicazioni
globali sempre pi vincolante. Tuttavia, il mercato come
valore culturale assoluto, non temperato da alcun ideale etico,
politico, o spirituale, risulta spesso cos disumano e predatorio che non pu non produrre dissenso. E' semplicemente
inconcepibile che la maggioranza degli esseri umani
accetti di buon grado l'idea che il profitto sia l'unico, o comunque
centrale, principio ordinatore della societ.

Per un curioso paradosso, lo spazio per il dissenso si  ristretto
via via che il mondo diventava pi libero, e oggi, in
questo spazio ridotto, ogni voce comincia a ripiegarsi su se
stessa. Credo che ci accada perch abbiamo bisogno di ricreare,
espandere e immaginare daccapo lo spazio per un
dissenso articolato, umano e creativo. In assenza di tale spazio,
le energie deviate e rapaci dell'estremismo religioso troveranno
sempre nuovo alimento.


Che dire, infine, della religione in quanto tale? Dobbiamo
rassegnarci alla possibilit che la fede venga cannibalizzata ovunque da questa pletora di idee politiche, sociologiche,
in ultima analisi profane? Si sarebbe tentati di rispondere
di no, di dire che i "veri" ind, buddhisti, cristiani,
ebrei e musulmani continuano a credere in altri valori. Eppure,
se appare evidente che la maggioranza dei seguaci di
una religione professa oggi idee che sono, lo ripeto, politiche
o sociologiche, dobbiamo essere preparati ad accettare
che la religione sia esattamente questo.

Quanto a me, ho nuotato per troppo tempo in acque
premoderniste per accettare l'idea che una parte almeno
dell'impegno che la cultura umana ha investito per secoli in
questioni dello spirito non possa, in qualche modo, sopravvivere.



I fantasmi della signora Gandhi

1995.


In nessun altro posto del mondo nell'anno 1984 si registrarono
tanti avvenimenti apocalittici come in India. Le
violenze separatiste in Punjab, l'attacco militare al grande
tempio sikh di Amritsar, l'assassinio del primo ministro, la
signora Indira Gandhi, disordini in molte citt, il disastro
ambientale di Bhopal - era un incalzare di eventi tragici.
C'erano giorni, nel 1984, in cui bisognava armarsi di coraggio
per aprire i quotidiani di New Delhi.

Tra le molte catastrofi di quell'anno, le violente manifestazioni
di fanatismo religioso seguite alla morte della signora
Gandhi ebbero sulla mia vita riflessi decisivi. Mi rendo
conto, a posteriori, che le esperienze di quel periodo furono
cos cruciali nella mia formazione di scrittore, che prima
d'ora non sono riuscito a scriverne.

Vivevo allora in una zona di New Delhi chiamata Defence Colony, un quartiere di vaste e labirintiche dimore,
con file di minuscole stanze per la servit stipate come conigliere
sui tetti e sopra i garage. Quando ci vivevo io, quelle
stanzette ospitavano ormai una fluttuante popolazione di
giovani di modeste risorse: giornalisti, copywriter, impiegati
e gente dell'universit come me. Vivevamo alle spalle di
quella ricca enclave come acari in un alveare, estendendoci
di tetto in tetto, mentre fili e fili di biancheria stesa e cespugli
di antenne nascondevano alla vista dei padroni di casa
le nostre sgangherate esistenze.

Avevo ventotto anni. La mia citt era Calcutta, ma salvo
alcuni anni in Inghilterra e in Egitto, avevo vissuto gran
parte della mia vita adulta a New Delhi. Ero rientrato in India
da due anni, dopo aver conseguito un dottorato a Ox


ford, e ora insegnavo all'universit di Delhi. Tuttavia era
nella privatezza del mio torrido tugurio sul tetto che si svolgeva
la mia vita vera. Stavo scrivendo il mio primo romanzo,
in soffitta, come tradizione vuole.

Il 31 ottobre, giorno della morte della signora Gandhi,
come ogni mattina presi un autobus poco dopo le nove per
andare all'universit. Un tragitto di circa un'ora e mezza,
lungo, ma non eccezionale a New Delhi. L'omicidio era avvenuto
poco prima, a pochi chilometri di distanza, ma io
non ne sapevo nulla e in quei novanta minuti non notai
niente di insolito. La notizia, correndo di bocca in bocca,
faceva a gara con l'autobus per arrivare prima.

Quando entrai all'universit, invece della solita folla
chiassosa di studenti che giocavano a frisbee, vidi gruppetti di persone in piedi, concentratissime nell'ascolto di alcune
radioline. Da un capannello si stacc un giovanotto che
mi si avvicin con il sorrisetto saputello che sempre precede
la domanda: "Hai saputo che...?"

Il campus era in subbuglio, mi disse. La notizia non era
sicura, ma si diceva che avessero sparato alla signora Gandhi.
E si diceva che gli assassini fossero due guardie del corpo
sikh che avevano voluto vendicarsi perch qualche mese
prima il primo ministro aveva mandato l'esercito contro il
Tempio d'Oro dei sikh ad Amritsar.

Un attimo prima di entrare in aula sentii il notiziario di
All India Radio, la rete nazionale: c'era stato un attentato e
la signora Gandhi era stata portata in ospedale.
La routine quotidiana continu per forza d'inerzia. Entrai
in aula e cominciai la lezione, ma i pochi studenti presenti
sembravano distratti, indifferenti; si percepiva un forte
nervosismo.

A met lezione guardai fuori attraverso l'unica finestra,
poco pi di una feritoia. Sui prati sottostanti e sugli alberi
brillava il sole. In quella stagione Delhi era al suo meglio,

l'aria frizzante e fresca, l'abbondante vegetazione rinvigori
ta dal monsone appena passato, il cielo completamente terso.
Quando mi voltai mi ero scordato ci che stavo dicendo
e dovetti ricorrere ai miei appunti.

Fui sorpreso di quella mia esitazione. Non ero certo un
ammiratore acritico della signora Gandhi. Avevo un ricordo
chiarissimo del suo breve periodo di governo semidittatoriale
a met degli anni Settanta. Tuttavia l'orrore dell'omicidio
a un tratto ne sottolineava alcune qualit reali che
si davano per scontate: la sua energia, la dignit, il coraggio
fisico, la capacit di resistenza.

Eppure non era semplicemente dolore quello che provavo.
Era piuttosto la sensazione di qualcosa che si allenta,
l'impressione di aver perduto un ormeggio interiore.


Le prime notizie certe sulla morte della signora Gandhi
furono trasmesse da Karachi, dalla radio nazionale pakistana, intorno alle 13.30. Su All India Radio la musica aveva
sostituito i consueti notiziari.

Lasciai l'universit nel tardo pomeriggio, insieme con un
amico, Hari Sen, che viveva all'altro capo della citt. Poich
avevo bisogno di fare una telefonata intercontinentale mi
aveva offerto il suo telefono.

Per raggiungere l'abitazione di Hari dovevamo cambiare
autobus a Connaught Place, elegante colonnato circolare
nel cuore geografico di Delhi, che unisce la citt vecchia alla
nuova. Mentre l'autobus svoltava a un'estremit del colonnato,
notai che negozi, bancarelle e ristoranti stavano
chiudendo bench non fosse ancora sera.

Il bus successivo era insolitamente vuoto. Proprio mentre
stava per ripartire, un uomo sbuc di corsa da un ufficio e
salt su al volo. Era un uomo di mezza et, in camicia e pantaloni,
evidentemente impiegato nei vicini palazzi governativi.
Era un sikh, ma in quel momento non ci badai.


Probabilmente salt sul bus senza pensarci, dal momento
che lo prendeva ogni giorno. Ma non avrebbe potuto fare
scelta pi infelice, perch l'autobus, nel suo percorso, passava
davanti all'ospedale dove giaceva il corpo di Indira Gandhi e dove alcuni fedelissimi del suo partito avevano cominciato
ad aizzare la gente accorsa da tutta la citt. Il corteo di
automobili del presidente della repubblica, Giani Zail
Singh, sikh anche lui, era gi stato aggredito dalla folla.

In quel momento ignoravamo tutto ci, n avremmo
potuto sospettarlo: a Delhi non si erano mai verificati atti
di violenza contro i sikh.

Mentre il bus proseguiva il consueto itinerario lungo gli
ampi viali alberati di New Delhi, fummo superati da automobili
dall'aria ufficiale, con staffetta di motociclisti e scorta,
dirette a tutta velocit verso l'ospedale. Pi ci avvicinavamo,
pi diventava evidente che laggi si era radunata una
grande folla. Ma non era una folla normale: era composta
per lo pi da giovanotti con gli occhi cerchiati di rosso e le camicie semisbottonate. Solo in quel momento mi resi conto
che il nostro occasionale compagno di viaggio sikh dava
segni di crescente inquietudine, ora alzandosi in piedi per
guardare fuori, ora lanciando occhiate alla portiera. Era
troppo tardi per scendere, c'erano teppisti dappertutto e
man mano che ci si avvicinava all'ospedale diventavano pi
minacciosi.

Ostentavano sguardi diffidenti, alcuni erano armati di
aste metalliche e catene di bicicletta, altri bloccavano la
strada fermando automobili e autobus.

Una robusta donna in sari seduta sull'altro lato del corridoio
fu la prima a rendersi conto di ci che stava accadendo.
Si alz in piedi e fece un gesto sollecito al sikh che
sedeva raggomitolato al suo posto. Sottovoce, in hindi, gli
disse di mettersi gi e di non farsi vedere.

L'uomo, sorpreso, si infil nello stretto spazio tra due sedili. Pochi minuti dopo il nostro bus venne intercettato da
un gruppo di giovanotti in abiti dai colori sgargianti: molti
di loro avevano catene di bicicletta avvolte intorno ai polsi.
Mentre l'autobus rallentava, corsero lungo la fiancata e si affacciarono
all'interno per domandare all'autista se c'erano
sikh a bordo. L'autista scosse il capo. No, disse, niente sikh
sull'autobus. Poche file davanti a me, la figura col turbante
se ne stava rannicchiata su se stessa, completamente immobile.
Intanto alcuni dei ragazzi l fuori saltavano per guardare
dai finestrini, chiedendo ai passeggeri se c'erano sikh. La
cosa pi agghiacciante era la calma nelle loro voci.

No, disse qualcuno, e subito altre voci ripeterono in coro,
no. In breve tutti i passeggeri presero a scuotere il capo
dicendo: no, lasciateci andare adesso, dobbiamo tornare a
casa.

Alla fine i teppisti si tirarono indietro e ci lasciarono passare.
Nessuno apr bocca mentre il bus filava lungo Ring
Road.


Hari Sen viveva in un nuovo quartiere residenziale, Safdarjang Enclave, esclusivamente di classe media, con grandi
ambizioni, pi che ricco. Come in gran parte di simili insediamenti a New Delhi, la popolazione era mista e i sikh vi
erano ampiamente rappresentati.

Una lunga strada, da cui si dipartivano numerose traverse parallele, tagliava in due il quartiere. Hari abitava al
fondo di una di quelle traverse, in un tipico, vasto bungalow a un piano. La casa accanto, invece, era assai pi maestosa
e con un'architettura decisamente insolita. Di struttura
angolare, era arditamente appollaiata su pilastri. Il signor
Bawa, il proprietario, era un anziano sikh che aveva vissuto
lungamente all'estero, lavorando per numerose organizzazioni
internazionali. I lunghi anni trascorsi nel Sudest asiatico
spiegavano quell'abitazione su palafitte.


La famiglia e i domestici di Hari costituivano un insieme
cos numeroso ed eccentrico che gli amici lo avevano ribattezzato
Macondo, dal nome del magico villaggio di Gabriel Garca Marquez. Quella sera, tuttavia, c'erano solo sua
madre e la sorella adolescente. Cos decisi di fermarmi per
la notte.

Uscendo, la mattina dopo, mi trovai davanti a uno spettacolo
inimmaginabile. Da qualunque parte guardassi, vedevo
colonne di fumo salire lentamente verso il cielo limpido.
Bruciavano le case e i negozi dei sikh. La cura con cui erano
stati scelti gli obiettivi produceva un effetto del tutto diverso
da quello di un incendio generalizzato: sembrava piuttosto
di vedere la volta di un vasto atrio sorretto da pilastri.

Le colonne di fumo aumentarono di numero persino nei
brevi istanti in cui mi trattenni sulla soglia a guardare. Alcuni
incendi erano poco distanti. Parlando con un passante,
appresi che quella mattina parecchie case di sikh erano
state razziate e incendiate. La folla in tumulto aveva cominciato
all'estremit opposta del quartiere e ora veniva
verso di noi. Anche gli ind e i musulmani che avevano
ospitato o difeso i sikh erano stati aggrediti, e le loro case
saccheggiate e date alle fiamme.

Era tutto incredibilmente tranquillo e quieto. Non si
udivano i consueti rumori dell'ora di punta. Ma di tanto in
tanto un'auto o una motocicletta accelerava sulla strada
principale. Scoprimmo in seguito che quei misteriosi veicoli
rombanti erano essenziali per coordinare il massacro
che si svolgeva sotto i nostri occhi. Protetti da certi politici,
gli "organizzatori" sfrecciavano da una parte all'altra della
citt, radunavano "folle tumultuanti" trasportandole verso
case e negozi di propriet dei sikh.

A quanto pare, il trasporto era gratis. Un rapporto della
commissione per i diritti civili pubblicato qualche settimana
pi tardi sosteneva che quella fase dei disordini "cominci con l'arrivo di gruppi di giovani armati su furgoni,
scooter, motociclette e camion che andavano in giro con
taniche di benzina e appiccavano sistematicamente il fuoco
ad abitazioni, negozi e imprese sikh. [...] I principali obiettivi
erano i giovani sikh. Venivano trascinati fuori, picchiati e arsi vivi. [...] Che lo scopo fosse quello di terrorizzare la
gente  dimostrato dalla tendenza degli assalitori a bruciare
vivi i sikh sulla pubblica strada"1.

C'era fuoco ovunque, quel giorno. In tutta la citt le case
dei sikh venivano razziate, poi bruciate, spesso con dentro
i loro abitanti.

Una sopravvissuta, una donna che perse il marito e tre
figli, ha raccontato a Veena Das, una sociologa di Delhi:
"Alcuni vicini e un mio parente ci hanno consigliato di nasconderci in una vicina casa abbandonata. Cos mio marito
ci ha portato i bambini e li ha nascosti. Abbiamo chiuso
la porta dall'esterno. Ma evidentemente qualcuno ci ha traditi.
La folla ha costretto mio marito a uscire, poi hanno
versato il cherosene su quella casa. Li hanno bruciati vivi.
Quando sono andata l dentro, quella sera, ho trovato i
corpi dei miei figli nel solaio, uno addosso all'altro".
Nei giorni seguenti, nella sola Delhi morirono duemilacinquecento
persone, e parecchie migliaia in altre citt. Impossibile
sapere quante. Le vittime furono per lo pi uomini
sikh. Interi quartieri distrutti, migliaia di senzatetto.

Come molti altri della mia generazione, sono cresciuto
convinto che massacri di massa come quelli che accompagnarono
la partizione di India e Pakistan, nel 1947, non
potessero ripetersi. Ma quella mattina, a Delhi, i disordini
raggiunsero lo stesso livello di violenza.


Mentre Hari e io fissavamo le colonne di fumo, sua madre,
la signora Sen, si preoccupava di cose pi concrete. Era
una donna sulla cinquantina, alta e aggraziata, con un fare


assai garbato. Senza bisogno di ostentanzione, era anche
profondamente religiosa., una devota ind. Quando seppe
ci che stava accadendo, prese il telefono e chiam i signori
Bawa, l'anziana coppia di vicini sikh, e disse loro che sarebbero
stati i benvenuti in casa sua. Come tutta risposta
ottenne uno strano silenzio. La signora Bawa pensava che
scherzasse, e non sapeva se apprezzare o meno.

Verso mezzogiorno la signora Sen ricevette una telefonata.
La folla in tumulto era adesso nelle immediate vicinanze,
e avanzava sistematicamente strada dopo strada. Hari
decise che era il momento di andare a parlare con i Bawa.
Lo accompagnai.

Il signor Bawa era un uomo piccolo e magro. Bench vestisse
con semplicit, il turbante era legato alla perfezione e
la barba era accuratamente pettinata. Si stup della nostra
visita e, dopo un saluto cortese, ci domand in che modo
poteva esserci utile. Tocc a Hari spiegargli la situazione.

Naturalmente il signor Bawa era informato dell'assassinio
di Indira Gandhi, e immaginava che potessero verifi
carsi dei disordini, ma non capiva perch il "problema" riguardasse
lui e sua moglie. Non provava per i terroristi sikh
pi simpatia di quanta ne provassimo noi; la sua ripugnanza
per l'attentato era, se possibile, maggiore della nostra. La
sua lealt verso l'India e lo stato indiano era fuori discussione,
non solo, il suo atteggiamento dimostrava che apparteneva alla classe dirigente del paese.

Come spiegare a una persona che ha sempre vissuto al riparo
dei propri privilegi che all'orizzonte si sta profilando
una potenziale resa dei conti? Hari e io ci ritrovammo a balbettare.
Il signor Bawa era incapace di pensare che una folla
di facinorosi potesse prendersela con lui. Quando ce ne
andammo, era il signor Bawa che mormorava rassicurazioni. Ci conged con gioviali pacche sulle spalle. Non arriv
a dirci: "Coraggio!" ma i suoi modi parlavano per lui.

Confidavamo nel governo, avrebbe messo fine alle violenze
quanto prima. In India c' un sistema sicuro per arginare
i disordini: si dichiara il coprifuoco, si impiegano unit
militari, in casi estremi scende in campo l'esercito. Nessuna
citt indiana  meglio attrezzata di Delhi, con il suo
gigantesco apparato di sicurezza, per mettere in atto una simile
controffensiva. Pi tardi apprendemmo che in altre
citt - Calcutta per esempio - le autorit statali avevano
agito prontamente per prevenire i disordini. Ma a New
Delhi, e in molte altre citt del nord, passarono ore e ore
senza che venissero presi provvedimenti. Stavamo con l'orecchio
attaccato alla radio, sperando di sentire che era intervenuto
l'esercito, ma non sentivamo altro che musica funebre
e descrizioni di quanto acca&va nella camera ardente,
il viavai di dignitari indiani e stranieri. Quei bollettini
sembravano messaggi da un altro pianeta.

Il pomeriggio passava e si susseguivano le notizie dell'avanzare
deciso della folla. Ormai era nella strada parallela,
ne udivamo le voci, c'era fumo dappertutto. Di esercito e
polizia neppure l'ombra.

Hari chiam di nuovo il signor Bawa. Adesso, vedendo
le fiamme dalla finestra, si mostr pi ricettivo. Accett di
venire con sua moglie, brevemente, ma c'era un problema:
come? Un muro piuttosto alto separava le due propriet,
quindi l'unico modo per andare da una casa all'altra era
camminare lungo la strada, al fondo della quale gi intravedevo alcuni teppisti. Si udiva la solita motocicletta che
incrociava lentamente. I Bawa non potevano rischiare di
uscire in strada, li avrebbero visti. Il sole era gi basso nel
cielo, ma c'era ancora luce. All'idea di scavalcare il muro, il
signor Bawa sobbalz, alla sua et pareva un ostacolo insormontabile.
Alla fine Hari lo convinse a provare.

Andammo ad attenderli sul retro della casa dei Sen, in
un punto ben protetto rispetto alla strada. La folla sembra


va spaventosamente vicina, l'attardarsi dei Bawa sconsiderato.
Pass un tempo interminabile prima che i due vecchi
coniugi facessero finalmente la loro comparsa affrettandosi
verso di noi. Il signor Bawa si era cambiato prima di uscire,
era vestito con cura, addirittura elegante in giacca e cravatta.
La signora, una donna piccola, matronale, indossava un salwar kameez. Con loro c'era il cuoco e fu grazie al suo
aiuto che riuscimmo a farli scavalcare. Poi il cuoco, ind,
torn a montare la guardia alla casa.

Hari guid i Bawa in salotto, dove li aspettava la signora
Sen, con indosso un sari di chiffon. La stanza era vasta e
ben arredata, alle pareti una collezione di miniature rare e
bellissime. Con le tende tirate e le luci accese, la stanza appariva
calda e accogliente, ma ormai non c'era che una fila
di portefinestre e il muro di un giardino a separarci dalla
folla. La signora Sen salut l'anziana coppia congiungendo
le mani. I tre sedettero in cerchio e ben presto comparve un
vassoio d'argento. All'improvviso ogni senso di costrizione
scomparve e, in mezzo al tintinnio delle porcellane, ebbero
il sopravvento i consueti argomenti delle conversazioni da
salotto.

Quanto a me, ero incapace di sedermi. In piedi nel corridoio,
distratto, sbirciavo fuori dalla porta principale. Due
motociclisti in avanscoperta si erano fermati davanti alla casa
accanto e la stavano ispezionando. Camminavano tra i pilastri
di cemento, scrutandola da sotto in su. In qualche modo
ebbero sentore della presenza del cuoco e lo chiamarono.

Il cuoco era atterrito. Fu circondato dai teppisti che gli
puntarono i coltelli in faccia urlandogli domande. Era buio
e alcuni reggevano lampade a cherosene. "I tuoi padroni sono
sikh, vero?" gli urlavano. "Dove sono? Si sono nascosti
dentro? Chi sono i proprietari della casa, sikh o ind?"

Hari e io ascoltavamo quell'interrogatorio nascosti dietro
il muro che separava i giardini delle due case. Il nostro
destino dipendeva da quell'uomo solo e spaventato. Non
avevamo idea di ci che avrebbe fatto, di quanto i Bawa potessero
contare sulla sua fedelt, o se invece avesse qualche
offesa da vendicare rivelando dove si trovavano. Pur balbettando
per il terrore, il cuoco terme duro. S, disse, i suoi padroni
erano sikh, ma avevano lasciato la citt, in casa non
c'era nessuno. No, la casa non era di loro propriet, la affittavano
da un ind.

La maggior parte dei teppisti si lasci convincere, ma alcuni
presero a guardarsi intorno sospettosi. Si affacciarono
al nostro cancello, sferragliando contro le sbarre. Allora andammo
a prendere posizione. Ricordo di aver provato una
strana sensazione mentre percorrevo il viale, mi sentivo diviso,
come se osservassi me stesso da un'enorme distanza.

Saldamente piantati davanti ai cancelli, gridammo di rimando:
"Toglietevi dai piedi! Qui non avete niente da fare!
Dentro non c' nessuno, la casa  vuota!"

Con nostro grande stupore se ne andarono uno dopo
l'altro. Poco prima ero entrato in casa per vedere come se la
cavavano la signora Sen e i suoi ospiti. Nella stanza illuminata
dalle lampade si udivano distintamente le grida dei
teppisti; solo una tenda impediva di vederli dall'interno.

Conservo un ricordo vivissimo della scena che vidi in
quel salotto. La signora Sen sorrideva versando il t al signor
Bawa. Accanto a lei, con voce ferma, sicura, la signora
Bawa dissertava sulla diversa situazione degli aiuti domestici
a New Delhi e Manila.


L'indomani venni a sapere che nel vasto campo di raccolta
di un'associazione di soccorso si stava organizzando
una manifestazione di protesta. Al mio arrivo si erano gi
radunate settanta o ottanta persone.

L'atmosfera era cupa. Alcuni raccontavano di vicini di
casa sopraffatti da una folla vendicativa. Descrissero innu


merevoli omicidi, per lo pi commessi dando fuoco alle vittime,
nonch spaventose distruzioni: templi sikh incendiati, scuole sikh saccheggiate, razzie nelle loro case e negozi.
Una violenza inaudita, peggiore di quanto avessi immaginato.
Si decise che la tattica pi efficace fosse quella di marciare
in direzione di uno dei quartieri pi gravemente colpiti
e affrontare i teppisti. Eravamo cresciuti di numero,
adesso, centocinquanta uomini e donne, tra cui Swami
Agnivesh, un asceta ind, Ravi Chopra, uno scienziato ambientalista, e una manciata di politici dell'opposizione, tra
cui Chandra Shekhar, che anni dopo sarebbe diventato primo
ministro per un breve periodo.

Era un corteo penosamente piccolo rispetto agli standard
di una citt in cui i raduni politici richiamavano abitualmente
parecchie migliaia di persone. Malgrado ci ci
mettemmo in marcia.

Anni prima avevo letto un passo di V.S. Naipaul che non
ho mai dimenticato. Non sono mai riuscito a ritrovarlo,
perci cito a memoria. Con la sua prosa straordinaria, Naipaul descrive una manifestazione. Lui  in una stanza d'albergo,
non ricordo dove, in Africa o in Sud America; si affaccia
e vede passare un corteo. Con grande stupore sente
crescere in s un sentimento oscuro, una sorta di malinconia;
 consapevole del desiderio di uscire a sua volta, di partecipare,
mescolare i propri ideali con i loro, eppure sa che
non lo far, semplicemente perch non  nella sua natura
unirsi alle folle.

Per molti anni ho letto di Naipaul tutto quello che mi
capitava tra le mani, non mi bastava mai. Lo leggevo con
quel tipo di attenzione intima, affascinata, che si riserva ai
propri interlocutori pi stimolanti. Solo grazie a lui avevo
cominciato a pensare a me stesso come a uno scrittore che
scriveva in inglese. Ricordo quel passo perch pensavo di
essere anch'io uno che non si unisce alle folle, e pensavo che

l'impietoso specchio di Naipaul mostrasse un aspetto del
mio carattere. Invece, quando quello sparuto gruppetto si
mise in marcia, non ebbi un istante di esitazione, mi unii
semplicemente a loro.

Dapprima ci dirigemmo verso Lajpat Nagar, un'affollata
zona commerciale che conoscevo bene. Distava circa due
chilometri e, sebbene si trovasse nella parte nuova della citt,
somigliava alla vecchia Delhi con le sue strade piene di
negozietti pigiati uno accanto all'altro, con la tendenza a
straripare sul marciapiede.

Marciavamo urlando slogan: venerandi appelli gandhiani alla pace e alla fratellanza, vecchi di mezzo secolo. Poi, all'improvviso,
ci trovammo di fronte a uno spettacolo desolante
nella sua familiarit, un'immagine di orrore urbano
del ventesimo secolo: auto carbonizzate, interni di case razziate
visibili dalle finestre, macerie e rovine ovunque. Le
strade erano cosparse di barattoli anneriti, un cinema era
stato devastato e i volti carbonizzati degli attori ci fissavano
dai poster bruciacchiati.

Ripensando a quel corteo, la mia memoria si spezza, i
dettagli sfocano. Recentemente ne ho parlato al telefono
con alcuni amici che quel giorno erano con me. I loro ricordi
somigliano ai miei solo in un senso: anche loro si sono
fissati su una scena sbarazzandosi di tutto il resto.

La scena che la mia memoria ha conservato  quella del
momento in cui sembr inevitabile essere aggrediti.

Svoltando a un angolo, ci ritrovammo davanti a un assembramento pi numeroso e determinato di tutti quelli
incontrati prima. Fino a quel momento l'avevamo spuntata
marciando sui teppisti e provocandoli con invettive che
presto si trasformavano in una gara a chi urlava pi forte. E
ogni volta avevamo avuto la meglio. Ma questo specifico assembramento pareva deciso allo scontro fisico. Quando i
nostri rivali presero ad avanzare brandendo coltelli e aste di


ferro, ci fermammo. Le nostre voci si levarono pi forti via
via che si avvicinavano. In attesa del momento risolutivo ci
colse una sorta di euforia. Ci preparammo all'attacco, protesi
in avanti, come controvento.

Poi accadde qualcosa di cui non mi sono mai del tutto
capacitato. Nessun ordine, nessun segnale tra noi, n alcuna
interruzione nel ritmo dei nostri canti. Ma all'improvviso
tutte le donne, ed erano pi della met del nostro gruppo,
si spostarono di lato e ci circondarono; sari e kameez
formarono una fragile barriera fluttuante, una parete tutt'intorno a noi. Guardavano in faccia gli uomini che avanzavano, sfidandoli ad attaccare.

I teppisti fecero qualche altro passo verso di noi, esitarono confusi, poi sparirono.


La marcia si concluse nello stesso spiazzo cintato da cui
era partita. In un paio d'ore decidemmo di dar vita a un'organizzazione,
la Nagarik Ekta Manch, o Fronte unito dei
cittadini, che il mattino successivo inizi la sua attivit: soccorrere
i feriti e i disperati, ospitare i senza tetto. Servivano
viveri e abiti, e bisognava organizzare campi profughi per
sistemare migliaia di persone che non sapevano dove dormire.
Gi il giorno dopo, nel vasto spiazzo c'erano mucchi
di coperte e abiti usati, scarpe e sacchi di farina, zucchero e
t. Uomini d'affari fino a quel momento arroganti e insensibili
inviarono auto e camion. Non c'era quasi pi spazio
per muoversi.

Nel Fronte ebbi un ruolo secondario. Per alcune settimane
lavorai con alcune squadre dell'Universit di Delhi,
distribuendo aiuti negli slum e nei quartieri operai pi colpiti
dai facinorosi. Poi tornai alla mia scrivania.

Col tempo, inevitabilmente, i volontari del Fronte tornarono alle loro attivit, ma alcuni, soprattutto le donne coinvolte nella gestione dei campi profughi, continuarono a lavorare per anni con donne e bambini sikh rimasti senza casa.
Lalita Ramdas, Veena Das, Mita Bose, Radha Kumar:
ognuna di queste donne, tutte professioniste affermate, ha
dedicato anni della propria esistenza a riparare gli enormi
guasti provocati nel giro di due o tre giorni. Il Fronte diede
vita anche a un gruppo di lavoro per indagare sui responsabili
dei disordini. Dopo aver preso in considerazione l'ipotesi
di unirmi a loro, decisi che sarebbe stata una perdita di
tempo; pensavo infatti che la sfida di un piccolo gruppo di
cittadini coscienti fosse inevitabilmente destinata alla sconfitta.

Mi sbagliavo. Quel gruppo produsse un documento -
uno smilzo pamphlet dal titolo Who Are the Guilty?- che 
diventato un classico, un atto d'accusa bruciante nei confronti
dei politici che incoraggiarono i disordini e della polizia
che lasci via libera ai teppisti.

Nel corso degli anni il governo indiano ha risarcito alcuni
dei sopravvissuti e restituito una casa a una parte dei
senzatetto. Resta per una grave inadempienza: a tutt'oggi
nessuno degli istigatori della rivolta dell'84  stato incriminato.
La pressione sul governo non si  comunque mai al
lentata e continua a crescere, i chiodi piantati da quel pamphlet penetrano ogni anno un po' pi a fondo.

Quel documento, e altri che seguirono, testimoniano
dell'unica possibilit che cittadini di societ plurietniche e
plurireligiose hanno a disposizione. Documenti per i diritti
umani come Who Are the Guilty? sono essenziali per il rafforzamento
delle istituzioni civili, sono le armi con cui la
societ si difende da uno stato che perde la testa, come l'India
nel novembre 1984.

Proprio perch allora ci si fece coraggio, oggi in Punjab
prevale il buon senso, ma non  cos ovunque. A Bombay il
governo locale tende a impedire che gli edifici pubblici siano
dipinti di verde, colore associato alla religione musul


mana. E centinaia di musulmani sono stati deportati dagli
slum della citt. Il solo fatto di leggere un giornale bengali
pu diventare un'offesa. I governi non devono mai lasciare
impunita la violenza collettiva.


Lo scrittore bosniaco Dzevad Karahasan, nel suo straordinario
saggio La guerra, la religione, il mondo, stabilisce
un'illuminante connessione tra l'odierno estetismo letterario
e l'indifferenza del mondo contemporaneo per ta violenza:
"La decisione di vedere tutto, letteralmente tutto, come
un fenomeno estetico, con il che si evita ogni interrogativo
sul bene e sulla verit,  una decisione dell'arte; partita
dall'arte,  diventata nel mondo contemporaneo non
pi una decisione ma una caratteristica del mondo stesso".

Quando tornai alla mia scrivania, nel novembre 1984,
dovetti affrontare questioni relative alla scrittura che non
mi ero mai posto prima. Come potevo scrivere di ci che
avevo visto senza ridurlo a mero spettacolo? Il romanzo che
stavo progettando sarebbe stato senza dubbio influenzato
dalle mie esperienze, ma non vedevo altro modo di scriverne se non ricreandole come panorama di violenza, un "fenomeno
estetico", per dirla con Karahasan. In quel momento
l'idea sembrava oscena e futile: i resoconti veritieri,
le testimonianze delle vittime, erano di gran lunga pi importanti.
Ma a questo provvedevano persone che sapevo
pi competenti di me.

Nell'arco di qualche mese cominciai a scrivere il mio romanzo,
che si sarebbe intitolato Le linee d'ombra: un libro
che mi riportava indietro nel tempo, a ricordi pi antichi,
di disordini di cui ero stato testimone nell'infanzia. E' diventato
un libro non su uno specifico evento, bens sul significato
di simili eventi e sulle conseguenze che hanno nella
vita degli individui che li attraversano.

E fino a oggi non ho mai veramente scritto di ci che vidi nel novembre 1984. Non sono l'unico; parecchi di coloro
che parteciparono a quella marcia hanno pubblicato ormai
numerosi libri, eppure nessuno, a quanto mi risulta, ne
ha mai scritto, se non marginalmente.

Ci sono molte buone ragioni, non ultimo il contesto locale,
che lasciano ben poco spazio allo scrittore. I tumulti
nacquero da una spirale di violenza che coinvolgeva i terroristi
del Punjab da un lato e il governo indiano dall'altro. La
logica mortale del terrorismo  quella di innescare la repressione,
con ci mettendo in essere il baratro sociale sul
quale si basa la sua stessa esistenza. Scriverne alla leggera, in
modo da apparire come sostenitore degli uni o dell'altro,
dei terroristi o della repressione, pu aggravare il problema.
In circostanze cos incendiarie le parole possono costare
delle vite,  dunque solo giusto che quanti lavorano con le
parole prestino scrupolosa attenzione a ci che dicono. E'
solo giusto che si sentano inibiti.

Ma c' anche una spiegazione pi semplice. Prima di
metter gi una sola parola, dovevo risolvere il dilemma tra
l'essere scrittore e l'essere cittadino. Come scrittore, avevo
un solo ovvio soggetto: la violenza. Dai notiziari, o dall'ultimo
romanzo o film, siamo ormai abituati ad aspettarci il
dettaglio sanguinoso o la messa in scena tanto raffinata
quanto esplosiva che chiude il capitolo o produce il climax.
Ma vaie la pena di domandarsi se l'assoluta ovviet di tale
soggetto non derivi dalle odierne convenzioni sulla rappresentazione;
nell'ambito dell'estetica oggi dominante - l'estetica
di ci che Karahasan chiama "indifferenza" -  fin
troppo facile presentare la violenza come spettacolo apocalittico,
mentre il fatto di resistervi pu sembrare sentimentale
o, peggio, patetico e assurdo.

Gli scrittori non si uniscono alle folle, ci insegnano Naipaul
e molti altri. Ma che cosa si fa quando le autorit vengono
meno ai loro compiti istituzionali? Bisogna schierarsi,


il che significa assumersi tutte le responsabilit, gli obblighi
e la colpa che il fatto stesso di schierarsi comporta. La mia
esperienza della violenza  stata soprattutto esperienza di resistenza
alla violenza, e come tale si  strutturata nella mia
memoria. Quando penso a quelle donne che fissavano la
folla in tumulto, non mi riempio della meraviglia dello
scrittore. Ricordo la mia gratitudine per essere stato salvato
dall'aggressione. Ci che vedevo, non soltanto durante la
manifestazione, ma anche sull'autobus, a casa di Hari, e
nell'immenso spiazzo che si andava riempiendo di beni di
prima necessit, non era solo l'orrore della violenza, ma anche
l'affermazione dell'umanit: in ognuna di quelle situazioni
sono stato testimone dei rischi che persone assolutamente
normali correvano consapevolmente per aiutare altri
esseri umani.

Adesso, quando leggo resoconti da regioni difficili del
mondo, dove la violenza appare primordiale e inevitabile,
un destino al quale interi popoli sono rassegnati, mi domando:
ma non c'era altro?  possibile che gli autori di tali
resoconti non siano riusciti a trovare una forma - o uno stile,
una voce, un intreccio - capace di dar conto sia della violenza sia dell'opposizione consapevole e civile alla violenza?

Il fatto  che la pi comune reazione alla violenza  di ripugnanza,
e che un gran numero di persone, in ogni parte
del mondo, cerca di opporvisi in tutti i modi possibili. Non
sorprende che le cronache delle violenze diano cos scarso
rilievo ai loro sforzi: non sono abbastanza drammatici. E
per chi ne  partecipe,  spesso difficile scriverne per le stesse
ragioni che mi hanno fatto rimandare cos a lungo il racconto
dei fatti del novembre 1984. "Non ci prendiamo in
giro: il mondo  prima scritto - o detto, come affermano i
libri sacri - e tutto quello che vi accade succede prima nella lingua".
 quando pensiamo al mondo che l'estetica dell'indifferenza potrebbe generare, che riconosciamo l'urgenza di ricordare
storie di cui non abbiamo scritto.



Danzando in Cambogia

1993.


Il 10 maggio 1906, alle due del pomeriggio, un piroscafo
francese, l'Amiral-Kersaint, salp da Saigon. Trasportava
una compagnia di quasi cento ballerine classiche e musicisti
della corte reale di Phnom Penh. La nave era diretta a
Marsiglia, dove gli artisti avrebbero partecipato a un grandioso
spettacolo delle colonie. Il primo spettacolo di danza
classica cambogiana tenuto in Europa.

Sull'Amiral-Kersaint viaggiava anche il sessantaseienne re
di Cambogia, Sisowath, con il suo seguito di principi, cortigiani
e funzionari. Salito al trono due anni prima, il re aveva
sovente espresso il desiderio di conoscere la Francia; il
viaggio coronava dunque un sogno lungamente accarezzato.

L'Amiral-Kersaint attracc a Marsiglia la mattina dell'11
giugno. Il porto era affollato di curiosi; i tram cittadini
viaggiavano fn dalle sette, portando la gente fino alla vasta
banchina coperta dove si sarebbe dato il benvenuto al re e
al suo seguito. La folla era tale che si dovettero impiegare
due compagnie di gendarmi e un reparto di polizia a cavallo
per tenerla a bada.

La gente riusc a intravedere per la prima volta le ballerine
quando, poco dopo le nove, l'Amiral-Kersaint sbuc
dalla nebbia mattutina e scivol lungo il molo. In coperta e
sui ponti superiori un gran numero di giovani donne svolazzavano, stringendosi tra loro in un gesto che sembrava di
sorpresa e meraviglia.

Poco dopo venne agganciata alla nave una passerella
adorna di bandierine tricolori. Quasi subito comparve sul
ponte il re, un uomo sorridente e gioviale, con indosso una
marsina, un cappello di feltro tempestato di gemme e un


sampot (lunga tunica senza colletto) cambogiano di seta nera. Il re apparve disinvolto e
perfino allegro a quanti ebbero il privilegio di vederlo da vicino:
di media altezza, aveva grandi occhi espressivi e labbra
carnose, sovrastate da baffi sottili.

Re Sisowath percorse la passerella seguito da tre paggi:
uno reggeva un portasigarette d'oro da cerimonia, un altro
una lampada d'oro con lo stoppino acceso, e il terzo una
sputacchiera d'oro a forma di loto fiorito. Riscosse immediatamente
la simpatia della popolazione di Marsiglia.
Mentre si allontanava su un land da cerimonia, il porto risuonava di battimani e grida di saluto. Fu applaudito lungo
tutto il percorso, fino agli appartamenti predisposti appositamente per lui presso la prefettura della citt.

Pochi minuti dopo che il re ebbe lasciato il porto, una
parte della folla prese d'assalto la passerella dell'Amiral-Kersaint per vedere da vicino le ballerine. Ormai da settimane i
giornali di Marsiglia erano pieni di trafiletti stuzzicanti: vi si
diceva che le ballerine entravano a palazzo ancora bambine
e vi rimanevano segregate per sempre; che la loro vita ruotava interamente intorno alla famiglia reale; che molte di loro
erano amanti del re e gli avevano addirittura dato dei figli;
che alcune non avevano mai messo piede fuori dal palazzo
reale prima di quel viaggio in Francia. I viaggiatori europei
cercavano con ogni mezzo di procurarsi un invito per
vedere le meravigliose recluse esibirsi nel palazzo di Phnom
Penh. Adesso erano qui, a Marsiglia, per la prima volta in
Europa.

Le ballerine erano sul ponte di prima classe della nave;
sembrava che ce ne fossero dappertutto, correvano qua e l,
volteggiavano, saltellavano, scherzando eccitate, sfiorando
con i piedi l'assito lucido. Sul ponte c'era una marea indistinta
di gambe; gambe di fanciulle, gambe di donne, "gambe sottili, eleganti", tutte le danzatrici infatti indossavano sampot che coprivano appena le ginocchia.

Gli spettatori furono colti di sorpresa. Forse si aspettavano
una compagnia di voluttuose Salom pesantemente
velate; non erano preparati alle donne agili, atletiche che
incontrarono sull'Amiral-Kersaint, n lo era il resto d'Europa.
In seguito un testimone scrisse: "Con i loro capelli strettamente
raccolti, i corpi adolescenti, le gambe magre e muscolose come quelle dei ragazzi, braccia e mani da bambine,
sembra che non appartengano a un sesso definito. C' in loro
qualcosa del bambino, qualcosa dei giovani guerrieri antichi
e qualcosa della donna".

Regalmente assisa tra le ballerine, ora dura ora indulgente,
affettuosa e severa, si vedeva la figura flessuosa e delicata
della figlia maggiore del re, la principessa Soumphady.
Quella donna formidabile, vestita di un sampot marrone dorato
e una tunica di seta color malva, elettrizz la gente di
Marsiglia. Si estasiarono di fronte a ogni dettaglio della sua
figura: i denti chiazzati di betel, il corpetto intessuto di lustrini,
i capelli raccolti, le scarpe ricamate d'oro, le spille di
diamanti e le calze di seta nera. I suoi modi, rilev un giornalista,
erano altezzosi e infantili a un tempo; lo sguardo diretto
e gentile; si divertiva con tutto e con niente; accavallava le gambe tenendosi le caviglie con le mani proprio come
un uomo. In effetti, abbigliamento a parte, somigliava moltissimo
a un uomo in particolare: il romantico e stravagante
duca di Reichstadt, l'Aiglon, il figlio tubercolotico di Napoleone.

All'improvviso, con gran diletto degli astanti, la compostezza della principessa si dissolse. Un gruppo di donne del posto, accompagnate da un ragazzino di dieci anni, si present
sul ponte e la principessa, insieme con tutte le danzatrici,
si precipit loro incontro, ammirandone gli abiti e
subissando di esclamazioni il ragazzino.


I giornalisti non si lasciarono scappare l'occasione: "A

Vostra Altezza piacciono le donne francesi?"
"Oh, sono cos graziose, cos graziose..."
"E i vestiti? I cappelli?"
"Altrettanto graziosi".

"A Vostra Altezza piacerebbe indossare abiti come i loro?"
"No!" disse la principessa dopo aver riflettuto un momento.
"No! Non sono abituata e forse non saprei come
portarli. Ma sono molto graziosi... s... s".

Ci detto, sprofond in quello che sembrava un atteggiamento
di cupo e malinconico desiderio.


Ho incontrato una sola persona che avesse conosciuto la
principessa Soumphady e re Sisowath, una ballerina che si
chiamava Chea Samy. Si diceva che fosse un'artista straordinaria,
un monumento nazionale. Era anche cognata di
Pol Pot.

Sentii parlare di lei per la prima volta alla Scuola di Belle
Arti di Phnom Penh, un bizzarro complesso di edifici
non lontano dalla collina di Wat Phnom dove i ventimila
uomini del contingente delle Nazioni Unite avevano il loro
quartier generale. Era il mese di gennaio, mancavano solo
quattro mesi alle elezioni politiche che si sarebbero svolte
sotto l'egida di quelle che tutti in Cambogia chiamavano
confidenzialmente Untac (United Nations Transitional Authority
in Cambodia). Phnom Penh era temporaneamente
diventata una delle citt pi cosmopolite del mondo, le sue
strade un incubo di traffico, con i bianchi automezzi dell'Untac
che solcavano ingorghi di motorini, vespe e cyclopousse, simili a balene che incrociano un banco di plancton
alla deriva.

Cumuli di rifiuti e una schiera di casupole e baracche separavano la Scuola di Belle Arti da quel traffico internazionale.
Nei corridoi cavernosi e nelle aule ancora non finite

c'era una curiosa atmosfera, un ronzio d'alveare che faceva
pensare a un immenso studio televisivo.

Ero appena arrivato a Phnom Penh quando incontrai
Chea Samy seduta su una panca nella vasta sala delle esercitazioni:
una donna minuta, con quella padronanza di s
che sempre accompagna una grande bellezza. Indossava
una gonna alle caviglie, e i capelli grigi erano tagliati corti.
Stava facendo lezione a una quarantina di ragazze e ragazzi,
osservandoli mentre svolgevano gli esercizi, i visi rotondi
tesi per la concentrazione. Di tanto in tanto si alzava per
curvare all'indietro il braccio di uno o premere la vita di un
altro, con i gesti di uno scultore, n tocco qui e uno l, mo
dellandone le membra come creta.

Allora ignoravo che Chea Samy avesse conosciuto la principessa
Soumphady. Avevo cominciato a interessarmi della
principessa e di suo padre, re Siso"vath, dopo aver letto del
loro viaggio in Europa, e volevo saperne di pi.

Quando, alla fine della lezione, le chiesi informazioni
sulla principessa, spalanc gli occhi per lo stupore. Guardava
con aria interrogativa ora me ora lo studente che ci faceva
da interprete, come se non potesse credere al nome che
aveva sentito. La rassicurai: s, intendevo proprio la principessa
Sisowath Soumphady.

Sorrise, uno di quei vaghi sorrisi indulgenti con cui la
gente ricorda una zia molto amata. S, certo che aveva conosciuto
la principessa Soumphady. Da bambina, quando
era venuta per la prima volta a palazzo a studiare danza, le
ballerine erano affidate alla principessa Soumphady, per un
certo periodo la principessa l'aveva allevata...

La seconda volta incontrai Chea Samy in casa sua. Viveva
a qualche chilometro dall'aeroporto Pochentong, ai limiti
della periferia in perenne espansione di Phnom Penh,
in un'area ancora prevalentemente agricola, con poche case
sparse lungo una strada fangosa. L'amica che avevo convin


to a venire con me per fare da interprete manifest un'immediata
avversione per quella zona. Era gi pomeriggio
inoltrato, e non le andava l'idea di tornare su quelle strade
al buio.

La mia amica, Molyka, era una funzionaria di livello intermedio
dei servizi civili. Era una giovane donna attraente
e parlava nel modo sommesso dei khmer. Aveva studiato
per un breve periodo in Australia con una borsa governativa
e parlava inglese con una sensibilit per le sfumature e le
espressioni idiomatiche quali non ho mai trovato in nessun
altro interprete professionista. Avevo deciso che, qualora
fossi andato a far visita a Chea Samy, ci sarei andato con lei.
Ma convincerla era stato duro. Da un po' di tempo Molyka aveva paura di avventurarsi fuori dal centro.

Recentemente, aveva avuto una brutta avventura fuori
citt. Era uscita con un'amica, moglie di un ufficiale dell'Untac, quando a un incrocio pieno di traffico la loro auto
era stata fermata da due soldati. Indossavano l'uniforme del Ppc (Partito del popolo cambogiano), la fazione che attualmente
governa gran parte del paese. "Lavoro per il governo
anch'io, in un importante ministero", aveva detto lei.
L'avevano ignorata; volevano soldi. Non ne aveva molti, solo
poche migliaia di riel. Chiesero sigarette; lei non ne aveva.
Le dissero di scendere dall'auto e seguirli dentro un edificio.
Stavano per condurla via, quando era intervenuta la
sua amica. Alla fine l'avevano lasciata andare, di solito lasciavano
in pace quelli dell'Untac. Tuttavia, mentre metteva
in moto, le avevano urlato: "Ti scoveremo, non avrai
sempre una Untac dentro la macchina".

Molyka era terrorizzata, e aveva ragione di esserlo. I soldati
e i poliziotti governativi, sottopagati (talora non pagati),
si abbandonavano sempre pi spesso al teppismo e a gesti
di inaudita violenza. Non molto tempo prima ero andato
a visitare l'ospedale di una zona di permanenti ostilit tra

le truppe governative e i khmer rossi. Pensavo che i pazienti
del reparto traumatologico fossero per lo pi vittime delle
mine e del fuoco dei khmer rossi. Trovai invece una mezza
dozzina di donne, alcune con bambini, distese su stuoie
luride con i volti e i corpi butterati e lacerati da nere ferite
di shrapnel. Viaggiavano su un camioncino scoperto per andare
a vendere ortaggi in un vicino mercato quando erano
state fermate da un paio di soldati. Volevano soldi. Gliene
avevano dati, ma quelli ne volevano di pi. Le donne non
avevano altro. I soldati lasciarono passare il camioncino, ma
lo fermarono di nuovo al ritorno, quella stessa sera. Stavolta
non chiesero nulla, fecero semplicemente esplodere una granata
a grappolo.

Due settimane dopo quella visita, viaggiavo in taxi con
quattro cambogiani lungo una strada polverosa e piena di
buche, in una regione scarsamente abitata nel nordovest del
paese. Mi ero appisolato sul sedile anteriore quando fui svegliato
da un rumore di spari. Mi sollevai e vidi un soldato
governativo in piedi in mezzo alla strada proprio di fronte
a noi. Era un adolescente, come la maggior parte dei soldati
cambogiani; portava occhiali da sole con lenti rotonde
cerchiate di metallo e sporgeva l'anca in avanti, come un
cantante rock. Solo che invece della chitarra stringeva tra le
mani un AK-47 e spruzzava proiettili sul terreno davanti a
noi, creando una fragile decorazione nella polvere. Il taxi si
blocc; l'autista gett un'arma fuori dal finestrino e gli offr il portafogli; il soldato non diede segno di accorgersene;
ciondolava e sogghignava, probabilmente ubriaco. Quando
mi drizzai sul sedile anteriore, sollev lentamente la canna
del fucile fino a puntarmela proprio al centro della fronte.
Mentre guardavo nell'occhio cieco di quell'AK-47, due slogan
mi attraversarono inesplicabilmente il cervello; erano
scarabocchiati ovunque sui muri di Calcutta quando io avevo
l'et di quel soldato. Uno era: "Il potere viene dalla can


na dei fucili, e l'altro "Non si pu fare una frittata senza
rompere le uova". Evidentemente quel ragazzo aveva in testa
solo il primo.

Molyka aveva sentito molte storie del genere, ma dal
momento che viveva a Phnom Penh e lavorava nei servizi
civili, fino al giorno in cui avevano fermato la sua auto si
era sentita relativamente protetta. L'incidente l'aveva terrorizzata in un modo che non riusciva a verbalizzare, aveva risvegliato
in lei una sequenza di terrori sopiti. Nel 1975,
quando i khmer rossi presero Phnom Penh, Molyka aveva
solo tredici anni. Lei e l'intera famiglia allargata, quattordici
persone, vennero deportati in un campo di lavoro nella
provincia di Kompong Thom. Qualche mese pi tardi
Molyka fu separata dagli altri e mandata a lavorare in un
villaggio di pescatori sull'immenso lago di Tonl Sap. Nei
tre anni successivi fece i lavori di casa e si occup dei bambini
in una famiglia di pescatori.

In quel periodo rivide i genitori una sola volta. Un giorno
fu mandata in un villaggio non lontano da Kompong
Thom con un gruppo di ragazze. Mentre sedeva sul bordo
della strada, alz per caso gli occhi dal canestro di pesce e
vide sua madre venire verso di lei. Il suo primo istinto fu
quello di volgere altrove gli occhi; pensava che fosse un sogno.
Ogni dettaglio coincideva con quelli del suo sogno pi
ricorrente: la campagna bruciata dal sole, le palme sfilacciate,
sua madre che sbucava dalla polvere rossa della strada e
camminava decisa verso di lei...

Non rivide sua madre fino al 1979, quando fece ritorno
a Phnom Penh dopo l'invasione vietnamita. Dopo mesi di
ricerche riusc a rintracciare lei e due fratelli. Delle quattordici
persone che avevano lasciato la casa tre anni e mezzo
prima, dieci erano morte, tra cui suo padre, due fratelli e
una sorella. La madre era diventata una creatura inetta, costantemente
in preda al terrore dalla notte in cui il marito

era stato chiamato nei campi, e non era pi tornato. Uno
dei fratelli di Molyka era troppo piccolo per lavorare; l'altro
si era chiuso in una sorta di paralizzante senso di colpa
per aver rivelato ai khmer rossi, in un momento di distrazione,
l'identit del padre: si considerava responsabile della
sua morte.

La loro famiglia apparteneva al gruppo sociale pi duramente colpito dalla rivoluzione, i ceti medi urbani. Gente
di citt per definizione, furono ammassati nelle zone rurali
e destinati al lavoro dei campi; le istituzioni e le forme di
cultura che li sorreggevano furono distrutte: smantellato il
sistema giudiziario; interrotta la pratica della medicina ufficiale;
chiusi scuole e collegi; messi al bando banche e istituti
di credito; abolita l'istituzione stessa del denaro. Quella
cambogiana non  stata una guerra civile, non nel senso
in cui lo sono le guerre in Somalia e nell'ex Iugoslavia,
combattute per il feticismo delle piccole differenze:  stata
una guerra contro la storia stessa, un esperimento di reinvenzione della societ. Storicamente, nessun regime aveva
mai condotto un attacco cos sistematico e permanente
contro i ceti medi. Se tuttavia l'esperimento ha dimostrato
qualcosa,  stata l'indistruttibilit delle classi medie, la loro
straordinaria tenacia e adattabilit, la loro capacit di custodire
forme di conoscenza e di espressione in condizioni
di assoluta avversit.

Molyka aveva solo diciassette anni, ma era l'unico sostegno
della famiglia. Trov lavoro nell'esercito, che consent
a lei e ai fratelli di frequentare la scuola e il college; in seguito
 riuscita a comprare una casa e un'auto; ha adottato
un bambino e, come molti altri a Phnom Penh, si  fatta carico
di una mezza dozzina di persone totalmente estranee.
In un modo o nell'altro si  assunta la responsabilit di una
dozzina di vite.

Eppure adesso Molyka, che a trentun anni aveva gi vis


suto parecchie vite, aveva paura di recarsi in auto appena
fuori citt. Durante l'ultimo anno il sistema di vita che era
riuscita a mettere insieme aveva cominciato a logorarsi.
Paradossalmente, e proprio nel momento in cui il mondo
aveva decretato la pace e la democrazia per la Cambogia,
l'incertezza nel paese era al culmine. Nessuno sapeva chi
avrebbe preso il potere dopo le elezioni sponsorizzate dalle
Nazioni Unite, o cosa sarebbe accaduto. I suoi colleghi cercavano
di garantirsi il futuro con forsennata disperazione,
comprando, rubando, vendendo tutto ci che avevano per
le mani. I due soldati che l'avevano fermata non facevano
eccezione. Tutti quelli che conosceva erano un po' cos: ministri,
burocrati, poliziotti, tutti si trovavano a dover fronteggiare
un altro inizio.

Adesso guidava l'auto per andare a un incontro con il
fratello e la cognata di Pol Pot: parenti di un uomo il cui
nome era indelebilmente associato alla morte di suo padre
e di altri nove membri della famiglia. La prima volta che le
avevo chiesto di accompagnarmi, aveva deglutito incredula:
per lei, come per la maggior parte del popolo cambogiano,
il nome "Pol Pot" era un'astrazione; si riferiva a un'epoca,
un'organizzazione, una forma di terrore, era quasi impossibile
associarlo a un semplice essere umano, uno che aveva
fratelli, parenti, cognate. Ma era curiosa anche lei, e alla f-ne, dominando il terrore, mi accompagn nei nuovi insediamenti costruiti nei pressi dell'aeroporto di Pochentong.

La casa, quando la trovammo, si rivel un confortevole
edificio di legno su palafitte e nel tradizionale stile khmer,
con dettagli ornamentali dipinti di un blu brillante. Quando
ci avvicinammo, una figura emerse dall'ombra sotto la
casa e ci venne incontro: un uomo alto e vigoroso, con indosso
un sarong. Aveva una faccia larga e gioviale, e corti capelli
irsuti. La somiglianza con Pol Pot era impressionante.
Sbirciai Molyka. Fece un piccolo inchino congiungendo

le mani mentre lui ci dava il benvenuto, e si scambiarono
alcune amichevoli parole di saluto. Sua moglie ci aspettava
al piano di sopra, disse, guidandoci su per una scala di legno
fino a un'ampia stanza ariosa con fotografie appese alle
pareti nude: ritratti di famigliari e antenati, come ce ne
sono in ogni casa khmer. Chea Samy era seduta su un divano
in fondo alla stanza, ci fece un cenno di saluto e il marito
si conged, sorridendo, a mani giunte.

"Avrei voluto saltargli addosso, appena l'ho visto", mi
disse Molyka pi tardi. "Ma poi ho pensato, non  colpa
sua. Cosa mi ha fatto lui?"


Chea Samy era stata condotta alla corte di Phnom Penh
nel 1925, all'et di sei anni, per essere avviata alla danza classica.
Venne prescelta dopo un'audizione cui parteciparono
migliaia di bambine. I suoi genitori ne furono assai compiaciuti:
a quell'epoca la danza era una delle poche opportunit
di entrare a corte offerte al comune cittadino, e avere una figlia
a corte comportava vantaggi anche per la famiglia.

Il re Sisowath aveva allora un'ottantina d'anni. Aveva
passato la maggior parte della sua vita aspettando dietro le
quinte, con indosso i panni striminziti del principe ereditario,
mentre il fratellastro Norodom occupava il centro della
scena. I due principi avevano opinioni politiche profon
damente divergenti: aspramente antifrancese Norodom,
appassionato francofilo Sisowath. Proprio l'appoggio dei
francesi, che lo preferirono ai suoi innumerevoli fratellastri,
permise infine a Sisowath di salire sul trono.

Il sovrano aveva sempre condotto una vita piuttosto eccentrica,
non conosceva orari fissi e passava gran parte del
suo tempo fumando oppio in compagnia di figli e cortigiani.
Durante il viaggio in Francia, le autorit arrivarono addirittura
a predisporre una piccola fumeria nell'appartamento
allestito presso la prefettura di Marsiglia. "Voila!


esclamarono i giornali. "Una fumeria d'oppio in prefettura!
La giustizia  morta!" Ma dal momento che proprio i francesi
lo rifornivano d'oppio quando era in patria, non potevano
certo lasciarlo senza mentre era loro ospite in Francia.

Quando Chea Samy entr a palazzo nel 1925, il comportamento
di re Sisowath si era fatto pi stravagante che
mai. Vagabondava seminudo nei saloni del palazzo, con indosso
soltanto un kramar, un telo di stoffa a quadri, mollemente annodato intorno alla vita. Chi contava davvero, per
i bambini della compagnia di ballo, era la principessa
Soumphady, una sorta di madre adottiva che leniva i rigori
del loro addestramento con una discreta dose di garbata indulgenza,
accertandosi che venissero nutriti e vestiti adeguatamente.

Alla morte di re Sisowath, nel 1927, gli successe il figlio
Monivong, e a corte le cose cominciarono a cambiare. La
favorita del nuovo sovrano, Luk Khun Meak, era una ballerina
di talento, e gradualmente subentr alla principessa
Soumphady nel ruolo di "signora responsabile delle donne".
Luk Khun Meak us la propria influenza per introdurre
a corte parecchi membri della sua famiglia. Tra essi,
alcuni venivano da un piccolo villaggio della provincia di
Kompong Thom. Uno di loro - futuro marito di Chea
Samy - venne assunto come funzionario e a sua volta condusse
con s due fratelli, che ebbero dunque modo di frequentare
le scuole a Phnom Penh. Il pi piccolo aveva sei
anni e si chiamava Saloth Sar, pi tardi avrebbe assunto il nom de guerre di Pol Pot.

Chea Samy indic con gesto rispettoso un ritratto appeso
alle sue spalle, e quando alzai gli occhi mi vidi squadrato
dal severo cipiglio di Luk Khun Meak. "Fu uccisa da Pol
Pot", disse Chea Samy, usando l'espressione generica con
cui i cambogiani si riferiscono a tutte le morti di quel periodo.
La raffinata ballerina di un tempo era morta di fame

dopo la rivoluzione. Una delle sue figlie venne sorpresa dai
khmer rossi mentre tentava di barattare un po' di riso con
un pezzetto d'oro. Le amputarono i seni e la lasciarono morire
dissanguata.

"Com'era Pol Pot da bambino? La mia era una domanda
inevitabile.

Chea Samy ebbe una breve esitazione: evidentemente le
era gi stata posta molte volte e ci aveva gi riflettuto. "Era
un bravissimo bambino", rispose infine con convinzione.
"In tutti gli anni che ha vissuto con me, non mi ha dato alcuna
preoccupazione".

Poi, con una nota di disperazione nell voce, aggiunse:
"Sono cinquant'anni ormai che sono sposata con suo fratello,
e posso assicurarvi che mio marito  un brav'uomo,
un uomo gentile. Non beve, non fuma, non ha mai avuto
contrasti con i suoi amici, non ha mai picchiato i nipoti, o
creato difficolt ai suoi figli..."

Tacque, le mani ondeggiarono in un gesto di disorienta
mento e le ricaddero in grembo.

Il legame con il palazzo assicur al giovane Saloth Sar le
migliori scuole del paese. Nel 1949 gli fu assegnata una
borsa per andare a studiare elettronica a parigi. Tornato in
Cambogia tre anni dopo, cominci a lavorare clandestinamente
per il partito comunista d'Indocina. Chea Samy e
suo marito lo vedevano di rado, e lui raccontava assai poco
della sua vita. Infine, nel 1963, scomparve. In seguito vennero
a sapere che era fuggito nella giungla con parecchi altri
uomini, notoriamente di sinistra e comunisti. Fu l'ultima
volta che sentiron'o parlare di Saloth Sar.

Nel 1975, quando i khmer rossi presero il potere, Chea
Samy e suo marito vennero evacuati come chiunque altro.
Deportati in un villaggio di "vecchia popolazione" da tempo
simpatizzante dei khmer rossi, furono messi a lavorare
nelle risaie insieme a tutta la "nuova popolazione". Per un


paio d'anni ci fu un assoluto vuoto di notizie, non seppero
niente di quello che era accaduto: era parte integrante della
strategia del terrore dei khmer rossi tenere la popolazione
all'oscuro di tutto. Udirono le parole "Pol Pot" per la
prima volta nel 1978, quando il regime cerc di creare il
culto della personalit intorno al suo capo nel tentativo di
evitare il crollo imminente.

A quell'epoca Chea Samy lavorava in una mensa comunale,
cucinava e lavava i piatti. Verso la fine dell'anno alcuni
lavoratori iscritti al partito comunista incollarono un
manifesto sui muri della mensa e dissero che era il ritratto
del loro capo, Pol Pot. Guard il manifesto e subito lo riconobbe.

Cos aveva scoperto che il leader dell'Angkar, la terribile,
insondabile "Organizzazione" che dominava le loro vite,
altri non era che il piccolo Saloth Sar.


Qualche mese pi tardi, nel gennaio 1979, la Cambogia
"fu piegata" - per dirla con i khmer - dai vietnamiti e il regime
croll. Poco dopo Chea Samy e il marito, come tutti
gli altri deportati, cominciarono a sciamare dai villaggi dove
erano stati segregati. Senza altro bene che qualche manciata
di riso, scalzi, affamati e vestiti di stracci, si misero alla
ricerca dei luoghi che un tempo conoscevano, dove un
tempo avevano amici e parenti.

Lungo polverose strade di campagna, incontrando altri
come loro, i gruppi di "nuova popolazione" riscoprirono
lentamente la gioia delle parole. Per pi di tre anni non avevano
potuto fidarsi di parlare liberamente con nessuno, neppure
con i propri figli. Molti di loro avevano reinventato la
propria vita per difendersi dall'ossessiva curiosit biografica
dei quadri Angkar. Adesso, conversando lungo i sentieri, lasciarono
lentamente cadere le proprie fittizie identit; cominciarono
a scavare nella memoria cercandovi notizie sulle persone che avevano incontrato o di cui avevano sentito

parlare negli ultimi anni, i nomi dei vivi e dei morti.

Fu qualcosa di straordinario.

La quacchera americana Eva Mysliwiec arriv in Cambogia nel 1981; fu tra i primi soccorritori stranieri a giungere
nel paese, e oggi  una leggenda a Phnom Penh. Uno
dei ricordi pi nitidi che conserva di quel periodo sono le
vulcaniche esplosioni di parole che eruttavano ovunque nei
momenti pi inaspettati. Tutt'a un tratto amici e conoscenti
cominciavano a raccontare quello che avevano passato
e visto, cosa era accaduto a loro e alle loro famiglie e come
erano riusciti a sopravvivere. Succedeva spesso che la
gente si svegliasse con aria esausta e smarrita; la notte, in sogno,
vedevano cose, tutte quelle cose che si erano sforzati di
rimuovere nel momento in cui accadevano, perch se si fossero
fermati a pensarci sarebbero impazziti: un fratello
strappato via nell'oscurit, un neonato sbattuto contro il
tronco di un albero, bambini che morivano di fame. Se li
vedevi la mattina e chiedevi loro cosa fosse accaduto durante
la notte, facevano un ampio gesto circolare, quasi che
l'intero passato gli si fosse srotolato davanti come la pellicola
di un film, e dicevano semplicemente: "Foto".

Infine, dopo settimane di vagabondaggi, Chea Samy e il
marito raggiunsero i sobborghi occidentali di Phnom Penh.
L, del tutto casualmente, si imbatt in una ragazza che aveva
studiato danza con lei prima della rivoluzione. La ragazza
url: "Maestra! Dove sei stata? Ti hanno cercata dappertutto".

In quel periodo non c'era un reale controllo amministrativo.
Molti dei capi della resistenza rientrati in Cambogia
con i vietnamiti non avevano mai ricoperto incarichi
amministrativi: per la maggior parte si trattava di khmer
rossi dissenzienti che si erano opposti alla cricca di Pol Pot.
Dovettero imparare il mestiere, e per un lungo periodo in


Cambogia non ci fu nulla che assomigliasse a un vero governo.
Il paese sembrava una lavagna in frantumi: prima di
poterci tirare sopra delle righe, bisognava cercare i pezzi e
rimetterli insieme.

Eppure il neonato Ministero della Cultura si era gi
messo in moto per localizzare ballerini classici e insegnanti
sopravvissuti. Quando ritrovarono Chea Samy, i funzionari
furono presi dall'entusiasmo. Fecero immediatamente i
preparativi perch potesse mettersi in viaggio per il paese e
cercare altri insegnanti e giovani dotati di talento e risorse.

"Fu difficilissimo,, ci ha raccontato Chea Samy. "Non sapevo
dove andare, da dove cominciare. La maggior parte degli
insegnanti era stata uccisa o mutilata, e gli altri non erano
nello stato d'animo di riprendere a insegnare. Del resto
non c'era nessuno a cui insegnare: la maggior parte dei bambini
erano orfani, denutriti. Non avevano nessuna intenzione
di ballare; non avevano mai visto le danze khmer. Sembrava
impossibile; non c'era un punto da cui ricominciare".

Parlava con voce pacata e realistica, ma c'era in essa una
contenuta sfumatura di ilarit. Riconobbi quella nota perch
l'avevo gi sentita: nella voce di Molyka, per esempio,
quando parlava dei primi anni dopo l'"era Pol Pot", quando
lentamente, con pazienza, si era fatta strada tra le macerie,
ricostruendo una vita per s e per la propria famiglia.
Eavrei sentita ancora molte volte, in Cambogia, quasi sempre
in voci di donne. Avevano vissuto un'esperienza pressoch
unica nella storia umana: si erano trovate alla deriva tra
le rovine di una societ che era crollata in un mucchio informe,
ogni struttura portante sistematicamente smantellata, demolita con gli strumenti di una forma di scienza sociale
delittuosamente razionale. Quando ancora prevalevano paura e incertezza rispetto alle intenzioni dei vietnamiti,
le donne avevano dovuto ricominciare daccapo, letteralmente, come gli straccivendoli, ricongiungendo i pezzi delle famiglie, delle case, della loro vita da quel poco che era
rimasto.

Come chiunque intorno a lei, anche Chea Samy aveva
dovuto ricominciare daccapo, a sessant'anni, con una salute.
danneggiata da anni di carestia e di sofferenze terribili.
Lavorando con calma, con testarda ostinazione, lei e una
manciata di ballerine e musicisti riuscirono a mettere insieme
un pugno di orfani e derelitti affamati e coperti.di stracci,
e con la disciplina acquisita in lunghissimi anni di rigoroso
addestramento cominciarono a far risorgere l'arte che
la principessa Soumphady e Luk Khun Meak avevano tramandato
loro da quell'antico regno su cui aveva regnato Sisowath. In mezzo alle rovine cominciarono a forgiare gli
strumenti per negare a Pol Pot la sua vittoria.


Durante il viaggio in Francia, re Sisowath veniva accompagnato
ovunque dal suo ministro di palazzo, un funzionario
che portava il semplice nome di Thiounn (pronuncia
Ciounn). Per quanto fosse un francoflo convinto,
re Sisowath non sapeva una parola di francese, ed era il ministro
che gli faceva da interprete.

Thiounn era universalmente considerato uno degli uomini
pi notevoli della Cambogia: la sua carriera non aveva
precedenti nell'universo aristocratico e rigidamente gerarchico
della burocrazia cambogiana. Dopo un inizio come
interprete dei francesi a diciannove anni, aveva superato
il duplice svantaggio delle umili origini e di antenati di
sangue misto khmer-vietnamita diventando il funzionario
pi potente della corte di Phnom Penh: titolare di ben tre
ministeri, finanze, cultura e affari interni.

Questa carriera spettacolare era dovuta in gran parte ai
francesi, ai quali era stato di grande aiuto nel corso della
lotta decennale contro la famiglia regnante. Tale ruolo gli
era valso il massimo disprezzo di alcuni membri della fami


glia reale, e un principe famoso aveva addirittura denunciato
il "ragazzo interprete" per collaborazionismo. Ma con il
consolidamento della presenza francese c'era ben poco che
un principe cambogiano potesse fare per mettere in scacco
la crescente influenza del ministro Thiounn. Norodom Sihanouk, pronipote di re Sisowath, trascorse i primi anni di
regno sotto la bruciante tutela di Thiounn: pi tardi lo
avrebbe descritto come un "autentico piccolo monarca [...]
potente quanto i rsidents-suprieurs francesi dell'epoca".

Il viaggio in Francia fu una sorta di trionfo personale per
il ministro Thiounn, e gli valse gli elogi di un gran numero
di ministri e uomini politici francesi. Ma ebbe anche
uno scopo pi pratico: a bordo dell'Amiral-Kersaint, infatti,
oltre alla compagnia di ballo e al resto della corte, c'era
anche il figlio del ministro, Thiounn Hol. Durante il soggiorno
francese il ministro riusc a farlo ammettere alla
Scuola Coloniale. Fu l'unico semplice cittadino cambogia
no a esservi accettato, gli altri tre appartenevano tutti alla
famiglia reale.

Com'era prevedibile, il figlio del ministro si rivel allievo
di gran lunga migliore dei tre principini, e prosegu gli
studi fino a diventare il primo cambogiano con una formazione
universitaria francese. In seguito i nipoti del ministro,
rampolli di quella che era ormai diventata la seconda famiglia
della Cambogia, avrebbero compiuto a loro volta lo
stesso viaggio in Francia.

Uno di quei nipoti, Thiounn Mumm, consegui un dot
torato in scienze applicate e fu il primo cambogiano a laurearsi
nella famosa cole Polytechnique. Nel frattempo divenne
anche una delle figure pi rappresentative all'interno
del ristretto circolo dei cambogiani residenti in Francia: si
dice che fosse per lui un punto d'onore fare amicizia con
ogni studente del suo paese e che andasse perfino a ricevere
i nuovi arrivati all'aeroporto.

Thiounn Mumm era, in altre parole, in parte guida, in
parte fratello maggiore e in parte leader, una figura immediatamente
riconoscibile a chiunque abitasse il turbolento
limbo degli studenti asiatici e africani residenti in Europa:
quella curiosa situazione di spiazzamento sociale e disordine
emotivo che per pi di un secolo ha fornito una sede ad
alcuni dei pi esplosivi incontri politici della terra. N
Thiounn Mumm era una guida qualsiasi, dal momento che
apparteneva a una dinastia politica, equivalente cambogiano dei Nehru e dei Bhutto.

Tra i numerosi protetti di Thiounn Mumm c'era il giovane
Pol Pot, che all'epoca si chiamava ancora Saloth Sar. E'
opinione comune che proprio Thiounn Mumm sia stato responsabile
del suo reclutamento nel partito comunista francese,
nel 1952. I legami parigini si sono dimostrati duraturi:
da allora Thiounn Mumm e due suoi fratelli sono stati
membri della ristretta cerchia dei fedelissimi di Pol Pot. Che
una cerchia ultraradicale fosse cos intimamente legata alla
corte e alla burocrazia coloniale non suscita particolare sorpresa,
in Cambogia. "Le rivoluzioni e i colpi di stato hanno
sempre inizio nei cortili del palazzo", mi ha detto un noto
uomo politico di Phnom Penh. "Quelli che ci vivono dentro
si rendono conto che il re  un uomo come tutti gli altri,
mentre il resto della popolazione pensa che sia un Dio".

Nel nostro caso, la vicinanza dei Thiounn e di Pol Pot
alla cultura della corte, elitaria e razzialmente intollerante,
ha forse influito su alcuni aspetti della loro visione politica:
a essa forse va ascritta, come ha ipotizzato lo storico Ben
Kiernan, la fortissima componente di "orgoglio nazionale e
razziale" nell'ideologia della loro cricca. Componente che
alla fine  prevalsa: oggi il programma dei khmer rossi  fatto
di esplicito nazionalismo razzista il cui bersaglio principale,
per il momento, sono il Vietnam e la minoranza vietnamita
della Cambogia.


Recentemente un disertore, descrivendo il proprio tirocinio
politico con i khmer rossi, ha dichiarato agli ufficiali
delle Nazioni Unite: "Per quanto riguarda i vietnamiti,
dobbiamo ucciderli comunque, sia i militari sia i civili, perch
non sono civili qualunque bens soldati in abiti civili.
Dobbiamo ucciderli tutti, uomini, donne o bambini senza
distinzione, sono nemici. I bambini non sono soldati, ma
se sono nati o cresciuti in Cambogia, quando saranno grandi
considereranno come propria la terra cambogiana. Dunque
non dobbiamo fare distinzioni. Quanto alle donne,
mettono al mondo figli vietnamiti".

Poco prima delle elezioni, con un'estensione improvvisa
del vocabolario razzista, i khmer rossi - indifferenti al fatto
che i loro stessi guerriglieri fossero stati addestrati da unit
militari inglesi - hanno lanciato incitazioni alla violenza
anche contro "i soldati Untac, bianchi e nasuti".


Pi cose venivo a sapere del viaggio di Pol Pot in Francia,
e degli altri che lo avevano preceduto, pi diventavo curioso
rispetto alle sue origini. Un giorno, alla fine di gennaio,
decisi di andare a dare un'occhiata al suo villaggio natale,
nella provincia di Kompong Thom.

Kompong Thom ha una grande importanza militare
perch sta a cavallo della vitale fascia intermedia della Cambogia, cuore strategico del paese. La cittadina omonima 
assai piccola: una fila di case che si dilata all'improwiso nella
piazza del mercato crivellata di proiettili, una scuola, un
ospedale, poche strade non pi lunghe di un centinaio di
metri, un ponte sul fiume Sen, un alto tempio buddhista
dipinto di fresco, le sagome afforanti di alcuni insediamenti Untac muniti di segnali blu, poi di nuovo la campagna,
piatta e polverosa, ciuffi di palme sfilacciate che si curvano
verso terra, svanendo all'orizzonte in una patina grigioverde,
simile a muffa su un vassoio di rame.

Due delle pi importanti strade del paese si intersecano
a nord della cittadina. Una conduce direttamente in Thai
landia e i khmer rossi controllano ampie fasce di territorio
su entrambi i lati. E' una delle vie di comunicazione pi violentemente contese della Cambogia e ogni giorno si verificano
scaramucce e conflitti a fuoco tra i guerriglieri khmer
e le truppe governative stanziate in zona.

Il punto di intersezione delle due arterie  difeso da una
vecchia postazione dell'esercito, oggi sotto controllo governativo.
Il perimetro del campo  pesantemente minato: 
opinione diffusa che le mine siano state fatte collocare dallo
stesso governo, non solo per tenere lontani i khmer rossi,
ma anche per costringere i suoi non troppo volonterosi
soldati a restare all'interno.

In questo nodo strategico, in questo centro dei centri,
cercando la casa natale di Pol Pot, era destino che mi imbattessi in un mio connazionale. Era un sergente bangladeshi, un uomo corpulento, cordiale, con folti mustacchi:
avevamo in comune un distretto natale in Bangladesh, e tale
inaspettata circostanza - lungo i bordi di un campo minato
cambogiano - ci un immediatamente in una sorta di
bonomia ridicolmente intima.

Il sergente e i suoi colleghi stavano insegnando a un
gruppo di soldati cambogiani tecniche professionali di disattivazione delle mine. Erano soldati del genio e ingegneri
esperti, ma a quanto pare nessuno di loro aveva mai visto o
lavorato in un campo che fosse stato minato allo scopo di
uccidere, per cos dire. Per i loro apprendisti cambogiani,
invece, le mine erano un rischio quotidiano, al pari di serpenti
e ragni.

L'ironia della situazione non sfuggiva al sergente bangladeshi: "Non badano a dove mettono le mine", disse in bengali
stretto. "Le sparpagliano ovunque come chicchi di riso
soffiato. Spesso minano anche la porta di casa prima di an


dare a letto, per tenere lontani i ladri. Minano le loro auto,
gli apparecchi televisivi, persino i loro piccoli orti. Non importa
chi verr u"iso, da queste parti la vita non ha nessun
valore".

Scosse il capo perplesso, osservando i giovani cambogiani
a lui affidati: lavoravano a coppie nel campo minato, una
distesa di arbusti ed erbacce che era stata suddivisa in strisce
sottili delimitate da nastri. Ogni coppia procedeva lentamente
lungo la propria striscia, un uomo avanzava scandagliando
il terreno con un cercamine, l'altro strisciava, armato
di sonda e paletta, pronto a scavare. Con questo metodo
lento, meticoloso, in un mese la squadra aveva bonificato
circa due acri. Era considerato un buon risultato, e il
sergente era giustamente soddisfatto del lavoro svolto da lui
e dal suo reparto. Le unit militari del Bangladesh godono
di una buona reputazione in Cambogia, e pare che, oltre ai
propri compiti istituzionali, svolgano parecchio lavoro funzionale
allo sviluppo.

Lavorando fianco a fianco, il sergente e i suoi colleghi
avevano fatto amicizia con numerosi cambogiani della squadra.
Ma pi imparavano a conoscerli e fraternizzavano, pi
li giudicavano inefficienti e disperata la situazione del paese.
Ci a dispetto del fatto che gli standard di vita cambogiani
apparirebbero invidiabili alla maggior parte della gente in
Bangladesh e in India; a dispetto del fatto che Kompong
Thom - che pure  stata per decenni sulla linea del fronte 
meglio organizzata di qualunque citt di provincia del subcontinente; a dispetto infine del fatto che il sergente stesso
veniva da un paese che aveva sofferto i disastri di una sanguinosa
guerra civile all'inizio degli anni Settanta.

"Lavorano sodo perch li pagano in dollari", spieg il sergente.
"Per loro tutto  dollari, dollari, dollari. A volte, a f-ne giornata, dobbiamo tirare fuori un paio di dollari di tasca
nostra per fargli concludere il lavoro previsto". Rise. "E'

il loro paese, e noi dobbiamo pagarli per renderlo sicuro. Mi
chiedo cosa faranno quando ce ne saremo andati".

Gli riferii ci che mi aveva detto un cittadino straniero
residente a Phnom Penh da moltissimo tempo, ovvero che
la Cambogia di oggi ha soltanto quindici anni, e se l' cavata
assai bene, se si pensa che dopo la caduta di Pol Pot,
nel 1979,  stata ricostruita praticamente da un mucchio di
macerie; per di pi in una situazione di pressoch totale isolamento
internazionale. Dopo il secondo conflitto mondiale,
l'Europa e il Giappone ebbero consistenti aiuti; invece la
Cambogia, che  stata sottoposta a uno dei pi massicci
bombardamenti di tutta la storia bellica, non ha avuto praticamente nulla. Eppure i cambogiani se la sono cavata con
quello che avevano.

Il sergente per pensava a dimostrazioni di progresso su
larga scala - strade, un sistema postale efficiente, Progetti,
Schemi, Piani - e l'assenza di tutto ci rendeva insignificante
quell'insieme di minuscoli sforzi con cui individui e
famiglie riprendono a vivere: una persiana aggiustata,
un'aula in cui ricominciano le lezioni, una palma ben curata,
tutte cose che, una volta fatte, non si vedono pi perch
rientrano nell'ordine della normalit alla quale appartengono,
e cessano di essere gesti di affermazione e speranza. Il
sergente non era che una rotellina nel gigantesco ingranaggio
delle Nazioni Unite eppure, non diversamente dai burocrati
e dagli esperti internazionali di Phnom Penh, la sua
visione della Cambogia dipendeva dal ruolo che lui si attribuiva
nel salvare il paese da se stesso.

"La sola cosa che i cambogiani sanno fare  distruggere",
sentenzi. "Non hanno idea di cosa significhi costruire,
mettere in piedi le cose e andare oltre".

Fece un gesto cordiale in direzione dei cambogiani, che
ricambiarono il saluto con un cenno del capo, sorridendo e
inchinandosi. Gli uni e gli altri lavoravano duro, l'esperto e


l'apprendista, l'inefficiente e il responsabile; l'energico soc
corritore e l'infelice bisognoso di soccorso prendevano il loro
lavoro con eguale seriet.

Pi tardi feci un giro con un colonnello austriaco, s un
mezzo Untac, una Land Cruiser bianca con aria condizionata.
Era un uomo piccolo, vivace, estremamente loquace:
aveva passato gran parte della sua vita lavorativa in missioni
Onu; considerava l'operazione in Cambogia molto al di
sopra di quella in Libano, un po' al di sotto di quella a Cipro.
Ma stava progettando di andarsene da Kompong
Thom: troppa tensione, troppi fucili puntati.

Ci fermammo per far salire un colonnello russo, un uomo
gigantesco, a forma di pera, come una sciupata ballerina
di danza del ventre. I calzoncini kaki sembravano lo slip
di un bikini sulle sue gambe enormi.

Il russo si allung verso la radio, che era sintonizzata sulla
stazione Untac, e la spense. "Yap, yap, yap", disse fissando
l'austriaco. Costui si irrigid, ma ci mise qualche istante
a ingaggiare battaglia, adirato. "Quella stazione mi piace",
grid con una voce acuta, da terrier. "Mi piace, voglio restare
sintonizzato".

Il russo appoggi contro la radio una montagna di ginocchio
e si mise a guardare fuori dal finestrino con aria indifferente.
L'austriaco ritir la mano, ma la sua sconfitta fu
temporanea. Si gir a guardare dal finestrino e sospir.
"Che magnifico paese", disse. "Che magnifica gente, sempre
tutti sorridenti. Ma perch sono sempre in guerra? Perch
non ricostruiscono il loro paese?"

Fece una smorfia maliziosa in direzione del russo: "Immagino
che la prossima volta le toccher la Russia... non 
vero, amico?"

Il russo si raddrizz, farfugliando, le vene delle tempie
gli pulsavano. "No", abbai, "no, la Russia mai, forse l'Ucraina... ma la Russia, mai".

Poi, sulla strada davanti a noi, da una nube di polvere
prese gradualmente forma un camion. Era stipato di gente,
per lo pi indossavano quelle che sembravano tute da lavoro
verde oliva. Un uomo si sporgeva dalla cabina di guida,
con in testa uno strano berretto. Era verde e sembrava cinese,
qualcosa che avrebbero potuto indossare i guerriglieri
khmer. A un tratto il russo e l'austriaco si drizzarono sull'orlo
dei sedili, protesi in avanti.
Il camion pass oltre in un nugolo di polvere, i passeggeri
ci salutarono con la mano e riuscimmo a vedere il berretto.
C'era scritto: "Windy City Motel".


Quando chiesi dove si trovasse il villaggio di Pol Pot, incontrai
sguardi privi d'espressione. Pol Pot aveva villaggi da
una parte e dall'altra della Strada n. 12, rispondevano tutti,
nessuno poteva arrivarci, erano nella foresta, protetti da
campi minati. Sarebbe stato lo stesso se avessi domandato
dov'era lo stato della Cambogia. N era di alcun aiuto chiedere
di Saloth Sar: sembrava che nessuno avesse mai sentito
quel nome.

Una delle persone a cui mi rivolsi, un giovane cambogiano di nome Sros, si offr di aiutarmi bench fosse stupito
quanto gli altri della mia domanda. Lavorava per un ente
di soccorso e si trovava da parecchio tempo a Kompong
Thom. Non aveva mai sentito nominare il villaggio di Pol
Pot e, nel caso, si sarebbe sorpreso. Riuscii per a convincerlo
che il vero nome di Pol Pot era Saloth Sar e che era
nato in un villaggio dei dintorni: non ne ricordavo il nome
ma era citato in qualche libro e sapevo che era da quelle
parti.

La cosa lo intrigava. Si fece prestare uno scooter, imboccammo
la via principale di Kompong Thom e cominciammo
ad abbordare rispettosamente i passanti: "Scusi, lei sa
dov' il villaggio di Pol Pot?"


Ci guardavano increduli e affrettavano il passo, o non lo
sapevano o non intendevano dirlo. Alla fine Sros si ferm a
chiedere a un funzionario distrettuale, un uomo curvo, con

uno sguardo schietto e un tic che gli faceva contrarre tutto
il lato destro della faccia. Ebbi subito la certezza che lo sapesse. Infatti. Abbassando la voce, sussurr svelto all'orecchio
di Sros che era il villaggio di Sbauv; per arrivarci dovevamo
oltrepassare l'ospedale e seguire la strada in terra
battuta lungo il fiume Sen. Guard oltre la propria spalla e
ce la indic.
Mancava circa un'ora al tramonto e non era sicuro restare
in giro col buio, ma Sros prosegu imperterrito; l'idea
di essere a un passo dal luogo di nascita di Pol Pot ebbe su
di lui un effetto galvanizzante. Voleva arrivarci il prima possibile.

Sros aveva passato quasi tutta la sua vita adulta dietro un
filo spinato, due chilometri di filo spinato, in un campo
profughi sul confine thailandese. Ci era entrato a tredici
anni ed era diventato un uomo percorrendone infinite volte
il perimetro, un mese dopo l'altro, un anno dopo l'altro,
aspettando di vedere chi usciva, chi otteneva un visto, chi
impazziva, chi veniva violentato, chi fucilato dai guardiani
thailandesi. Adesso aveva venticinque anni, e una corporatura
minutissima ma muscolosa. Nel campo profughi si era
convertito al cristianesimo, e c'era una seriet dietro il suo
sorriso quieto e la sua franchezza che lasciava intuire una
piet profonda.

Sros era troppo giovane per ricordare granch dell'"era di
Pol Pol", ma ricordava con chiarezza il viaggio fino al confine
thailandese con i genitori. Erano fuggiti nel 1982, tre
anni dopo la vittoria vietnamita. Nella zona dove vivevano
la vita era dura, e le radio occidentali dicevano che lungo i
confini c'erano campi profughi dove sarebbero stati protetti
e nutriti.

Le cose non erano andate come immaginavano: finirono
in un campo gestito da una fazione politica cambogiana
conservatrice, una specie di inferno in terra. Ma pagarono
una "guida" perch li accompagnasse a un campo delle Nazioni
Unite, Khao I Dang, dove le condizioni erano migliori.
Sros era andato a scuola e aveva imparato l'inglese e, dopo
anni di inutile attesa di un visto per l'Occidente, aveva
deciso di compiere il grande passo ed era rientrato in Cambogia. Ormai era passato un anno. Con la sua istruzione e
la conoscenza dell'inglese non aveva avuto difficolt a trovare
un lavoro, ma il suo nome era ancora sui registri dell'Alta
Commissione delle Nazioni Unite per i rifugiati. "Mio
padre", mi disse, "continua a ripetermi che ci sar la pace e
vivr felice. Il nonno diceva la stessa cosa a mio padre e
adesso io dico la stessa cosa ai miei nipoti. E' sempre cos".

Quasi senza rendercene conto, ci lasciammo Kompong
Thom alle spalle. Una strada in terra battuta serpeggiava
fuori dalla citt, all'ombra di alberi e macchie di bamb.
Pi che una strada, era un estuario di spessa polvere rossa:
le ruote dei carri trainati dai buoi che ci venivano incontro
sferragliando sollevavano onde cremisi che si gonfiavano
come cavalloni verso il cielo. La polvere restava
lungamente sospesa nell'aria sopra la strada, come schiuma
lungo una costa rocciosa, un luccichio rosseggiante nell'ora
del tramonto.

La strada era fiancheggiata su un lato da capanne e piccole
costruzioni, le pi povere che abbia visto in Cambogia:
alcune erano semplici strutture di pali piantati nel terreno
e coperte con foglie di palma. Anche le case pi grandi avevano
l'aspetto di capanne su palafitte. Sull'altro lato della
strada il terreno scendeva bruscamente verso il fiume Sen:
un corso d'acqua striminzito adesso, nella stagione secca,
che scorreva pigramente sul fondo del suo letto dagli argini
scoscesi.


Impossibile stabilire dove fnisse un villaggio e dove ne
cominciasse un altro. Ci fermammo a chiedere un paio di
volte, l'ultima a un chiosco dove una donna vendeva sigarette
e frutta. Indic alle sue spalle: uno dei fratelli di Pol
Pot viveva nella casa dietro il chiosco, e un altro nella capanna
di stoppie di palma nd cortile adiacente.

Entrammo nel cortile e osservammo la casa: era pi grande
di quelle che la circondavano, una tipica casa di legno
cambogiana su palafitte, con le galline che ci razzolano sotto
e gli abiti stesi ad asciugare tra i pali. Evidentemente aveva
conosciuto tempi migliori e aveva urgente bisogno di riparazioni.

Il degrado della casa e la cadente capanna di stoppie nel
cortile mi colsero di sorpresa. Mi risultava che il padre di Pol
Pot fosse un agricoltore benestante e mi ero aspettato qualcosa
di meno umile. Sros era ancora pi stupito di me: forse
dava per scontato che i parenti degli uomini politici si arricchissero, in un modo o nell'altro. C'era in tutto ci qualcosa
di assolutamente anomalo: un uomo potente che non aveva
fatto nulla per aiutare la propria famiglia. Era la conferma di
un fenomeno che contrastava con le consuete aspettative.

In quel momento comparve sulla veranda una donna
anziana con i capelli bianchi raccolti in una stretta crocchia.
Sros le disse qualcosa e subito lei ci invit a salire in casa.
Ci accolse a mani giunte pregandoci di sedere su una stuoia
mentre andava a cercare il marito. Come la maggior parte
delle case khmer, anche questa era scarsamente arredata, le
pareti spoglie salvo qualche dipinto di soggetto religioso e
immagini del Buddha.

La donna torn seguita dal marito, un uomo alto e scheletrico
con indosso un sarong sbiadito. Bench non assomigliasse
a Poi Pot quanto il fratello che avevo incontrato a
Phnom Penh, l'aria di famiglia restava inconfondibile.

Si chiamava Loth Sieri, ci disse, sedendo accanto a noi,

ed era il secondogenito. Saloth Sar se ne era andato a Phnom
Penh quando era ancora molto giovane, e dopo di allora lo
aveva visto pochissimo. Aveva frequentato la scuola e il college
a Phnom Penh, poi era andato a Parigi. Sorrise con mestizia.
"Sono le conoscenze acquisite a Parigi che hanno fatto
di lui quello che ", ci disse.

Al ritorno in Cambogia era venuto qualche volta a trovare
la famiglia, poi per era sparito e non l'avevano pi visto:
erano vent'anni che non lo vedeva. Quanto a lui e sua
moglie, erano stati trattati come tutti gli altri, all'epoca di
Pol Pot; senza neppure lontanamente immaginare che "Pol
Pot" fosse suo fratello Sar, nato nella stessa casa. L'avevano
scoperto soltanto dopo.

Saloth Sar era nato in quella casa? domandai. Mi risposero
di s, nella stanza attigua, quella che si affacciava sulla
veranda.

Quando era tornato dalla Francia, domandai ancora,
aveva raccontato della sua vita a Parigi? Che cosa faceva, chi
erano i suoi amici, com'era la citt?

In quel momento, in quel villaggio sul fiume Sen, con le
mucche che muggivano nell'oscurit crescente, il viaggio a
Parigi sembrava una straordinaria odissea. Ero curiosissimo
di sapere in che modo Loth Sieri e i suoi fratelli si erano immaginati Parigi e l'altro fratello laggi. Il vecchio scosse il
capo: Saloth Sar non aveva raccontato niente della Francia,
quando era tornato. Forse aveva mostrato loro qualche fotografia,
non sapeva pi.

Ricordavo di aver letto, nella biografia scritta da David
Chandler, che Pol Pot era un giovanotto assai colto, che conosceva
a memoria intere poesie di Rimbaud e Verlaine.
Ma non mi sorprese scoprire che non aveva mai concesso ai
suoi famigliari il privilegio di immaginare.

Un attimo prima di alzarmi in piedi domandai a Loth
Sieri se si ricordava della sua parente, Luk Khun Meak, la


ballerina, colei che aveva introdotto a corte la sua famiglia.
Annu e io domandai: "L'ha mai vista ballare?"

Sorrise scuotendo il capo; no, non aveva mai visto nessun
ballo "reale", soltanto in fotografia.

Ormai era quasi buio; da qualche parte, a nord, vicino
ai campi minati, si sentivano colpi di fucile. Ci alzammo
per andarcene e tutta la famiglia scese con noi. Quando gi
mi ero congedato e stavo per salire sulla motoretta, Sros mi
sussurr all'orecchio che forse era il caso di dare un po' di
soldi al vecchio. Non ci avevo pensato; presi qualche banconota
dal portafoglio e gliele misi in mano.

Fece un gesto di riconoscenza e, quando stavamo per
partire, disse qualcosa a Sros.

"Cosa ti ha detto?" volli sapere mentre ci allontanavamo.

Urlando nel vento, Sros disse: "Mi ha chiesto se credo

che ci sar la pace, adesso".

"E tu cos'hai risposto?"

"Gli ho detto: "Mi piacerebbe poterti rispondere di s"".


Il 10 giugno 1906, un mese dopo il suo arrivo in Francia,
la compagnia di ballo si esib durante il ricevimento offerto
dal ministro delle colonie al Bois de Boulogne di Parigi.
"Non si  mai vista una festa parigina pi brillante, n
con un fascino altrettanto originale", scrisse "Le Figaro".
Gli inviti furono ricercatissimi, e la sera dello spettacolo auto
e carrozze illuminate invasero il parco come un "esercito
di lucciole.

Durante lo spettacolo un cronista individu tra il pubblico
il pi famoso dei parigini, la mosaica figura barbuta
del "grande Rodin, in estasi dinanzi alle fragili vergini di
Phnom Penh di cui ritraeva le immateriali figurine con infinito
amore".

Rodin, riconosciuto apostolo delle arti francesi, allora sessantaseienne, ne fu immediatamente catturato: nella giovane compagnia della principessa Soumphady vide l'infanzia
dell'Europa. "Questi cambogiani ci hanno mostrato tutto
ci che si pu attribuire all'antichit", scrisse qualche tempo
dopo. "E' impossibile pensare a qualcuno la cui umana natura
arrivi a tal punto di perfezione, eccetto loro e gli antichi
greci".

Due giorni dopo lo spettacolo, Rodin si present all'albergo
dove alloggiava la compagnia, in Avenue Malakoff,
con un album sotto il braccio. Le ballerine stavano preparando
i bagagli per tornare a Marsiglia, ma Rodin fu ammesso
al piano terreno dell'edificio e autorizzato a fare
quello che voleva. Quel giorno tracci parecchi famosi
schizzi, tra cui alcuni del re Sisowath.

Alla fine della giornata l'artista era talmente conquistato
che decise di andare alla stazione con la compagnia, compr
un biglietto e part per Marsiglia con il loro stesso treno.
Non aveva con s n abiti n materiale da disegno e si
racconta che, arrivato a Marsiglia e avendo ormai finito la
carta, abbia dovuto comprare dei sacchetti di carta scura da
un droghiere.

Nei giorni successivi, mentre lavorava febbrilmente nel
parco della villa dove alloggiavano adesso le ballerine, Rodin dimostrava trent'anni di meno. Lo sforzo di riprendere
le sue modelle favorite, tre instancabili quattordicenni, Sap,
Soun e Yem, lo aveva come ringiovanito. Un funzionario
francese lo vide, una mattina, mentre si appoggiava sulle ginocchia
un foglio di carta bianca e diceva alla piccola Sap:
"Metti un piede qui sopra", e ne tracciava il contorno con
la matita aggiungendo: "Domani avrai le tue scarpette, ma
adesso posa ancora un po' per me!" Sap, ormai stanca di
piccoli spruzzaprofumo e gatti di cartone, aveva chiesto al
suo "pap" un paio di scarpette di vernice. Ogni sera Rodin
tornava al suo albergo felice, ardente ed esausto, con innumerevoli
schizzi tra le mani, e cercava di raccogliere le idee.


Alcune foto dell'epoca lo mostrano seduto su una panchina
del parco, sotto gli occhi attenti di un poliziotto incaricato
di vegliare sulla sicurezza delle ballerine. Rodin era
incantato: "I fregi di Angkor prendono vita davanti ai miei
occhi. Ho talmente amato quelle fanciulle cambogiane che
non sapevo come esprimere la mia gratitudine per il regale
onore che mi facevano mettendosi in posa per me. Sono
andato alle Nouvelles Galeries a comprare una cesta di regali,
e quelle divine fanciulle che ballano per gli di non sapevano
come ripagarmi della gioia che avevo procurato loro.
Volevano addirittura portarmi con loro.

L'ultimo giorno della visita in Francia, prima di salire a
bordo della nave che le avrebbe riportate in Cambogia, le
ballerine vennero condotte dal famoso fotografo Baudouin.
Lungo la strada, attraversando un viale fangoso, la principessa
Soumphady mise distrattamente un piede su una
chiazza di sterco di mucca. Alz le braccia al cielo inorridita
e si lasci cadere a terra gemendo, dimentica del suo meraviglioso
costume. L'intero corpo di ballo la imit; nel giro
di pochi minuti il viale fu pieno di ballerine cambogiane in ginocchio, tutte in perfetta tenuta da spettacolo.

"Quale vuoto hanno lasciato!" scrisse Rodin. "Ho avuto
l'impressione che avessero portato via con s tutta la bellezza
del mondo. Le ho seguite a Marsiglia, avrei voluto se
guirle fino al Cairo".

I sentimenti di re Siowath erano il perfetto contraltare
dei suoi: "Lasciare la Francia mi rattrista profondamente",
confess la sera prima della partenza. "Lascer in questo
magnifico paese un pezzo del mio cuore".


Il viaggio in Francia provoc evidentemente nel re Sisowath lo stesso sconvolgimento, lo stesso turbine emotivo
che indusse generazioni di studenti stranieri - i Gandhi, i
Kenyatta, i Chou En Lai, tra migliaia di altri loro concittadini meno illustri - a riflettere sui mondi sconosciuti e indifferenti
al di l della porta delle loro stanze d'affitto.

Il 12 settembre 1906, poco dopo il ritorno in Cambogia, il re e i suoi ministri resero pubbliche le loro riflessioni
con un breve e significativo documento. Redatto nello stile
dei proclami reali, era in realt un'incursione nella letteratura
di viaggio. Esordiva cos: "La visita di sua maest alle
grandi citt francesi, il rapido esame delle istituzioni di quel
paese, l'organizzazione dei vari servizi di cui si pu usufruire
laggi lo hanno profondamente colpito inducendolo a
considerare la Francia un paradiso,,. E concludeva affermando
che d'emulazione  il solo modo di imboccare risolutamente la strada del progresso".

In poco pi di duemila parole il re e i suoi ministri rias
sumevano il proprio punto di vista sugli esempi che la
Francia offriva alla Cambogia. Molti avevano a che vedere
con quello che in seguito sarebbe stato chiamato "sviluppo":
si dovevano potenziare le vie di comunicazione e destinare
pi terra all'agricoltura; i contadini dovevano incrementare
la produzione, allevare pi bestiame, sfruttare le
foreste e le riserve di pesca in modo pi sistematico, abi
tuarsi ai macchinari moderni e cos via. Una generazione
dopo, uomini politici cambogiani illuminati come Khieu
Samphan, scrivendo la loro tesi di laurea a Parigi, sarebbero
arrivati a conclusioni curiosamente simili, seppure per
vie totalmente diverse.

Ma fu rispetto alla relazione ideale tra lo stato e il popolo
che il re e i suoi ministri raggiunsero il massimo della
lungimiranza. L stava, ai loro occhi, la pi importante lezione
dell'Europa: "Nessuno dovrebbe esitare a sacrificare la
propria vita", scrivevano, "quando  in gioco la divinit del
sovrano o del paese. L'obbligo a servire il paese dovrebbe essere
accettato senza obiezioni dagli abitanti del regno. Difendere
il proprio paese  un onore. Non sono forse gli eu


ropei tenuti allo stesso obbligo, senza distinzione di rango
o appartenenza famigliare?"

Purtroppo il povero re Sisowath avrebbe ben presto imparato
che la scrittura di viaggio era un'indulgenza costosa
per quanti si trovavano dalla sua parte dello spartiacque coloniale.
Nel 1910 il ministro delle colonie francese scrisse
per chiedere al re di rimborsare al governo francese certe
spese sostenute durante il suo viaggio in Francia. Di fatto,
il bilancio cambogiano aveva sostenuto le spese dell'intero
viaggio, compreso lo spettacolo al Bois de Boulogne. In pi
il re, la cui naturale generosit era disastrosa, aveva pagato
di tasca propria mance e doni per migliaia di franchi. In
cambio lui e il suo seguito avevano ricevuto dei doni dai
funzionari francesi, tra cui alcune uniformi donate dal ministro
delle colonie e mazzi di rose offerti al sovrano al palazzo
dell'Eliseo, nientemeno che dal presidente della repubblica,
Armand Fallires. Ora il governo francese pretendeva
dai cambogiani il rimborso delle spese per le uniformi
e i mazzi di rose.

Per una volta l'ossequioso ministro Thiounn prese le
parti del re. Rispose con una lettera indignata, rifiutando di
pagare doni che erano stati accettati in buona fede.

Il viaggio reale in Francia ebbe negli schizzi di Rodin la
sua celebrazione pi memorabile. La loro esposizione, nel
1907, fu un successo di pubblico e di critica. Dopo averli
visti, il poeta tedesco Rilke scrisse al maestro: "Questi schizzi
costituiscono ai miei occhi una straordinaria rivelazione".

La rivelazione cui allude Rilke  il "mistero della danza
cambogiana". Ma probabilmente fu lo scultore a percepire
meglio del poeta la vera rivelazione dell'incontro, ovvero le
potenzialit di coinvolgimento della Cambogia nella cultura
e nella politica della modernit, con il suo insieme di
speranza e di orrore.

Dal canto suo re Sisowath accanton in fretta i progetti
di sviluppo. Il suo atto pi significativo fu la fondazione di
una scuola superiore dove i cambogiani potevano ricevere
una formazione di stampo francese. Inizialmente conosciuta
come Collge du Protectorat, qualche anno dopo la morte
del re venne ribattezzata Liceo Sisowath.

Il Liceo Sisowath sarebbe stato una fucina di quadri della
rivoluzione cambogiana. Gran parte degli studenti che si
politicizzarono a Parigi negli anni Cinquanta erano diplomati
di quel liceo. Pol Pot non vi comp i suoi studi, ma vi
era comunque legato e molti dei suoi pi stretti collaboratori
avevano studiato l, inclusa sua moglie Khieu Ponnary
e il cognato Ieng Sary, che per lungo tempo fu il suo braccio
destro.

Uno dei membri pi eminenti del gruppo era Khieu
Samphan, destinato a diventare presidente della Kampuchea
Democratica di Pol Pot, e oggi ii pi noto portavoce dei
khmer rossi. Negli anni Sessanta e primi Settanta, Khieu
Samphan fu una delle figure politiche pi autorevoli della
Cambogia. Era famoso in tutto il paese per il suo incorruttibile idealismo: gli aneddoti relativi al rifiuto di accettare favori,
malgrado le suppliche della poverissima madre, appartengono
ormai alla mitologia popolare. Era anche un pensatore
e un teorico di spicco in campo economico; la sua tesi
di dottorato sull'economia cambogiana, discussa alla Sorbona negli anni Cinquanta, conserva un notevole rilievo.
Datosi alla macchia nel 1967, trascorse nella giungla i lunghi
anni della dura lotta dei khmer rossi prima contro il
principe Sihanouk, poi contro il regime reazionario del generale
Lon Noi, quando l'aviazione americana sottopose il
paese ai bombardamenti chimici.

Khieu Samphan  rientrato in scena dopo la rivoluzione
del 1975, quale presidente della Repubblica Democratica
di Kampuchea voluta da Pol Pot. Quando l'invasione viet


namita del 1979 ha esautorato il regime, si  rifugiato con
gli altri del gruppo dirigente in una roccaforte al confine
con la Thailandia. Nella sua veste di principale portavoce
ed emissario dei khmer rossi, ha giocato un ruolo fondamentale
nei negoziati di pace voluti dall'Onu. In seguito,
nei mesi che hanno preceduto le elezioni del '93, per bocca
sua i khmer rossi si sono rimangiati gli accordi di pace e
hanno lanciato attacchi sempre pi violenti contro l'Onu.
Le manovre dei khmer rossi non sono state una sorpresa per
nessuno di quelli che hanno avuto a che fare con i loro dirigenti:
ci si  sorpresi piuttosto nel vedere fino a che punto
l'Untac abbia cercato di soddisfarne le richieste. In effetti,
i khmer rossi sono riusciti a trarre vantaggio dalla presenza
detl'Onu rafforzando la propria posizione militare e
contemporaneamente sabotando il processo di pace.

Nel 1991 e 1992, quando Khieu Samphan percorreva il
mondo conquistandosi gli onori della cronaca, c'era forse
una sola persona a Phnom Penh che ne seguiva le attivit
con un interesse non puramente politico: il fratello Khieu
Seng Kim, allora quarantanovenne, che vive molto vicino
alla scuola di danza classica.

Lo incontrai una mattina, in piedi all'ingresso del cortile.
Alto, con un occhio Storto e capelli grigi trascurati, si 
mostrato subito cordiale, desideroso tanto di parlare della
propria famiglia quanto di parlare in francese. Pochi minuti
dopo il nostro appuntamento eravamo gi seduti nel suo
piccolo appartamento, uno di fronte all'altro ai lati opposti
di una scrivania, con intorno pile ordinate di libri di testo
francesi e copie di "Paris-Match" con gli angoli piegati per
tenere il segno.

La parete di mattoni alle sue spalle era tappezzata di fotografe dei famigliari e degli antenati defunti. La pi grande
era una lucida immagine da rotocalco del fratello Khieu
Samphan, scattata poco dopo la firma degli accordi di pace

del 1991. E' in piedi accanto ai leader di tutte le principali
componenti politiche cambogiane: il principe Sihanouk,
Son Sann del centrista Fronte nazionale di liberazione del
popolo khmer, infine Hun Sen, del Partito del popolo cambogiano. Dalla fotografia trapela un generale senso di sollievo,
bonomia e ottimismo; sorridono tutti, ma Khieu
Samphan pi degli altri.

Nel 1950, quando Khieu Samphan, appena diplomato
al Liceo Sisowath, era andato a Parigi con una borsa di studio,
Khieu Seng Kim era solo un bambino. E aveva quattordici
anni quando il fratello era tornato, nel 1958, con
un dottorato della Sorbona. Conservava vivissimo il ricordo
del giorno in cui era andato ad accogliere il fratello
maggiore all'aeroporto di Pochentong: "Eravamo molto
poveri a quel tempo, e non potevamo permetterci di riceverlo
con ghirlande di fiori come facevano i ricchi. Ci abbracciammo
e stringemmo e tutti avevamo gli occhi pieni
di lacrime".

A quell'epoca, in Cambogia, un dottorato conseguito in
Francia significava un posto di alto livello nel governo, era
un modo per garantirsi l'accesso alle classi privilegiate del
paese. Era esattamente quello che la madre si aspettava, per
s e per la famiglia. Aveva lottato contro la povert per quasi
tutta la vita; il marito, un magistrato, era morto giovane,
lasciandola con cinque bambini da allevare. Ma quando,
malgrado le sue suppliche, il figlio decise di rifiutare le vantaggiose
offerte che riceveva, riprese a vendere ortaggi per
mantenere la famiglia. A distanza di tanto tempo Khieu
Seng Kim ricordava ancora l'adorato fratello, il brillante
economista laureato in Francia che, seduto accanto alla
madre, le dava una mano nel chiosco sulla strada.

Nel frattempo Khieu Samphan aveva insegnato in una
scuola, aveva fondato un influente giornale di sinistra e gradualmente aveva raggiunto la notoriet politica. Per un cer


to periodo aveva perfino fatto parte del gabinetto Sihanouk, e con la sua ascesa la situazione della famiglia era migliorata un po'.

Infine era venuto quel giorno del 1967 in cui si era volatilizzato
nella giungla.

Khieu Seng Kim ricorda bene quel luned 24 aprile
1967. Sua madre aveva messo in tavola la cena alle sette e
mezza e si erano seduti aspettando Khieu Samphan: arrivava
sempre intorno a quell'ora. Lo avevano aspettato fino alle
undici, senza mangiare, tendendo l'orecchio a ogni passo
e ogni rumore; infine sua madre era scoppiata a piangere.
Aveva pianto tutta la notte, "come un bambino che ha perso
la mamma".

In un primo tempo pensarono che fosse stato arrestato.
Un motivo c'era, due giorni prima infatti il principe Sihanouk aveva tenuto un discorso denunciando Khieu Samphan e due suoi intimi amici, i fratelli Hu Nim e Hou
Youn. Ma non si ebbe notizia di arresti n giunsero notizie
nei giorni seguenti.

A Khieu Seng Kim era sembrato di impazzire: non poteva
credere che il fratello che adorava, e che a quell'epoca
era il loro unico sostegno, avesse abbandonato la famiglia.
Aveva girato il paese in lungo e in largo, aveva fatto visita a
parenti e amici, a tutti chiedendo notizie del fratello. Nessuno
ne sapeva niente: solo molto pi tardi aveva saputo
che, proprio la sera in cui l'avevano aspettato inutilmente,
Khieu Samphan era stato fatto uscire illegalmente dalla citt sul carro di un contadino.

Non lo rivide mai pi.

Nel 1975, quando i primi quadri khmer rossi marciarono su Phnom Penh, Khieu Seng Kim si era precipitato
in strada e si era buttato loro addosso urlando: "Sono fratello
di Khieu Samphan, mio fratello  il vostro capo". L'avevano
guardato come se fosse pazzo. "La rivoluzione non

riconosce famiglie", gli avevano risposto spingendolo da
parte. Era stato deportato insieme alla moglie e ai figli e
costretto a marciare verso un campo di lavoro come chiunque
altro.

Come la maggior parte dei deportati, Khieu Seng Kim
era rientrato a Phnom Penh nel 1979, dopo che il regime
di Pol Pot era stato rovesciato dall'invasione vietnamita.
Aveva lavorato in fabbrica per un po', ma nel giro di qualche
mese si era scoperto che conosceva il francese e che prima
della rivoluzione faceva il giornalista. Il nuovo governo
si era messo in contatto con lui invitandolo a riprendere il
lavoro di un tempo. Aveva rifiutato, non voleva compromettersi o collaborare con il nuovo governo in alcun modo.
Invece aveva lavorato per qualche tempo come restauratore
al Dipartimento di Archeologia, e infine aveva trovato un
posto alla Scuola di Belle Arti.

"Ecco perch continuano a diffidare di me", mi disse
con un risolino. "Ancora adesso. Ecco perch vivo in un posto
come questo, mentre tutti nel paese si arricchiscono".

Sorrise accendendosi una sigaretta, sembrava che provasse
un oscuro piacere nel sentirsi escluso e spinto ai confini
di quel territorio selvaggio che decenni prima gli aveva
strappato il fratello. A quanto pare non aveva mai riflettuto
sul fatto che probabilmente in nessun altro paese al
mondo il nuovo governo avrebbe offerto un lavoro al fratello
di un uomo che era stato a capo di un regime colpevole
di genocidio.

Provai simpatia per Khieu Seng Kim, provai simpatia per
il suo strambo atteggiamento da fratello minore. Avrei voluto
che fosse ancora viva la madre, quella donna indomabile
che, una volta capito che il figlio maggiore non avrebbe esitato
a sacrificare l'intera famiglia sull'altare del proprio idealismo,
aveva tirato fuori la sua stuoia di paglia e aveva ripreso
a vendere ortaggi e frutta sulla strada. Lei sarebbe stata ca


pace di rammentare a Khieu Seng Kim alcuni segreti di famiglia.


Secondo il fratello, che aveva allora quattordici anni, al
ritorno dalla Francia Khieu Samphan parlava pochissimo
della sua vita da studente. Raccont tuttavia una storia che
gli  rimasta nitidamente impressa nella mente. Riguardava
un vecchio amico, Hou Youn, quasi un membro della famiglia.

Hou Youn e suo fratello Hu Nim erano stati due figure
cardine del movimento comunista cambogiano: insieme a
Khieu Samphan erano popolarissimi militanti della sinistra
negli anni Sessanta e primi Settanta. Allora come oggi, Poi
Pot preferiva fare il burattinaio, muovere i fili dietro un sipario
di anonimato organizzativo.

I due fratelli furono iniziati al radicalismo politico nello
stesso periodo di Khieu Samphan e Pol Pot: a Parigi parteciparono
agli stessi gruppi di studio; insieme fecero lavoro
di partito a Phnom Penh negli anni Sessanta, e nei tragici
primi anni Settanta combatterono insieme, spalla a spalla,
in condizioni di estrema durezza, mentre migliaia di tonnellate
di bombe cadevano tutt'intorno. Khieu Samphan e
i due fratelli erano cos uniti da diventare una leggenda collettiva,
erano conosciuti come "I tre fantasmi".

L'amicizia di Khieu Samphan con Hou Youn datava dai
giorni di scuola al Liceo Sisowath di Phnom Penh. Fu sigillata a Parigi negli anni Cinquanta ed  al centro della storia
che Khieu Samphan raccont al fratello tornando dalla
Francia.

Una volta, a Parigi, durante una riunione di cambogiani, Hou Youn fece un discorso in cui criticava il regime corrotto
e venale del principe Sihanouk. Per caso un funzionario
lo sent e gli venne sospesa per un anno la borsa di studio.
Anche la borsa di Khieu Samphan fu sospesa, dal momento che la loro strettissima amicizia era risaputa. Per
mantenersi si misero a vendere pane. Durante il giorno studiavano,
e la sera percorrevano la citt a piedi vendendo di
casa in casa le lunghe baguettes francesi. Con i soldi che
guadagnavano riuscivano a mantenersi e si compravano i libri,
e mangiavano il pane che non riuscivano a vendere. Era
duro guadagnarsi da vivere a quel modo, raccont Khieu
Samphan al fratello, ma nello stesso tempo assai divertente.
Percorrendo le strade notturne illuminate dai lampioni a
gas, immersi in una fitta conversazione, lui e Hou Youn riuscivano
in qualche modo a dimenticare quella notte dello
spirito che era piombata su di loro a Parigi. Avrebbero continuato
a camminare tutta la notte, con le profumate baguettes croccanti in spalla, sbirciando oltre le vetrine dei caff
e dei ristoranti, parlando della loro vita e del futuro...

Quando la rivoluzione cominci a divorare se stessa,
Hou Youn fu una delle prime vittime. La sua visione moderata
delle cose contrastava nettamente con l'ideologia col
lettivista ultraradicale del gruppo dirigente. Nell'agosto del
1975, pochi mesi dopo che i khmer rossi avevano preso il
potere, durante un comizio critic con forza la politica di
evacuazione delle citt. Si dice che sia stato assassinato per
ordine della dirigenza del partito mentre si allontanava dal
luogo del raduno. Suo fratello Hu Nim fu per un certo periodo
ministro dell'informazione. Poi, il 10 aprile 1977, lui
e sua moglie vennero portati al Centro interrogatori S-21,
la camera di tortura di Tuol Sleng, a Phnom Penh. Venne
eliminato parecchi mesi pi tardi, dopo aver confessato di
essere di tutto, da agente della CIA a spia vietnamita.

Khieu Samphan era allora a capo dello stato. Gli si attribuisce
un ruolo cruciale nella pianificazione delle epurazioni
di massa di quel periodo.

Per Khieu Samphan e Pol Pot, la morte di Hou Youn e Hu Nim e di migliaia di altre persone uccise nelle camere


di tortura o nei luoghi di esecuzione non rappresentava una
contraddizione, piuttosto una conferma del loro idealismo
e purezza ideologica. Per loro il terrore era una componente
essenziale dell'esercizio del potere. Era parte integrante
non solo di quel sistema coercitivo, ma dell'ordine morale
su cui si fondava il regime, una parte la cui migliore descrizione
resta ancora oggi quel verso che Bruckner, il pi preveggente dei drammaturghi, mette in bocca a Robespierre
(eroe prediletto di Pol Pot): "La virt  emanazione del terrore,
il terrore della virt", parole che ben si prestano come
epitaffio per il XX secolo.


Quelli che c'erano dicono che vi fu un momento di epifania
a Phnom Penh, nel 1981. Fu in occasione di un evento
tranquillo, relativamente oscuro: un festival durante il
quale la musica e la danza classica cambogiana tornarono in
scena per la prima volta dopo la rivoluzione.

Danzatori e musicisti giunsero a Phnom Penh da tutto il
paese. Tra essi Proeung Chhieng, uno dei ballerini e coreografi
pi famosi del paese: arriv a Phnom Penh da Kompong
Thom dove, dopo la caduta della repubblica di Kampuchea,
aveva riunito una piccola compagnia di ballo. Aveva
compiuto il suo tirocinio a palazzo fin da bambino, specializzandosi
nel ruolo di Hanuman, il dio-scimmia dell'epica
Ramayana, una delle glorie della danza khmer. Quell'addestramento
si sarebbe dimostrato provvidenziale per la
sopravvivenza di Proeung Chhieng: la sua abilit di clown
e di mimo lo aiut a convincere chi lo interrogava al campo
di lavoro della sua identit di pazzo analfabeta.

Al festival rivide, per la prima volta dopo la rivoluzione,
molti compagni di studio e insegnanti. "Piangevamo e ridevamo
guardandoci intorno per vedere chi altri era sopravvissuto.
Urlavamo di gioia: "Sei ancora vivo!" e subito scoppiavamo in lacrime pensando a qualcuno che era morto".

Quando cominciarono a prepararsi per lo spettacolo, si
diffuse tra gli artisti una certa costernazione: in pochi anni
moltissimi strumenti musicali, costumi e maschere erano
andati distrutti. Dovettero improvvisare nuovi costumi per
andare in scena, invece di ricche sete e broccati usarono cotonina prodotta da un'industria tessile di stato. Il teatro era
relativamente in buono stato, ma la luce si abbassava frequentemente e l'illuminazione era tetra e inaffidabile.

Eppure la gente si accalcava nel teatro. Onesta Carpene,
una volontaria cattolica italiana, era uno dei pochissimi stranieri
residenti a Phnom Penh in quel periodo. Rimase sbalordita dalla reazione della gente: la citt era a pezzi; c'erano
macerie ovunque, straripavano dalle case sui marciapiedi; le
strade erano intasate di automobili razziate; non c'erano soldi
e il cibo scarseggiava: "Non potevo immaginare che in
una situazione del genere la gente pensasse alla musica e alla
danza. Invece la gente continuava ad arrivare, e il teatro
era strapieno. All'interno faceva un caldo insopportabile".

Eva Mysliwiec, arrivata da poco per mettere in piedi una
missione quacchera, era presente a quel primo spettacolo.
Quando il primo musicista mise piede sul palcoscenico sent
intorno a s la gente che singhiozzava. Poi, quando danzatori
e danzatrici entrarono in scena con i loro costumi laceri,
confezionati in casa alla meno peggio, tutti scoppiarono
in lacrime, vecchi, bambini, giovani, soldati. "Si sarebbe
potuti uscire dal teatro in barca a remi".

Quelli che le sedevano accanto dissero: "Pensavamo che
fosse tutto perduto, che non avremmo mai pi riascoltato
la nostra musica, n rivisto la nostra danza". Non riuscivano
a trattenere le lacrime, il pubblico pianse durante l'intero
spettacolo.

Fu una sorta di rinascita, un momento in cui il dolore
della sopravvivenza si fuse inestricabilmente con la gioia di
vivere.



Petrofiction 1992 .

Se il commercio delle spezie ha un equivalente nel ventunesimo secolo, esso  certamente l'industria petrolifera. Il
valore economico e strategico del petrolio e la sua capacit
di provocare conflitti politici, militari e culturali di vastissima portata ne fanno il solo bene di consumo che abbia qualche analogia con il pepe. Il confronto  ovviamente assai sbilanciato perch, sotto ogni punto di vista tecnico,
prevale di gran lunga il petrolio, ma almeno in un campo il
primato spetta al commercio delle spezie, vaie a dire la qualit
della letteratura che seppe ispirare.

Solo pochi decenni dopo la scoperta della rotta per l'India,
il poeta portoghese Luis de Camoes scrive I Lusiadi, il poema epico che, facendo la cronaca del viaggio di Vasco da Gama, d al Portogallo un capolavoro letterario. Il petrolio, invece, non ha prodotto una parola degna di nota. In inglese,
per esempio, a parte qualche modesto esempio di letteratura
di viaggio e una mole di effimeri scritti accademici,
ha prodotto ben poco, nulla di paragonabile alla qualit e alla sottigliezza imellettuale dei diari di viaggio e delle narrazioni di scrittori portoghesi del sedicesimo secolo quali Duarte Barbosa, Tom Pires e Caspar Correia. Quanto a un
poema epico, neanche a pensarci. Per i suoi maggiori protagonisti
(che in sostanza significa gli Stati Uniti e il loro popolo da un lato, e i popoli della penisola Arabica e del golfo Persico dall'altro), la storia del petrolio costituisce un motivo
di imbarazzo che sconfina nell'indicibile, nel pornografco. E' forse l'unico terreno culturale sul quale le due parti si
trovano in completo accordo.

Tuttavia non si pu certo attribuire a sue implicite man


canze se il petrolio si  dimostrato letterariamente sterile.
Anzi,  difficile immaginare una vicenda altrettanto drammatica, o di analoga risonanza storica. Si pensi agli esordi
livingstoniani: gli occidentali con il loro impressionante armamentario tecnologico che piombano su piccole comunit
isolate nel cuore remoto di uno degli ambienti pi ostili
della terra. Si pensi al presente postmoderno: citt-stato dove
ognuno  virtualmente uno "straniero"; un mescolarsi di
popolazioni e culture di proporzioni prima inimmaginabili; sistemi schiavistici perversi e ricchezze senza uguali; deserti
trasformati dalla tecnologia e devastazioni militari
apocalittiche.

E una vicenda che provoca orrore, compassione, senso di
colpa, rabbia e molto altro, dipende dal punto di vista. Ma
una cosa si pu dire con assoluta certezza, e cio che nessuno
che abbia un minimo di coscienza o senso di autoconservazione pu permettersi di ignorarla. Perch dunque,
pur essendoci tanto da scrivere, questa vicenda si  dimostrata cos sterile per l'immaginazione?


Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la risposta non va
cercata lontano. Per moltissimi americani il petrolio ha cattivo
odore. Puzza di inevitabili intrighi oltreoceano, di una
preoccupante dipendenza dall'estero, di incertezza economica,
di imprese militari rischiose e costosissime; di migliaia
di vittime civili, tra cui innumerevoli bambini, e degli
inquietanti interrogativi sepolti con loro. Gi sgradevole
a livello della strada, l'odore del petrolio si fa pi acre
quando penetra nelle stanze dove si scrive e si legge letteratura
seria. Ci si aggiunge quella zaffata di profonda diffidenza
verso il mondo arabo e il mondo musulmano cos
diffusa nella vita intellettuale statunitense. E quel che 
peggio, comincia a puzzare di inquinamento e rischio am
bientale. Sempre pi fetido e maleodorante, diventa un

Problema di cui si pu scrivere solo nel linguaggio delle Risoluzioni.

Ma ci sono altre ragioni che spiegano l'assenza di un
Grande Romanzo Petrolifero Americano, e alcune si celano
all'interno delle istituzioni che configurano la scrittura
americana contemporanea. In effetti riesce difficile immaginare
una scuola di scrittura che insegna agli studenti come
orientarsi nei firmamenti inesplorati della scoperta e
dello sfruttamento del petrolio. In un certo senso la professionalizzazione della fiction ha avuto negli Stati Uniti un
effetto simile a quello che ebbe in Gran Bretagna in un'altra
epoca imperiale: come se, di fronte alla crescente elasticit geografica del coinvolgimento all'estero del paese, lo
sguardo narrativo, con perfetto tempismo, si fosse rivolto
all'interno, facendosi ancora pi introspettivo, ancora pi
concentrato sulla definizione di s. In altre parole, si  attenuto saldamente a una serie di temi e argomenti che hanno
una ben rodata tecnologia pedagogica. Provate a immaginare
uno scrittore americano di successo che si occupa del
petrolio. E' semplicemente inconcepibile. Non  gentile, naturalmente,
puntare il dito contro gli scrittori americani.
Non c' molto di cui potrebbero scrivere: n loro n in realt
nessun altro sa niente delle vicende umane che accompagnano
la produzione di petrolio. Ci si  dati molto da fare
per assicurarsi il mutismo sullo sfruttamento petrolifero:
da parte statunitense (occidentale), mediante sistemi di totale
segretezza corporativa; da parte araba, con la separazione
fisica e demografica degli impianti petroliferi e di chi ci
lavora dalle popolazioni native.

Non  un caso, dunque, se il genere "I miei giorni nel
Golfo" non  ancora stato inventato. La maggior parte degli
occupati occidentali di questa generazione non ha alcuna ragione
per rompere il silenzio intorno alla propria vita lavorativa.
Sul piano culturale la loro esperienza di lavoro in Me


dio Oriente  insignificante, vissuta per lo pi in quartieri
che sono la versione portatile di sobborghi occidentali.
La situazione  stranamente simile sul versante arabo, se
non fosse per un ghiribizzo della geografia - o meglio, della
geologia - cui si pu addossare almeno in parte la colpa
della sterilit letteraria del petrolio. Malignamente, il petrolio
volle farsi scoprire proprio in quelle zone del Medio
Oriente che sono state pi marginali nello sviluppo della
cultura e della letteratura araba moderna, lontanissime da
centri letterari come il Cairo e Beirut.

Fino a tempi molto recenti, il litorale del Golfo era considerato
una regione fuori mano nel mondo arabo, una specie
di frontiera i cui abitanti sono apprezzati pi per la loro
virtuosa semplicit che per le loro aspirazioni culturali.
La leggera piega del labbro che inevitabilmente accompagna
un simile atteggiamento si , se possibile, ulteriormente accentuata ora che molti scrittori arabi di Egitto e Libano
- paesi con economie traballanti ma floride tradizioni
letterarie - sono costretti a guadagnarsi da vivere nel Golfo.
Perci  improbabile che i giovani scrittori arabi scrivano
sul petrolio qualcosa di pi dei loro omologhi occidentali.
Quale che sia la durata della loro permanenza nel Golfo
o in Libia, quando si tratta di pratica letteraria preferiscono
attenersi ai temi familiari gi canonizzati dai loro
predecessori letterari. Ci sono naturalmente alcune interessanti
eccezioni (come il notevole romanzo dello scrittore
palestinese Ghassan Kanafani, Uomini sotto il sole), ma il
pi delle volte il Golfo serve soprattutto come metafora di
corruzione e decadenza, un surrogato per esprimere il risentimento
che moltissime persone nel mondo arabo nutrono
contro i regimi che governano i regni del petrolio.


A ben vedere, quelli che scrivono del petrolio sono pochissimi
ovunque. Il silenzio si estende ben oltre il mondo
arabofono o anglofono. Prendete il bengali, una lingua che
ha una forte dipendenza dal genere della letteratura di viaggio.
Ogni anno vengono pubblicati in lingua bengali decine
di diari di viaggio in America, Europa, Cina, eccetera,
nonch innumerevoli racconti e romanzi sugli espatriati in
New Jersey, in California e in vari paesi d'Europa. Eppure
le migliaia di bengalesi che vivono e lavorano nei regni del
petrolio non meritano quasi nessuna attenzione letteraria,
n del resto alcun interesse.

Essendo uno dei pochi che ha cercato di scrivere del fluttuante
universo del petrolio, posso testimoniarne la scivolosit, i molti modi con cui esso tende a traghettare la fiction nell'incoerenza. Dopotutto, forse, il mestiere stesso
della scrittura - o meglio la scrittura come oggi l'intendiamo
-  responsabile del mutismo del petrolio. Le esperienze
prodotte dal petrolio sono in contrasto con gran parte
degli imperativi storici che negli ultimi due secoli sono andati
configurando la scrittura dandole sue forme specifiche.
Il territorio petrolifero  di uno sconcertante multilinguismo, per esempio, mentre il romanzo, con le sue convenzioni
di dialogo naturalistico, si trova pi a suo agio all'interno
di comunit monolingue (vale a dire nazioni-stato).
Analogamente, il romanzo non  mai cos a suo agio come
quando si crogiola nel "senso del luogo", dimostrando la
sua capacit unica di evocare stati d'animo e atmosfera. Invece
le esperienze associate con il petrolio sono vissute in
uno spazio che non  affatto un luogo, in un mondo che 
intrinsecamente dislocato, eterogeneo e internazionale. Un
mondo che pone una sfida radicale non solo alla pratica
della scrittura come noi l'intendiamo, ma a gran parte della
cultura moderna: a nozioni quali l'idea di civilt riconoscibili e lontane, di "societ" riconoscibili e separate. Per
trovare universi analoghi bisogna guardare al Medioevo,
non alla modernit, ed  probabilmente questa la ragione


per cui esso elude cos abilmente lo sguardo della cultura
globale contemporanea. La verit  che non possediamo ancora
la forma che pu dare espressione letteraria allo sfruttamento
petrolifero.


Basterebbe questo per valutare in tutta la sua importanza
l'opera monumentale dello scrittore giordano Abd al-Rahman Munif, Cities of Salt (Le citt di sale), una pentalogia che mette a tema la storia del petrolio. Ma si d il caso
che il primo romanzo del ciclo sia anche narrativamente
riuscito, addirittura grande in alcune sue parti. Alcuni anni
fa  stato pubblicato in inglese con il titolo eponimo Cities
of Salt, nell'eccellente traduzione di Peter Theroux, e ora 
uscito il secondo, The Trench (La trincea).

La prosa di Munif, impregnata di ambiguit e insolite
espressioni dialettali,  assai difficile da tradurre, perci la
traduzione di Theroux va senz'altro elogiata, soprattutto
quella del primo libro, dove ha fatto un lavoro magnifico.
Si mantiene scrupolosamente fedele sia alla lettera sia allo
spirito dell'originale, senza sacrificare in nulla la leggibilit.
Theroux  intervenuto su aspetti che possono sembrare secondari,
la punteggiatura e le opzioni tipografiche. (Ha
numerato ogni capitolo, sebbene il testo arabo non abbia
veri capitoli, solo stacchi pi ampi tra una pagina e l'altra; ha inoltre soppresso lo stratagemma di punteggiatura che
Munif predilige: frase o paragrafi che si chiudono con due
punti fermi anzich uno, per indicare indeterminatezza, assenza
di conclusioni, quel che sar...) Sono cambiamenti
abbastanza modesti, ma il risultato  un testo molto pi
"naturalistico" dell'originale. Un giorno o l'altro qualche
professore di letterature comparate si divertir utilizzando
la traduzione di Theroux per documentare i cambiamenti
di protocollo che i testi subiscono per conformarsi ad aspettative
culturali diverse.

In arabo il titolo del primo romanzo di Munif ha la connotazione di "luogo selvaggio", o "deserto", e si apre con
quello che  forse il migliore e pi dettagliato resoconto letterario
di quel mitico evento, il Primo Incontro, .tanto pi
interessante perch per una volta viene visto dalla parte sbagliata
del cannocchiale. Il romanzo inizia in un'oasi il cui
nome la identifica come una sorgente, o un inizio: Wadi al-Uyoun, una "eruzione di verde nell'aspro, crudele deserto".
Per le carovane che ci passano di tanto in tanto, e per i suoi
abitanti, il wadi  un "paradiso terrestre", e pi che mai
paradisiaco esso sembra a un certo Miteb al-Hathal ("il
piantagrane"), un anziano della trib al-Atoum:


Se lo si lasciava parlare del Wadi al-Uyoun, Miteb al-Hathal poteva
andare avanti in eterno, perch non era capace di limitarsi
all'aria buona e alla dolcezza dell'acqua [...] o alle splendide notti;
avrebbe raccontato storie che in alcuni casi risalivano ai tempi
di No, o almeno cos dicevano i vecchi.


Ma strani portenti cominciano a turbare quel paradiso terrestre.
Una sera, al tramonto, uno dei figli di Miteb torna
dopo aver condotto il bestiame ad abbeverarsi e dice al padre
dell'arrivo di "tre stranieri con due arabi delle paludi, e
parlano arabo [...] La gente dice che sono venuti a cercare
l'acqua". Ma quando Miteb va a controllare di persona, vede
che si dirigono verso "luoghi dove nessuno si sognava di
andare", raccogliendo "cose impensabili" e scrivendo "cose
che nessuno capiva,, e arriva alla conclusione che "non sono
di sicuro venuti per l'acqua, vogliono qualcos'altro. Ma
cosa potevano volere? Cosa c'era in quell'arido deserto se
non polvere, sabbia e carestia?"

Il popolo del wadi sente gli stranieri fare domande "sui
dialetti, sulle trib e le loro controversie, sulla religione e le
sette, sulle rocce, i venti e la stagione delle piogge"; li sente


citare il Corano e ripetere le formule della professione di fede
musulmana; e comincia a domandarsi se non siano dei
jinn, perch tipi come quelli, che sapevano tante cose e parlavano l'arabo eppure non pregavano mai, non potevano
essere musulmani n esseri umani normali. Studiando i
portenti, Miteb il piantagrane sente che qualcosa di terribile
sta per abbattersi sul wadi e i suoi abitanti, ma non sa di
cosa si tratti n come prevenirlo. Poi all'improvviso, con generale sollievo, gli stranieri se ne vanno e il wadi torna, con
un disagio impercettibile, alle abitudini di sempre.

Ma presto gli stranieri fanno ritorno. Non sono pi generici
"stranieri" bens americani, e ce ne sono dappertutto,
scavano, raccolgono campioni e distribuiscono "monete
d'oro inglesi e arabe". Tale munificenza presto guadagna loro
degli amici nel wadi, ma anche i pi intimi dei loro accoliti
ne osservano con perplessit il comportamento. "Nulla
era pi strano delle loro preghiere mattutine: cominciavano
scalciando e sollevando in alto le braccia, muovendo
il corpo a destra e a sinistra, e infine toccandosi i piedi fino
a ridursi ansanti e fradici di sudore". Poi arriva un gran numero
di "mostri di ferro gialli", accrescendo lo stupore confuso
degli abitanti del wadi: "Ci si poteva avvicinare senza
pericolo? A cosa servivano e come si comportavano, man
giavano come gli animali oppure no?" Temendo il peggio,
il popolo del wadi va dall'emiro a protestare, solo per sentirsi dire che gli americani sono "venuti dall'altro capo del
mondo per aiutarci" perch "ci sono oceani benedetti sotto
la nostra terra".

Le proteste vengono rapidamente messe a tacere, Miteb
e altri piantagrane vengono minacciati di morte e in pochi
giorni i "mostri di ferro gialli" radono al suolo le case e gli
orti del wadi. Quando vede l'amato wadi distrutto, Miteb
monta la sua bianca cammella Omani e svanisce tra i monti,
trasformandosi in una profetica figura spettrale che

emerge solo occasionalmente dal deserto per piangere il tragico
destino e terrorizzare coloro che collaborano con gli
uomini del petrolio. Quanto alla sua famiglia e agli altri
abitanti del villaggio, in breve tempo se ne vanno, unendosi alle carovane di passaggio. Alcuni partono alla volta di un
villaggio costiero chiamato Harran ("il Surriscaldato"), dove
verranno costruiti i nuovi impianti petroliferi, un "pugno
di basse casupole di fango, molto simile a ci che erano
Doha e Kuwait qualche decina d'anni fa.


Il resto della narrazione di Munif si concentra sulle prime
fasi della trasformazione di Harran: le prime strade, il
graduale afflusso di gente, la costruzione degli impianti petroliferi,
del porto e del palazzo dell'emiro. Lavorando a
turni, gli operai arabi appena arrivati e i loro supervisori americani danno vita a due nuove citt, una Harran araba
e una Harran americana. Ogni sera, dopo la giornata di lavoro,
gli uomini si trascinano

in due fiumane che scorrono lungo un pendio, una ampia e una
piccola, gli americani verso il loro settore e gli arabi verso il proprio,
gli americani alla loro piscina, dalla quale il chiasso raggiunge
le vicine baracche dietro il ilio spinato. Quando cadeva
il silenzio gli operai capivano che gli americani si erano ritirati
nelle loro camere con l'aria condizionata e le tende spesse che
chiudevano fuori ogni cosa: la luce del sole, la polvere, le mosche,
e gli arabi.


Ben presto Harran cessa di appartenere al suo popolo, e l'episodio
pi importante accaduto durante la costruzione
della nuova citt ha ben poco a che fare con loro. E' la storia
di un mercantile Ro-Ro2 che attracca per una breve visita,
a beneficio degli americani che vivono nella citt petrolifera
ancora non finita:


Gli stupefatti abitanti di Harran si avvicinavano [alla nave] impercettibilmente, passo a passo, come sonnambuli. Non riuscivano
a credere ai loro occhi e orecchie. Dove mai era esistito
qualcosa di simile a quella nave, cos enorme e magnifica? Dov'erano mai nel mondo donne come quelle, che somigliavano
sia al latte sia ai fichi nel loro abbronzato biancore? Possibile
che degli uomini osassero farsi vedere in giro con le donne, senza
timore degli altri? Erano le loro mogli, o fidanzate, o qualcos'altro?


Per un giorno e una notte gli abitanti di Harran stanno a
guardare gli americani della citt petrolifera che si divertono
con le donne appena arrivate, e quando infine la nave se
ne va "le palle degli uomini stanno per esplodere". Proprio
questo evento finisce per segnare l'inizio della storia della citt:


Quel giorno diede a Harran una data di nascita, documentando
quando e come era stata costruita, perch la maggior parte della
gente non ha memoria di Harran prima di quel giorno. Perfino
i nativi, che ci vivevano fin dall'arrivo del primo terrificante
gruppo di americani e assistevano spaventati al riallineamento della fascia costiera e delle colline - gli harranesi, nati e cresciuti l, intristiti dalla distruzione delle loro case, rammentando
le antiche sofferenze dei migranti smarriti e i defunti, - ricordavano
il giorno in cui era arrivata la nave meglio di qualunque altro
giorno, con paura, dolore, sorpresa. Era praticamente la soIa
data che ricordavano.


La nota pi stonata in Cities of Salt  riservata alla conclusione.
Il romanzo si chiude con un drammatico confronto
tra la vecchia e la nuova Harran: tra un mondo in cui l'emiro si sedeva nei caff a spettegolare con i beduini, dove
ognuno aveva tempo per gli altri e nessuno era mai cos malato
da avere bisogno di medicine vendute per denaro, e un

universo in cui Mr. Middleton della compagnia petrolifera
ha in pugno le loro vite, dove il medico libanese appena arrivato,
il dottor Subhi al-Mahmilji ("medico chirurgo, specialista
in malattie interne e veneree, universit di Berlino e
Vienna), impone alte tariffe per minuscole prestazioni,
dove l'emiro spia la citt con il telescopio e ha bisogno della
polizia segreta per sapere che cosa pensa la gente. "Le cose
vanno ogni giorno peggio", dice un abitante di antica data
di Harran, indicando col dito l'enclave statunitense. "Io
ve l'avevo detto, l'avevo detto a ognuno di voi, gli americani
sono la malattia, sono la radice del problema e quello che
 successo non  niente rispetto a ci che hanno in serbo
per noi".

La svolta awiene quando una serie di eventi - un omicidio
della polizia segreta, apparizioni del piantagrane Miteb,
il licenziamento di ventitr operai - spinge i lavoratori di
Harran a inventarsi spontaneamente uno sciopero. Smettono di lavorare e marciano attraverso la citt cantando:


[...] l'oleodotto fu costruito da animali da preda,
difenderemo i nostri diritti,
non appartiene agli americani,
questa terra  la nostra terra.


Poi, guidati da due figli di Miteb il piantagrane, prendono
d'assalto gli impianti petroliferi, spazzando via la polizia segreta
dell'emiro e i guardiani della compagnia, e liberano
alcuni dei loro compagni rimasti intrappolati all'interno. Il
libro finisce con un inequivocabile trionfo dei lavoratori:
l'emiro mezzo impazzito fugge dopo aver ordinato alla
compagnia petrolifera di reintegrare i dipendenti mandati a
spasso.


Non  difficile capire perch Munif cede alla tentazione


di chiudere il libro con una nota di ottimismo. La sua 
una storia terribilmente penosa, un lento, tortuoso raccontare
le insensate umiliazioni che un popolo infligge a un altro.
Piuttosto che alla rabbia, Munif affida l'efficacia della
sua narrazione al graduale accumulo di dettagli. Gli uomini
del petrolio americani non sono n rapaci n senza cuore.
Al contrario, sono entusiasti, pratici, curiosi. Quando
vengono invitati a un matrimonio arabo, fanno domande
"su ogni cosa, sulle parole, sugli abiti e il cibo, sui nomi
dello sposo e della sposa e se si conoscevano prima, e se si
sono mai incontrati [...]. Ogni piccola cosa suscita lo stupore
degli americani". Non  attraverso il confronto diretto
che gli harranes vengono umiliati. Al contrario. La loro
 l'indegnit di non essere presi minimamente sul serio,
di essere visti come un ostacolo che ha il peso di un insignificante
intoppo tecnico nel processo di estrazione del
petrolio.

Meglio di qualunque altro, il metodo di Munif ci mostra
perch cos tante persone in Medio Oriente sono disposte
ad arrampicarsi sugli specchi pur di riconquistare un
qualche rispetto di s; perch cos tanti sauditi, ad esempio,
hanno vissuto l'umiliazione dell'esercito iracheno come una
propria umiliazione. Ma la storia in realt  ancora pi cupa
della versione che ne d Munif, e il finale che lui sceglie
 fondato su una pia illusione. Che probabilmente ha pi a
che fare con la sua storia personale che con la storia del petrolio
nel Golfo.


Abd al-Rahman Munif  nato nel 1933 in una famiglia di
origine araba saudita stabilitasi in Giordania. (In seguito fu
privato della cittadinanza saudita per ragioni politiche). Ha
studiato a Baghdad e al Cairo e ha conseguito un dottorato
in economia del petrolio all'universit di Belgrado. Era l'epoca
del socialismo di Tito, quando i libri degli scrittori progressisti finivano immancabilmente con una vittoria della
classe operaia. Da allora la sua vita lavorativa si  svolta per lo
pi nell'industria petrolifera in Medio Oriente, seppure in
un angolo molto appartato: ha ricoperto incarichi di rilievo
nella compagnia petrolifera siriana, ed  stato redattore capo
di un giornale iracheno, "Oil and Development".

Questo per dire che nessuno meglio di lui pu sapere che
l'episodio che chiude il romanzo non  che una fantasia
escapista. Lui sa certamente che le maestranze delle multinazionali petrolifere nella penisola Arabica non sono mai
riuscite a diventare politicamente incisive. Quando, negli
anni Cinquanta, diedero segni di scontento furono brutalmente ed efficacemente represse dai governi, con l'appoggio
delle compagnie petrolifere. Negli anni Settanta e Ottanta,
coloro che contano negli sceiccati del petrolio (e chi sa esattamente
chi sono?) hanno seguito un'attenta strategia per tenere
a bada la manodopera: hanno contenuto la componente
araba della forza lavoro entro un livello numerico rigidamente
controllato importando consistenti fette di migranti dai paesi pi poveri dell'Asia.

Tale politica si  dimostrata spettacolarmente efficace sul
breve periodo. Ha creato una classe di lavoratori che, separati
dalla popolazione nativa (e da chiunque altro) da barriere
culturali e linguistiche, ha una passivit politica inimmaginabile
per una forza lavoro araba entro un mondo arabofono; una classe che  facilissimo controllare perch vive
sotto la minaccia permanente della deportazione. E' di fatto
una classe di zeloti virtualmente privi di ogni diritto e
spesso soggetti alle forme pi odiose di abuso fisico. La loro
esperienza dimostra quanto sia ridicola la retorica dei diritti
umani che ha accompagnato la guerra del Golfo; il fatto
che la guerra non abbia prodotto alcun cambiamento
.nelle politiche del lavoro degli sceiccati del petrolio  la
prova, agli occhi di milioni di persone in Africa e in Asia,


che il "nuovo ordine mondiale"  fatto per difendere i diritti
di alcuni popoli a spese di altri.

La storia degli esiti reali dello scontento politico che
Munif descrive in Cities of Salt, diversamente dal finale del
romanzo, non  fatta per riscaldare il cuore. Ma se a questo
proposito lo si pu accusare di ingenuit, bisogna dare atto
a Munif di aver compreso che, l dove si pretende che stia
nascendo la democrazia, il posto di lavoro  il luogo stesso
in cui vennero poste le fondamenta dell'odierno autoritarismo degli sceiccati del petrolio.

Nei media occidentali  ormai un luogo comune che le
aspirazioni democratiche della penisola Arabica siano una
delle novit introdotte dal petrolio e dal conseguente collasso
della societ "tradizionale". Di fatto, in molti casi,  vero
esattamente il contrario: il petrolio e il tipo di sviluppo che
ha comportato sono i diretti responsabili della repressione di
qualunque aspirazione o tendenza democratica nell'area.

In alcuni paesi del Golfo, come il Bahrain, la cui importanza
commerciale  di gran lunga precedente alla scoperta
del petrolio, esistevano da tempo consistenti gruppi di uomini
d'affari, professionisti, forza lavoro qualificata, uno
strato non dissimile da una classe media. Nel suo insieme
quella classe condivideva l'ideologia dei movimenti nazionalisti
di vari paesi confinanti come l'India, l'Egitto e l'Iran.
Proprio le loro aspirazioni liberali sono state le vittime del
frutto pi bizzarro e criminale del petrolio: il petro-despota, ammantato della sua candida dish-dasha e fornito di un
arsenale all'avanguardia. La creatura di cui Munif si prepara
a raccontare gestazione e nascita nel secondo volume della
pentalogia, The Trench.


Purtroppo The Trench  assai deludente. La narrazione si
sposta da Harran a una citt dell'interno, Mooran ("la Mutevole"), la sede della dinastia che governa il paese. Con lo

spostamento nella capitale, l'obiettivo della narrazione si
sposta sui governanti.

E' una storia piuttosto comune negli sceiccati della penisola
Arabica: comincia con l'ascesa al potere di un sultano
che si chiama Khazael, e finisce con la sua deposizione a
opera di una fazione rivale della sua stessa famiglia. Munif
descrive le trasformazioni che avvengono durante il regno
del sultano Khazael seguendo la carriera di uno dei suoi pi
autorevoli consiglieri, il dottor Subhi al-Mahmilji (che aveva
gi svolto un ruolo importante nella costruzione di Harran). La storia ha enormi potenzialit, ma la voce di Munif
non  all'altezza delle esigenze narrative. Perde quella nota
di stupore, di curiosit distaccata e rispettosa che rende cos
affascinanti alcune parti di Cities of Salt, mentre non acquista
n il volume n la variet di sfumature che il materiale
narrativo richiederebbe.

Scivola nella satira, e il cambiamento si rivela disastroso.
E' un tentativo coraggioso - non per nulla i libri di Munif sono banditi in molti paesi della penisola Arabica - ma
la satira non ha alcuna probabilit di successo quando
prende di mira persone come il sultano Khazael e la sua famiglia.
Nessuno, certo nessuno scrittore di fiction, pu
sperare di mettere in ridicolo le famiglie reali della penisola
Arabica pi di quanto non facciano esse stesse. Come si
pu dedurre da innumerevoli reportage giornalistici, il
puntuale resoconto dei loro comportamenti immiserisce
l'immaginazione romanzesca. Agli occhi di tutto il mondo,
arabo e non arabo, lo sceicco del petrolio esiste praticamente
solo come caricatura;  il pi robusto simbolo di decadenza,
ipocrisia e corruzione della fine del ventesimo secolo.
Pregiudica la possibilit stessa della satira. Ovviamente
non  sempre cos. Le assurde coercizioni della prima generazione
di sceicchi del petrolio nascevano da una storia
di difficolt realmente tragiche. Ma quei dilemmi molto


concreti sono ridotti a caricatura nel sultano Khazael di
Munif.

Anche quando funziona, la satira di Munif trae alimento da una sorta di nostalgia, un romantico volgersi indietro
a un passato primigenio, incontaminato. Qui gli intrusi
non sono soltanto gli americani delle compagnie petrolifere: ogni "straniero"  in qualche misura un intruso a Harran e Mooran. Cos che Munif finisce per ignorare proprio
quell'elemento della storia dei paesi petroliferi che dovrebbe
invece suscitare la sua curiosit, l'eccezionale miscela di
culture, popoli e lingue che  derivata dalla scoperta e dallo
sfruttamento del petrolio.

I lavoratori provenienti da altre parti dell'Asia praticamente
non compaiono in tutta la storia di Munif. E quando
accade, o sono stereotipi (un medico pakistano in Cities
of Salt si chiama Muhammad Jinnah) o sono folle senza
volto, simbolo massificato del caos: "Un tempo Harran era
stata una citt di pescatori e migranti che tornavano a casa,
ma adesso non apparteneva a nessuno; i suoi abitanti erano
privi di volto, di tutte le variet eppure stranamente uguali. Erano l'umanit intera e tuttavia nessuna umanit, un
assembramento di lingue, accenti, colori e religioni". Ironia
vuole che l'autore di The Trench resti prigioniero di quella
che doveva essere la sua vittima. Quando Munif passa dalle
prime fasi dello sfruttamento petrolifero, dove i ruoli, le
identit e gli attributi delle due parti in causa sono chiaramente
assegnati, a una realt pi complessa - il presente affollato,
plurilingue, culturalmente polifonico della penisola
Arabica -  incapace di liberarsi dai lacci della xenofobia, del bigottismo e del razzismo creati proprio da personaggi come il sultano Khazael. Nel suo fallimento, The Trench costituisce
la riprova delle difficolt che l'esperienza del petrolio
pone all'immaginazione romanzesca.



Un egiziano a Baghdad

1990.


L'ultima volta che ho parlato con Nabeel  stato pi di un
anno fa. Lui era a Baghdad. Io a New York. Non fu facile
mettersi in contatto. Il servizio informazioni indicava un
prefisso per Baghdad, ma dopo giorni di tentativi, tutto
quello che ero riuscito a ottenere era un messaggio registrato
con cui mi si comunicava che il numero che avevo composto
non esisteva. Alla fine dovetti prenotare la chiamata.
Idoperatrice impieg parecchio tempo, ma finalmente udii
all'altro capo una voce che parlava l'arabo brusco e rotondo
dell'Iraq: "S? Chi parla?"

I familiari di Nabeel mi avevano detto che faceva il commesso
in un negozio di fotografa il cui proprietario era iracheno;
Nabeel lavorava per lui dal 1986, quando aveva lasciato
il suo villaggio in Egitto ed era andato in Iraq. C'era
un telefono, nel negozio, e il proprietario era abbastanza
gentile, un iracheno abbastanza gentile, che permetteva a
Nabeel di ricevere telefonate.

Lo immaginavo come un grosso uomo obeso, il boss di
Nabeel, seduto a un'estremit del bancone, dietro la cassa,
con accanto il telefono e un poster Kodacolor di una montagna
bianca di neve sulla parete alle sue spalle. Indossava una jallabeyya blu e un copricapo di merletto bianco; aveva
baffi accuratamente spuntati e un paio di occhiali da sole
infilati nella tasca sul petto. Il telefono accanto a lui era di
un modello antiquato, nero e pesante, e Nabeel e gli altri
commessi dovevano chiedergli il permesso per telefonare. A
New York era notte fonda, perci a Baghdad doveva essere
mattina presto. Il negozio doveva aver aperto da poco. Probabilmente
non c'erano ancora clienti.


"C' Nabeel?" domandai.

"Chi?" disse la voce.

"Nabeel Idris Badaway", gridai, l'egiziano".

Grugn. " Wa min inta?" disse. "E lei chi ?"

"Sono un suo amico, gli dica che  il suo amico indiano.
Capir".

"Che cosa? Di dove?"

"Indiano, ya raiyis", dissi io, "pu dirglielo, per favore? E
un po' alla svelta. Chiamo dall'America".

"Dall'America?" url di rimando nella cornetta. "Ma
non ha detto che  indiano?"

"S, lo sono.., sono in America solo di passaggio. Mi passi
Nabeel, per favore, ya raiyis... "

Lo sentii gridare attraverso la stanza: " Ya Nabeel, c' un
tizio che ti vuole parlare, un indiano o qualcosa del genere".

Fin dalle sue prime parole di saluto capii che la mia telefonata
coglieva Nabeel completamente di sorpresa. Ed
era pi che naturale. Erano passati otto anni da quando
avevo lasciato il suo villaggio. Lui e la sua famiglia mi avevano
aiutato nel periodo in cui ero stato laggi per una ricerca,
nel 1980 e 1981. Avevo venticinque anni; Nabeel era
un po' pi giovane. Eravamo diventati molto amici, e dopo
la mia partenza ci eravamo scritti regolarmente, tra India
ed Egitto. Poi lui era andato a fare il servizio militare e
aveva smesso di scrivere. Dopo qualche tempo avevo smesso
anch'io.

Non poteva assolutamente immaginare che fossi negli
Stati Uniti. N io sapevo, fino a poche settimane prima,
che lui fosse a Baghdad. Adesso lo sapevo perch ero appena
stato in Egitto e avevo fatto visita al suo villaggio e alla
sua famiglia.

"Nabeel non c', ya Amitab", mi aveva detto Fawzia, sua
cognata, dopo essersi ripresa dallo shock di vedermi sulla
porta. Non  qui,  in Iraq".

Mentre mi invitava a entrare, si aggirava per la casa nervosamente, alimentando la stufa a cherosene, cercando il t
e lo zucchero. Era una donna graziosa, di buon carattere,
che mi aveva sempre accolto in casa con simpatia: nel periodo
in cui vivevo nel villaggio aveva sposato Aly, fratello
maggiore di Nabeel.

"Nabeel se n' andato due anni fa, disse, "insieme con
suo cugino Ismail. Ti ricordi di lui?"

Me ne ricordavo. Era il miglior amico di Nabeel, oltre
che suo cugino, anche se non avrebbero potuto essere pi
diversi. Ismail era vivace, energico, sempre pronto allo
scherzo e alla battuta; Nabeel al contrario era riflessivo e serio,
con una marcata non-inclinazione per qualunque attivit
che richiedesse vigore. Quando camminava nei sentieri
del villaggio lo faceva con aria solenne, meditabonda, in
netto contrasto con l'andatura saltellante del cugino.

"Se ne sono andati in Iraq subito dopo il servizio militare",
disse Fawzia, "ci sono andati per far soldi".

Avevano affittato una camera con altri uomini del villaggio,
mi raccont, e vivevano, cucinavano e mangiavano
tutti insieme. Prima della loro partenza, Fawzia aveva insegnato
a Nabeel e Ismail a cucinare alcune cose, in modo che
potessero cavarsela. Ismail lavorava come operaio edile.
Nell'edilizia si guadagnava bene; Nabeel guadagnava meno
come commesso di un fotografo, ma il lavoro gli piaceva.
Ismail aveva cercato di convincerlo a lavorare con lui, ma a
Nabeel non interessava.

"Tu lo conosci", disse ridendo, "ha sempre desiderato un
lavoro in cui non ci fosse da sporcarsi i vestiti".

Pi tardi, dopo che suo marito Aly fece ritorno dai campi,
e tutti finimmo di mangiare, mi diede il numero del negozio
di Baghdad. All'incirca ogni due mesi, lei e i fratelli
di Nabeel si recavano all'ufficio postale di una citt vicina e
gli telefonavano a Baghdad.


"Costa molto", disse, "ma riesci a sentirlo come se fosse
nella casa accanto".


Naturalmente Nabeel non poteva telefonare, ma di tanto
in tanto parlava al registratore e mandava una cassetta.
Lui e i suoi fratelli erano andati tutti alla scuola superiore;
Nabeel aveva perfino un diploma del college. Ma continuavano
a considerare la parola detta pi rassicurante della
parola scritta.

"Devi sentire la sua voce al registratore", disse Aly, e tir
fuori una cassetta. La sistem con cautela in un grosso apparecchio
radioregistratore e ci sedemmo in cerchio ad
ascoltare. La voce di Nabeel era molto solenne e parlava
come un cairota, sembrava quasi che avesse dimenticato il
dialetto del villaggio.

"Parla sempre cos, adesso?" chiesi a Fawzia.

"Oh, no", rise lei, "parla cos perch  una cassetta. Al telefono
 sempre il solito.

Nabeel non diceva quasi nulla di s e della sua vita in
Iraq, solo che stava bene e che gli avevano aumentato il salario.
Faceva un elenco dettagliato di tutte le persone a cui
voleva che portassero i suoi saluti: membri del suo lignaggio,
gente del villaggio, compagni di scuola. Poi dava notizie di
tutti quelli del villaggio che erano in Iraq: il tale stava bene,
un altro si era trasferito in un'altra citt, e un altro ancora
stava per tornare a casa. Infine dava alla famiglia precise
istruzioni su ci che dovevano fare con il denaro che mandava
loro: quali aggiunte fare alla casa, come dovevano essere
esattamente le stanze, quanto spendere per i pavimenti, le
finestre, il tetto. I suoi fratelli stavano in ascolto, rapiti, anche
se avevano gi sentito il nastro parecchie volte.

Poi Aly mi diede l'indirizzo di Nabeel. Consisteva nel
numero di una strada contrassegnata da un numero, nella
"Nuova Baghdad". Mi immaginai un progetto di sviluppo
urbano del tipo che si sta affermando nell'arido hinterland
del Cairo e di New Delhi: strade diritte, senza alberi, e blocchi
di edifici gialli divisi in "Interni", "Facciate" e "Settori".

"Devi telefonargli, mi disse uno dei fratelli minori di
Nabeel, "ne sarebbe contento. Sai che ha conservato tutte le
tue lettere avvolte in un sacchetto di plastica? Parla ancora
di te, moltissimo. Senti, una volta non gli hai raccontato..."

E raccont, quasi parola per parola, una mia vecchia
conversazione con Nabeel. Nulla di speciale, una storia del
mio college a Delhi, ma per qualche ragione l'avevo scritta
sul diario, quello stesso giorno, finch era ancora fresca nella
memoria. Di recente avevo riletto il mio diario, ecco perch
sapevo che il fratello di Nabeel aveva ripetuto quella
conversazione, o almeno una parte di essa, quasi alla lettera,
in ogni minimo dettaglio. Ero stupefatto. Mi sembrava
una sfida impossibile e assai commovente al tempo e alle
leggi del sentito dire e della memoria.

"Certo che gli telefoner", dissi al fratello di Nabeel, "lo
chiamer presto, dall'America".

"Devi dirgli che stiamo tutti bene e che dovrebbe mandarci un'altra cassetta".

"Non si stupir", disse Fawzia, "sentendo al telefono la
voce di Amitab? Penser che qualcuno si stia prendendo
gioco di lui".

"Gli scriveremo per avvertirlo", promise Aly, "gli scriveremo
domani, cos non si sorprender. Gli diremo che lo
chiamerai dall'America".


Ma non gli avevano scritto: la sorpresa nella voce di Nabeel mentre mi salutava al telefono ne era la prova. Quanto
a me, seppure avvantaggiato, ero quasi altrettanto stupito,
anche se per una diversa ragione. Quando vivevo al villaggio,
nel 1980-81, Nabeel e Ismail avevano piani precisi
per l'immediato futuro: aspiravano a un lavoro salariato al


Ministero dell'Agricoltura. A quell'epoca certo non immaginavamo che nel giro di pochi anni sarebbero andati all'estero
e avremmo potuto parlare al telefono a migliaia di
chilometri di distanza.

Allora c'era un solo telefono nel villaggio. Per quanto se ne sapeva non aveva mai funzionato. Non era quello il suo
scopo, era un simbolo, uno scettro. Apparteneva al governo,
ed era collocato nella casa del capo del villaggio. Quando
un capo veniva sconfitto alle elezioni locali, il telefono
veniva ritualmente rimosso dalla sua casa e consegnato al
vincitore. Alla testa di una processione, con accompagnamento di tamburi e spari, come se fosse una sacra reliquia.
"Abbiamo trasportato il telefono, quell'anno", avrebbe ricordato
la gente intendendo: "Abbiamo vinto le elezioni".

La famiglia di Nabeel era una delle pi povere in un villaggio
tutt'altro che prospero. Alcune famiglie possedeva
no pi di cinque feddan di terra, ma la maggior parte ne
possedeva soltanto uno o due. La famiglia di Nabeel non
ne possedeva nessuno. Proprio per questa ragione lui e i
suoi fratelli avevano ricevuto un'educazione: le scuole e i
college erano gratuiti, e non c'era terra a reclamare il loro
tempo.

Nabeel viveva con i genitori, Aly e Fawzia, e altri tre fratelli
in una capanna di tre stanze, di fango cotto al sole.
Quando c'era qualcosa da fare, Aly lavorava nei campi, a
giornata; il padre guadagnava un modesto salario come sentinella
del villaggio. Era un uomo piccolo, delicato, con le
guance cotte dal sole e occhi grigi acquosi. Come sentinella,
possedeva un fucile, un vecchio Enfield, che teneva in
un baule chiuso a chiave sotto il letto. Diceva di averlo usato
per l'ultima volta circa quindici anni prima, quando
qualcuno aveva visto una banda di ladri attraversare di corsa
i campi di grano di Hassan Bassiuni. I ladri erano fuggiti,
ma il fucile aveva falciato met del campo - in realt somigliava a un grosso archibugio. Lui ne era orgogliosissimo.
Una volta, quando scoppi un incendio nella casa di Shahata Hammoudah e tutti si davano da fare in qualche modo,
mi accorsi che il padre di Nabeel correva nella direzione
opposta. Quando guardai di nuovo lo vidi, in piedi sull'attenti
di fronte alla casa che bruciava: reggeva il suo fucile
sorridendo con aria benevola.

La madre di Nabeel, una donna scura dalle ossa sottili,
si disperava in segreto per suo marito. "E' stato sconfitto dal
mondo", diceva talvolta, "non c' nessuno a fianco di Nabeel e dei suoi fratelli se non loro stessi".

Adesso erano passati otto anni, il padre e la madre di
Nabeel erano morti. "La cosa pi triste", mi disse Fawzia,
" che non abbiano vissuto abbastanza per vedere come sono
cambiate le cose per noi".

Sparite le tre stanze dalle pareti di fango, al loro posto
c'era un bungalow, o quantomeno il suo scheletro: quattro
o cinque stanze, tutt'altro che finite, ma costruite con mattoni
e cemento, e interamente abitabili. C'erano le basi per
una stanza da bagno, una cucina, un soggiorno, e anche per
un altro appartamento al piano di sopra, identico a quello
di sotto. Ci avrebbe vissuto Nabeel quando si fosse sposato,
mi disse Fawzia. Lei, dal canto suo, era soddisfatta: ora possedeva
un televisore, un registratore e una lavatrice.

Non era cambiata solo la sua vita. Nel 1980, nel villaggio
c'erano solo tre o quattro televisori, di propriet di quei
pochi che possedevano da quindici a venti feddan di terra.
Costoro possedevano tuttora i loro quindici, venti feddan di terra e i loro televisori in bianco e nero. Ma adesso erano
le famiglie un tempo considerate pi povere ad avere la
casa piena di elettrodomestici delle pi famose marche
giapponesi: televisioni, lavatrici, attrezzature da cucina,
macchine fotografiche... Quando avevo lasciato il villaggio
nel 1981, non immaginavo neppure lontanamente una tra


sformazione di tale portata. Se non l'avessi vista con i miei
occhi, non l'avrei creduta possibile.

Era una specie di rivoluzione, ma era avvenuta molto
lontano da l. Era interamente dovuta ai giovani uomini
che erano andati a lavorare in Iraq quando quel paese aveva
cominciato a registrare una grave carenza di manodopera
a causa della guerra con l'Iran. Si erano mossi sulla scia
di una vasta ondata migratoria. Alla fine degli anni Ottanta
gli egiziani in Iraq erano stimati nell'ordine di due, tre
milioni. Nessuno lo sapeva con esattezza: l'ondata si era sollevata
nel paese troppo rapidamente per poter essere misurata.
Ormai i coetanei di Nabeel se ne erano andati tutti,
tutti i giovani uomini con un diploma e nessun lavoro, n
terra, e nient'altro da fare se non giocare a football e gironzolare
nei pressi delle fonti dove le ragazze andavano a prendere
l'acqua la sera. Alcuni degli anziani dicevano che avrebbero fatto una brutta fine, ma dopotutto erano stati
loro a trasformare il villaggio.

"Quelli che ci hanno realmente guadagnato dalla guerra
siamo noi", mi disse uno dei maestri della scuola del villaggio
mentre mi aggiravo per le strade guardando con stupore
le case e gli edifici di recente costruzione. "Gli iracheni
sostengono la guerra da soli, sono loro quelli che muoiono.
I paesi arabi li pagano perch rompano la schiena alta rivoluzione
islamica di Khomeini. Per loro  una questione di
sopravvivenza. E mentre gli iracheni muoiono, altri si arricchiscono.
Ma non durer, quel denaro  guasto, e un
giorno o l'altro si dovr pagare il prezzo".

Quelli che avevano lasciato il villaggio stavano gi pagando
un prezzo. "La vita  molto dura laggi", mi dissero
i famigliari, "non sai cosa pu succedere da un giorno all'altro".
E raccontavano storie di risse, di egiziani isolati aggrediti per le strade, di uomini costretti a orari di lavoro disumani,
di come le donne irachene lanciavano occhiate agli

egiziani dalle finestre perch molti dei loro uomini erano
morti, e di come ci fosse sempre causa di guai, perch gli
iracheni l'avrebbero scoperto e avrebbero ucciso sia la donna
che l'egiziano.

"Come se la cava Nabeel in Iraq?" domandai a suo fratello
Aly.

"Sta bene,  tutto a posto", disse Aly.

"Come lo sai?"

"E' quel che dice sul nastro, sono sicuro che va tutto
bene".

"Speriamo", dissi io.

"Chiss", ribatt accigliato, "dicono che la vita  dura
laggi".


Nabeel non poteva dirmi granch, al telefono, con il
boss che ascoltava. Ma stava bene, e anche suo cugino
Ismail, riuscivano a cavarsela vivendo insieme a parenti e
amici del villaggio. Poi fu il suo turno di fare domande, sull'India,
il mio lavoro e la famiglia. Poi udii un rumore, sembrava
un'altra voce nella stessa stanza. Nabeel si interruppe
per dire: "Arrivo, solo un momento".

Dissi: "Presto torner in India. Far in modo di passare
a trovarti".

"Ci conto", disse. In lontananza si ud di nuovo la voce,
pi forte stavolta.

"E' meglio che tu vada, gli dissi.

"Dir a Ismail che vieni", aggiunse in fretta, "ti aspettiamo".

Ma l'anno  passato e non sono riuscito ad andarci.


Erano passate tre settimane esatte da quando Saddam
Hussein aveva invaso il Kuwait e, miracolosamente, Abu
Ali, il vecchio bottegaio, era in piedi. Ecco perch gli capit
di vedermi mentre percorrevo la strada su cui dava la sua
finestra.

Il villaggio di Nabeel distava solo un chilometro e mezzo
e l ero diretto, ma Abu-Ali mi fece rincorrere da un
bambino. La casa di Abu-Ali si trovava nel punto in cui finisce
la strada asfaltata e comincia il sentiero sterrato. I tassisti
non si sarebbero avventurati oltre.

Abu-Ali stava in piedi accanto alla finestra e teneva tra le
braccia una radio, rigirando la manopola. Si era sempre
comportato come se tutti i problemi del villaggio ricadessero
sulle sue spalle. Adesso aveva l'aria di uno che si  fatto
carico dell'intero Egitto.

Era una grossa radio con incorporato un registratore, ma
tra le mani grandi e gonfie di Abu-Ali sembrava piccola e
fragile come un modello avveniristico di calcolatrice. Quando
l'indicatore di sintonia lampeggi sul quadrante, si diffuse
un guazzabuglio di suoni elettronici. Ma i suoni si dispersero; il rumore nella stanza era gi assordante. Nella casa
vicina si celebrava il matrimonio della figlia di una cugina
di Abu-Ali. In strada si era riunita una folla di donne e
bambini. Mentre un bambino batteva con un cucchiaio su
un catino di latta, le donne e i bambini battevano le mani a
tempo e salmodiavano: " Ya rumman, ya rumman", cantando
della sposa come di un fiore di melagrana.

Di tanto in tanto Abu-Ali si alzava e si affacciava alla finestra, guardava le donne e i bambini con occhio torvo,
tornava indietro strascicando i piedi e si lasciava ricadere sul
letto. Era incredibile. Quando lo avevo conosciuto, anni
prima, era talmente grasso che gli era impossibile alzarsi.
Adesso era ancora pi grasso. Ogni volta che si alzava la sua
pancia si sollevava lontano da lui, come un'onda che abbandona
la spiaggia. I suoi vicini avevano sempre detto che
era pura ingordigia la sua, mangiava come un'oca all'ingrasso; era in grado di mangiarsi due galline e una pentola
di riso in un colpo solo. E adesso che in casa sua c'erano
tutti quei soldi iracheni, era esattamente ci che a volte faceva:
mangiarsi due galline intere e una pentola di riso, subito
dopo la preghiera di mezzogiorno.

"Se l' mangiato!" borbottava Abu-Ali strascicandosi di
nuovo attraverso la stanza. "Quel figlio di puttana se l'
mangiato come se fosse fegato di gallina. Ha visto un piccolo
gustoso bocconcino e se l' inghiottito".

Sembrava invidioso: l'appetito era cosa che poteva capire.
"E adesso cosa ti aspetti?" disse qualcuno. La stanza si era
riempita di gente; parecchi uomini si erano fermati da AbuAli andando al matrimonio. "Che cos'era il Kuwait se non
un gustoso piccolo bocconcino cucinato dagli inglesi e succhiato
ben bene dagli americani?"

"Se l' semplicemente mangiato!" Abu-Ali gir la manopola
della radio facendo gracchiare l'indicatore attraverso
svariate stazioni. "BBC, BBC", mormorava, "dov' finita
quella figlia di puttana della BBC?"

Dalla radio eruppe all'improvviso una lontana, stridula
voce arringante. Abu-Ali si ritrasse per la sorpresa rischiando di far cadere la radio: "E chi  questo figlio di puttana?"
"Damasco", disse qualcuno.

"No, sono quei figli di puttana degli americani che trasmettono
in arabo", disse qualcun altro.

"No,  Riyad", disse Abu-Ali, "sembra un saudita".

"E' a Riyad che doveva andare", disse un altro, "invece
non l'ha fatto, si  fermato troppo presto. Bisognava dare
una lezione a quei bastardi dei sauditi".

Toccai lievemente il gomito dell'uomo seduto accanto a
me. Un tempo lo conoscevo bene; insegnava in una scuola
vicina. Adesso insegnava nello Yemen; era venuto a trovare
i suoi con l'intenzione di ripartire alla fine delle vacanze
estive, ma sua moglie non lo avrebbe lasciato andare, aveva


quattro bambini da tirare su e non gli avrebbe permesso di
dileguarsi in una zona di guerra.

"Sai se Nabeel Badawy sia gi tornato dall'Iraq?" domandai.

"Nabeel?" disse lui. Aveva un'aria distratta, ansiosa, fin
da quando era entrato nella stanza. Adesso sembrava stordito
dal rumore e dal fumo delle sigarette. Iuomo accanto
a lui lo teneva saldamente per un braccio; gli urlava nell'altro
orecchio con voce rauca.

"I peggiori figli di puttana, i pi ingrati, sai chi sono?"
gridava.

"Nabeel Idris Badawy", insistetti io, "te lo ricordi?"

"I palestinesi", url l'uomo rauco, "sono loro i peggiori
figli di puttana".

"Nabeel Idris Mustafa Badawy", ripetei, "di Nashawy?"
"Di Nashawy?" disse l'insegnante. "Quante guerre abbiamo
combattuto per loro, sai dirmelo? Non ho forse perduto
mio fratello?" Poi alzando la voce fino a gridare, aggiunse:
"Nabeel Idris Mustafa Badawy era in Iraq, me l'ha detto
mio nipote. Loro e gli israeliani, che Dio li perdoni, quei figli
di puttana. Ci sono sempre loro all'origine di ogni cosa".

"Lo so che Nabeel era in Iraq", urlai di rimando, "ma sai se  tornato?"

Riflett un momento e poi scosse la testa: "No, non lo
so. Ci sono cos tanti ragazzi laggi, lo sai,  impossibile tenere
il conto. Mabrouk Hussein  ancora l, mio nipote, te
lo ricordi? E ce ne sono altri di questo villaggio, Fahmy e
Abusa e..."

Cominci a elencare i nomi, come avevano fatto tutti
quelli che erano entrati nella stanza. Il villaggio era molto
piccolo, non pi di trecentocinquanta anime, un insieme di
capanne, in realt. Lo conoscevo benissimo quando vivevo
da quelle parti. A quell'epoca un solo uomo del villaggio era
all'estero: insegnava arabo in una scuola dello Zaire. Ma negli ultimi anni se ne erano andati una dozzina di ragazzi e
pi. La maggior parte in Iraq, un paio in Giordania (era
praticamente la stessa cosa). Parecchi erano tornati all'inizio
della guerra, ma cinque erano ancora l, intrappolati in
Iraq. La gente continuava a ripeterne i nomi, quasi potesse
magicamente aiutarli a uscirne, a tornare al villaggio: Mabrouk, che di solito giocava in porta; Abusa l'"imbronciato",
che non sorrideva mai; Fahmy, che aveva l'abitudine di
cavalcare nei campi a dorso di pecora. Ricordavo quando
venivano a trovarmi la sera, un fuoco di fila di domande:
"Cosa si coltiva in India? Ci sono le scuole? Ci sono i matrimoni?
E la pioggia? L'esercito?" Erano giovanissimi. Nessuno
di loro si era mai spinto oltre la citt pi vicina. Le
macchine con le quali avevano maggiore familiarit erano i leababi, i carri persiani che il loro bestiame trainava su e gi
molte ore al giorno per irrigare i campi. Una volta Mabrouk
era arrivato di corsa nella mia stanza, eccitatissimo, e mi
aveva trascinato fino a casa sua a vedere la pompa nuova di
zecca acquistata dalla sua famiglia. Per lui e la sua famiglia
era molto importante che le dessi un'occhiata perch, come
tutte le pompe della regione, veniva dall'India (il nome comune
per le pompe d'acqua era makana hindi, "la macchina
indiana"). Sebbene ogni volta m'affannassi a spiegare che
non capivo nulla di pompe d'acqua, quando ne veniva acquistata
una venivo sempre interpellato per un parere.

Quella era esattamente come le altre: una grossa macchina
verde con una canna e un tubo di scappamento. Avevano
appeso una scarpa vecchia alla canna e infilato un bastoncino
d'incenso nel tubo di scappamento per proteggerla dal malocchio. Diedi dei colpetti sulla canna con le nocche
e tastai il diesel con aria esperta.

"Cosa ne pensi, chiese il padre di Mabrouk, " tutto a
posto?"

Battei un po' pi forte con aria accigliata.


Cominciava a preoccuparsi: "Allora, che cosa ne pensi?"
Sorrisi: "E' una macchina molto buona, ottima.
Sospir di sollievo: "Portate del t al dottore indiano".

Allora Mabrouk mi aveva stretto la mano: "Sapevo che
avresti saputo dirmi se..."

E adesso Mabrouk si trovava nelle immediate vicinanze
di arsenali chimici e nucleari, a pochi minuti di distanza dai
macchinari pi sofisticati del inondo. Sarebbe stato lui a
pagare il prezzo della violenza che era stata inventata nei
quieti, bucolici laboratori di Heidelberg e Berkeley.

"Credete che gli americani se ne andranno mai dalla terra
santa?" disse un giovanotto a voce altissima. Tacquero
tutti, restando in ascolto. Fuori, il batter di mani si fece all'improvviso
pi chiassoso, le voci delle ragazze pi insistenti.

"Mai", grid, "mai, non lasceranno mai i luoghi santi!
Adesso che ci sono, ci resteranno per l'eternit. Sono finalmente
riusciti in quello che non erano riusciti a fare in mille
anni di storia. E chi ne  responsabile? I sauditi, figli di
puttana".

"Ya rumman, ya rumman!" I colpi erano sempre pi veloci,
i cucchiai tambureggiavano in crescendo sui catini. Vidi tre giovanotti che camminavano sul sentiero. Erano tornati da poco dall'Iraq; tra loro c'era il figlio minore di Abu-Ali. Le ragazze lanciarono loro occhiate furtive, cantando
con tutta la voce che avevano in corpo. Forse speravano che
si fermassero e si unissero ai canti e alle danze, come di solito
facevano i giovani uomini. Invece questi passarono oltre
frettolosamente. Sotto i baffetti ben tagliati nascondevano
un sorriso ironico. Li imbarazzava vedere sorelle e cugine
battere su catini di latta aspettando uno sposo che sarebbe
arrivato su un camioncino scoperto. Si erano abituati
a vedere matrimoni con grandi orchestre e BMW a nolo.
Erano smaliziati, scafati, in un certo senso; alcuni di loro
snocciolavano i prezzi degli oggetti delle migliori marche
come se avessero memorizzato un catalogo. Di qualunque
oggetto erano in grado di dirti quale fosse un buon prezzo,
di un paio di scarpe Nike come di una videocamera. Se avevi pagato una piastra in pi, ti eri fatto fregare, qualcuno "si
era preso gioco di te". Le ragazze sarebbero state deluse.
Quei giovanotti non avrebbero annodato in vita le yalla-beyya per ballare con loro al ritmo di catini ammaccati.

"Vi siete chiesti perch gli americani e gli inglesi abbiano
sempre sostenuto quei figli di puttana degli sceicchi?" disse
il mio amico insegnante. "Ve lo siete chiesti? Perch  il modo
pi facile per recuperare tutto il denaro che spendono
per il petrolio: rientra subito nei loro casin e nei loro alberghi.
E per di pi sapevano che prima o poi sarebbero riusciti
a tornare qui grazie ai loro sceicchi, figli di puttana".

Le ragazze cominciavano a dare sui nervi a Abu-Ali. Si
trascin fino alla finestra e url:

"La volete finire con questo baccano? Non vedete che
stiamo cercando di ascoltare le notizie alla radio?"

La sua voce leggendaria fece tremare il pavimento di fango.
Le ragazze, colte di sorpresa, interruppero per un momento
i loro canti. Ma ricominciarono quasi subito, dapprima
a bassa voce, poi sempre pi alta. Il matrimonio era
stato fissato da un anno, molto prima dell'invasione. Lo
avevano atteso per molto tempo e non intendevano certo
rinunciare a una delle loro rare distrazioni.

"Non vi ho detto di smetterla con questo baccano?" Abu-Ali corse fuori ansimando e asciugandosi la fronte.

"E' cos da quando c' stata l'invasione, mi sussurr t'insegnante,
"l'ha presa come un fatto personale".

Di fatto Abu-Ali era stato fortunato. I suoi tre figli, che
avevano trascorso lunghi periodi in Iraq, adesso erano in
Egitto. Il pi giovane era tornato giusto un mese prima dell'invasione.
"La gente dice che Dio l'ha protetto", mi aveva


detto sua madre quando ero andato a salutarla, "mi dice
che dovrei ringraziare Dio che l'ha riportato a casa in tempo,
come se non lo sapessi!"

Con i guadagni dei suoi tre figli, Abu-Ali si era comprato
un grosso camion, e adesso guadagnava parecchio trasportando
merci tra le citt dei dintorni e i villaggi. Aveva
costruito anche tre appartamenti per i figli, spendendo un
sacco di soldi per arredarli con i pesanti mobili dorati che
vanno per la maggiore nell'Egitto rurale. Ma c'era ancora
una cosa che voleva. Un'automobile. Quando era scoppiata la guerra stava per rimandare in Iraq due dei suoi figli.
Aveva gi comprato i biglietti.

"Quel Saddam Hussein", disse, "chi poteva immaginare
che avrebbe fatto una cosa simile?"

Avrei potuto riferirgli una conversazione che avevo trascritto
sul mio diario il 30 settembre 1980, quando abitavo
in fondo alla strada, a Nashawy. Una conversazione con
uno dei cugini di Nabeel, brillante studente di medicina, a
proposito della guerra Iran-Iraq:


Gli ho domandato se pensa che dopo la guerra Saddam Hussein
emerger come uomo forte del Medio Oriente. Mi ha detto di
no, che non succeder, perch l'esercito egiziano  il pi forte in
Medio Oriente, e forse nel mondo; perch i soldati egiziani sono
i migliori del mondo!


Ricordavo ancora quanto avevo riflettuto su quel punto
esclamativo.

"Quel Saddam Hussein", ringhi Abu-Ali. "Lo ucciderei.
Il figlio minore entr nella stanza e fu sorpreso di veder
mi. Dopo i saluti mi disse: "Sai che lavoravo per gli indiani,
in Iraq? Ma erano un diverso tipo di indiani, musulmani
sciiti, bohra. Lavoravo in un loro albergo a Kerbala. E' un
centro di pellegrinaggio importante".

Mi meravigliai perch avevo incontrato un gruppo di
musulmani bohra da pochissimo tempo, durante il viaggio
da Calcutta al Cairo. Li avevo incontrati all'aeroporto di
Amman, dove avevo la coincidenza con l'altro volo. Erano
rimasti bloccati a Kerbala per parecchi giorni dopo l'invasione.
Erano preoccupatissimi perch alcuni di loro avevano
passaporti americani e inglesi. Ma arrivati al confine era
andato tutto liscio, li avevano fatti passare senza una parola.
"Siamo musulmani, dicevano, "perci non ci sono difficolt.
A Kerbala avevano soggiornato in un albergo bohra, assai ben tenuto, pulito, confortevole. Una strana coincidenza.

"Perch sei venuto dalla Giordania in un momento come
questo?" mi chiese. Gli spiegai che era un viaggio programmato
da molto tempo.

"Anch'io sono stato in Giordania, una volta, era un bel
posto. Ma guardalo adesso. Hai visto le immagini alla televisione?
Sono spaventose. Quell'uomo..."

"Voglio uccidere quel Saddam Hussein, mugg suo padre.
"Ha distrutto tutto". Il pensiero dell'auto perduta lo
trafiggeva nella carne.

"Questa guerra sar un disastro", disse il figlio scuotendo
la testa. Ma gli si disegn sul viso un'espressione di sollievo:
quantomeno suo padre non avrebbe potuto rimandarlo
laggi adesso.

"Non ti  mai capitato di incontrare Nabeel, in Iraq?"
"Nabeel?" ripet. "Quale Nabeel?"

"Nabeel Idris Mustafa Badawy", dissi io, "di Nashawy".
Riflett un istante e scosse la testa: "No, non sapevo neppure
che fosse laggi. E' un grande paese e ci sono cos tanti
egiziani..."

Un grosso camion si arrest sulla strada suonando il
clacson all'impazzata, i catini presero a rumoreggiare tutti
insieme, le donne cominciarono a ululare. Era arrivato lo


sposo. Abu-Ali non ci fece caso. Stava urlando: "...lui non
sa quanto male sta facendo al suo paese".

Molti degli uomini che erano nella stanza si precipitarono
fuori per accogliere lo sposo. Svicolai insieme a loro senza
esser visto. Abu-Mi continuava a urlare: "Bisogna ucci
derlo, il pi presto possibile".


Dovunque in Egitto sembrava che la gente parlasse di
uccidere. Sul taxi che ci portava fuori dal Cairo, i sei passeggeri
erano tutti d'accordo, Saddam doveva essere ucciso.
Poi uno di loro aveva aggiunto: "E che dire del nostro
Uomo? Non dovrebbe essere il primo ad andarsene?" C'era
stato un coro di approvazione: "Deve morire, l'Uomo";
"...e se qualcuno ha intenzione di ucciderlo, pu contare
su di me".

Non mi era mai successo prima, in Egitto, di sentire
gente qualunque criticare il Presidente in pubblico, di fronte
a estranei, parlare addirittura di ucciderlo, seppure solo
metaforicamente. Guardai fuori dal finestrino, quasi quasi
mi aspettavo che il tassista si fermasse. Ma di l a poco anche
lui parlava di uccidere: gli iracheni, gli americani, i palestinesi, gli israeliani, i sauditi...

Era come se l'intero paese fosse stato disturbato all'improvviso
nel sonno e fosse caduto dal letto, a pugni chiusi,
inveendo selvaggiamente contro tutto e tutti.

Il fatto  che si  trattato di un lungo sonno e che, nel
complesso, i sogni erano belli. Cos belli che, nel tempo del
sogno, l'Egitto si  librato in volo allontanandosi dalla terra.

Negli ultimi anni i maggiori introiti del bilancio nazionale
egiziano sono state le rimesse degli emigrati, gli aiuti
occidentali e il turismo. Il petrolio e i pedaggi del canale di
Suez vengono dopo, parecchio dopo. Le risorse agricole,
sulle quali la maggior parte dei paesi basano la loro economia,
hanno contribuito sempre meno. Fino a qualche decennio fa l'Egitto produceva cibo a sufficienza per nutrirsi
ed esportarne una parte. Da allora, esattamente nello stesso
periodo in cui l'India e la Cina sono passate dalla dipendenza
all'autosufficienza alimentare, l'Egitto  arrivato al
punto di importare il settanta per cento del fabbisogno di
cereali. Per pagare il proprio cibo ha bisogno di moneta
straniera. Cos il turismo  diventato un affare disperatamente
serio, una questione di sopravvivenza.

Ci si d molto da fare per inventare nuovi modii sempre
pi fantasiosi, per aumentare le attrattive turistiche dell'Egitto.
Circa un anno fa si  pensato di trasformare una citt
in un palcoscenico da teatro lirico. Si  deciso che Luxor,
l'antica Tebe, fosse il posto giusto per ambientarvi l'Aida di
Verdi. Non era cosa da poco trasformare una citt vera e alcune
vere rovine egiziane nell'antico Egitto di fantasia di un
italiano, ma ci si misero d'impegno. Luxor ebbe nuove strade,
nuovi alberghi, e chilometri e chilometri di banchine
nuove di zecca sulla sponda orientale del Nilo. Oggi le banchine
sono affollate di battelli, spesso in doppia o tripla fila:
grandi alberghi galleggianti, su vari piani e con molteplici
ponti di cabine, e ristoranti, bar, saune, palestre e piscine.

Attirano a Luxor un numero crescente di turisti. Nel
1989 l'Egitto ha avuto circa due milioni di turisti e quasi
tutti sono stati a Luxor.

Molti di loro arrivano con i battelli. Andata e ritorno alle
rovine in pullman con l'aria condizionata. Pochi coraggiosi
ci vanno con le carrozze a cavallo. Tutte le piccole difficolt
e i fastidi del viaggiare in Egitto sono stati eliminati;
gli unici egiziani che i turisti incontrano sono le guide turistiche
e i camerieri (il cui numero non  indifferente). All'esterno
del tempio di Karnak c' un grande cartello bene
in vista. Salta all'occhio perch  scritto solo in arabo. Di
solito i cartelli nelle zone archeologiche sono scritti in pi


lingue - arabo, inglese, francese e qualche volta anche in tedesco.
Ma questo  diverso dagli altri per pi di una ragione.
Contiene un elenco di regole per i visitatori egiziani:
non far rumore, non arrampicarsi sui monumenti. Conclude
esortandoli a "comportarsi conformemente alla cultura
egiziana". Lo leggo e lo rileggo. Mi fa pensare a una mia zia
di Calcutta che, dopo aver visitato il santuario dei leoni nella
foresta di Gir, in Gujarat, voleva indietro i suoi soldi.
"Perch", strillava all'agente di viaggi, "si limitavano a dormire,
sdraiati nella polvere come lucertole. Qualcuno dovrebbe
dir loro di comportarsi come leoni!"

Avrei voglia di rubare il cartello, ma i sorveglianti controllano.
Mi sembra un simbolo del Medio Oriente odierno:
sottoterra viene ritrovato qualcosa di inestimabilmente
prezioso e ci si aspetta che tutto ci che si trova in superficie
si adegui immediatamente. E' una tubazione che non
porta via niente: porta qui gente e ce la frulla dentro, ermeticamente sigillata.

La sera, quando dal Nilo soffia una brezza fresca, la popolazione
di Luxor si riunisce sulla passeggiata lungo il fiume.
I battelli sono pieni di luci. Assomigliano un po' agli
scomparti di vetro di un acquario: mettono bene in mostra
uno spaccato di nicchia ecologica. I passanti si appoggiano
alle ringhiere e stanno a guardare: c' una coppia in luna di
miele che sbircia nervosamente da dietro le tende della cabina,
gente seduta al bar, un'anziana signora ben conservata che si affanna su una cyclette, i camerieri che guardano
la televisione. L'ora migliore per guardare i battelli  l'ora di
cena. I turisti in fila salgono le scale, escono dai bar, entrano
in sala da pranzo. Si siedono a tavola, poi le luci vengono
abbassate. Compaiono allora i "gruppi folkloristici" che
indossano abiti di fustagno ricamati e danno inizio alle
danze. I turisti mettono gi le posate e guardano i ballerini.
I passanti si sporgono in avanti per guardare i turisti.

Egiziani che guardano turisti stranieri che guardano degli
egiziani che ballano.

Che cosa accadrebbe se si mettessero a ballare i passanti?
mi domando. Cosa accadrebbe?

Nel frattempo i battelli aiutano l'economia egiziana a stare
a galla. Ma basterebbe un solo soffio ben mirato per farla
affondare - qualcosa che, d'un colpo, rimandasse a casa dal
Golfo un gran numero di lavoratori egiziani, mettesse fine al
turismo e bloccasse il flusso delle navi lungo il canale di
Suez, qualcosa come l'invasione del Kuwait, per esempio.

In compenso aumenterebbero gli aiuti occidentali. I
quattordici miliardi di debiti per gli armamenti potrebbero
essere cancellati (come infatti  avvenuto). Non ci sarebbe
pi bisogno di un'economia. Le fantasie di potenza militare
diventerebbero realt. L'intero paese potrebbe diventare
un'arma, sostenuta dall'esterno. Proprio come  accaduto in
Iraq, per moltissimi anni.


Fawzia era sulla porta della casa nuova. Appena svoltai
l'angolo mi vide e disse subito: "Nabeel non  ancora tornato, ya Amitab,  ancora laggi, in Iraq, e noi stiamo qui
seduti ad aspettarlo".

"Avete avuto sue notizie? Una lettera?"

"No, niente", disse facendomi entrare. "Niente di niente.
L'ultima volta che abbiamo avuto sue notizie  stato due

mesi fa, quando  tornato Ismail".

"Ismail  tornato?"

"Grazie a Dio, s", sorrise, "e in buona salute".

"Dov'?" domandai guardandomi intorno. "Puoi mandarlo
a chiamare?"

"Certo. E' in casa, qui dietro. Non ha ancora trovato un
lavoro, fa qualche lavoretto qua e l, ma per la maggior par


te del tempo non ha nulla da fare. Adesso lo mando a chiamare".

Mentre aspettavo, mi guardai intorno. Sembrava che la
costruzione della casa fosse stata interrotta. L'ultima volta
che l'avevo vista avevo avuto l'impressione che in pochi mesi
sarebbe stata finita. Invece, dopo un anno e mezzo, il pavimento
era ancora una base di terra pressata e ghiaia. Non
c'erano piastrelle e le pareti non erano state n intonacate
n dipinte.

"Hamdulillah al-salama. Ismail era sulla porta, rideva
tendendomi la mano.

"Perch non sei venuto?" volle sapere subito dopo i saluti.
"Ricordi quel giorno che hai telefonato dall America.
Nabeel mi ha telefonato subito dopo aver parlato con te.
Ha preso il telefono e mi ha chiamato per dirmi che saresti
venuto a trovarci. Ti abbiamo aspettato per molto tempo.
Abbiamo fatto spazio nella nostra stanza e abbiamo pensato
a tutti i posti in cui ti avremmo portato. Ma vuoi sapere
del boss di Nabeel, il proprietario del negozio? Era arrabbiatissimo. L'idea che Nabeel avesse ricevuto una chiamata
dall'America non gli  andata gi".

"Perch Nabeel non  tornato con te? Hai sue notizie?"
"Voleva tornare. Anzi pensava di farlo. Per poi ha deciso
di restare ancora qualche mese, mettere da parte ancora
un po' di soldi per finire questa casa. Vedi che  rimasta a
met... i soldi sono finiti. I prezzi sono cresciuti in quest'ultimo
anno, tutto costa di pi".

"E poi", disse Fawzia, "cos'avrebbe fatto Nabeel qui?
Guarda Ismail, non ha un lavoro, non ha niente da fare".

Ismail fece spallucce. "Comunque lui intendeva tornare.
E' l da tre anni. Fin troppo, ed  invecchiato. Se lo vedessi, capiresti cosa voglio dire. Sembra molto pi vecchio. La
vita non  facile laggi".

"Che cosa vuoi dire?"

"Gli iracheni, lo sai", e fece una smorfia. "Sono selvaggi,
tutti questi anni di guerra li hanno resi un po' come degli
animali. Ogni tanto tornano a casa per pochi giorni e
sono come matti, fanno a botte nelle strade, bevono. Gli
egiziani non escono mai di sera, laggi: se un iracheno
ubriaco ti incontra ti ammazza, cos, e nessuno lo sapr.'a
mai, perch hanno buttato fuori i giornali del tuo paese. E
successo, succede in continuazione. Ce l'hanno con noi,
dicono: "Avete preso il nostro lavoro, i nostri soldi e siete
diventati ricchi, intanto noi continuiamo a combattere e
morire"".

"E Saddam Hussein?"

"Saddam Hussein!" rote gli occhi. "Laggi devi stare attento
a pronunciare il suo nome, ci sono spie dappertutto,
a ogni angolo, sempre in ascolto. Una parola su Saddam e
sei spacciato, morto. Per questo  terribile, anche se ci sono
i soldi, naturalmente. In ogni caso non puoi restarci a lungo,  impossibile. Hai sentito cos' successo durante i campionati
del mondo?"

All'inizio dell'anno l'Egitto aveva giocato una partita di
calcio contro l'Algeria, per selezionare la squadra che avrebbe
partecipato ai campionati del mondo. L'Egitto aveva
vinto e gli egiziani erano impazziti di gioia. In Iraq centinaia
di migliaia di egiziani - tutti giovani, tutti maschi, senza
famiglia, mogli, bambini, nient'altro da fare che guardare
i televisori appena comprati - si erano riversati nelle strade
in un delirio di gioia. La loro squadra di calcio aveva restituito
loro quel rispetto di s per il quale radioregistratori
e televisori non bastavano. Agli iracheni, che non hanno
mai conosciuto una vita politica normale, che probabilmente
non hanno mai visto vere folle, se non durante i pellegrinaggi,
quelle schiere di egiziani devono essere sembrate
come un presagio di Armageddon. Li hanno aggrediti
per la strada, spesso con armi da fuoco. Ben addestrati alla


guerra, si buttavano sulla folla entusiasta e disarmata di lavoratori egiziani.

"Non puoi immaginare cos' stato", disse Ismail con le lacrime
agli occhi. "E' stato allora che ho deciso di tornare.
Anche Nabeel aveva deciso, ma sai che aveva sempre bisogno
di riflettere a lungo sulle cose..."


Pi tardi andammo a casa sua a vedere il notiziario. La
televisione a colori che aveva portato con s era appoggiata
sulla cassa da imballaggio al centro della stanza, nuova di
zecca, con le galline che dormivano su un nido di paglia l
accanto. Il notiziario inizi quasi subito e vedemmo una ripresa
dalla Giordania: migliaia e migliaia di uomini, alcuni
in pantaloni, altri in jallabeyya, alcuni con i televisori sulla
schiena, altri che piangevano disperati per un goccio d'acqua,
ricoprivano l'intera fascia di terra dall'orizzonte al Mar
Rosso, in piedi sulla spiaggia come se fossero in attesa di vedere
le acque aprirsi.

Eravamo in parecchi nella stanza. Ci affollavamo intorno
al televisore osservando lo schermo nei dettagli, scrutando
tutte le facce che riuscivamo a vedere. Ma non c'era
niente da vedere tranne le folle: Nabeel era svanito tra le pagine
di quell'esodo epico.



Commedia
umana al Cairo
1990.


In Egitto, la notizia che il premio Nobel 1989 per la letteratura
era stato assegnato allo scrittore Nagib Mahfouz 
stata accolta con quel tipo di giubilo che di solito gli egiziani
riservano alle vittorie calcistiche. Malgrado la nota di
condanna dei fondamentalisti, la maggior parte della gente
del Cairo era soddisfattissima. A distanza di mesi circolava
ancora un forte compiacimento. Si raccontavano aneddoti
su come Mahfouz aveva ricevuto la notizia. L'efficienza svedese aveva trovato nei telefoni del Cairo un proprio pari: la
notizia si era propagata prima ancora che il Comitato (o chi
per esso) avesse raggiunto Mahfouz, che dormiva la siesta
pomeridiana (no, era primo mattino e non si era ancora
svegliato), e sua moglie l'aveva chiamato per dirgli senza giri
di parole che c'era qualcuno che voleva complimentarsi
con lui per aver vinto il Nobel (no, era lei che voleva congratularsi con lui, non avete letto la storia in...).

Queste storie erano sulle labbra di tutti: racconti di orgoglio
nazionale e speranza collettiva. Nel suo paese, Mahfouz ha un largo seguito ed  personalmente popolare: tutti
lo considerano alla stregua di uno zio un po' eccentrico
ma di successo, un uomo modesto, generoso e gentile, che
per trent'anni ha fatto il funzionario statale. Il resto del
mondo arabo ha condiviso tale entusiasmo, anche i paesi
che avevano un proprio candidato (da tempo correva voce
che uno scrittore arabo avrebbe presto vinto il Nobel). Il
premio a Mahfouz era un palese riconoscimento dei risultati
della letteratura araba, e anche se l'aveva dovuto attendere
per decenni, il mondo arabo reagiva con orgoglio.

Sarebbe stato interessante, in quel momento di giubilo,



che un'agenzia di sondaggi avesse deciso di porre a un campione
rappresentativo di lettori arabi due domande, di cui
la prima fosse: "Ritiene che Nagib Mahfouz sia oggi lo
scrittore di lingua araba pi interessante, innovativo e originale?"
e la seconda: "Ritiene che Nagib Mahfouz sia oggi
il pi valido candidato arabo al Nobel per la letteratura?"
Sono pronto a scommettere che la risposta alla prima domanda
sarebbe stata largamente negativa, e la risposta alla
seconda generalmente positiva.

Nel divario tra quei s e quei no si colloca il premio stesso,
e lo straordinario significato che esso assume in paesi come
l'Egitto e l'India, civilt antiche che si battono per non
essere rimpiazzate nel mondo moderno. Una volta, nella
mia citt, Calcutta, pigiato in un bus affollatissimo, nell'appiccicosa calura di maggio, mi capit di sentire una conversazione
inaspettatamente letteraria. Al ritorno da una giornata
di duro lavoro, un pendolare madido di sudore perse
l'appiglio alla sbarra a cui si reggeva e la sua valigetta gli
cadde su un piede. Apriti cielo: cominci a lamentarsi ad alta
voce del traffico, delle strade, dell'inquinamento, della
spazzatura che non veniva raccolta. Un uomo l accanto si
gir verso di lui e disse con tono sferzante: "Ma di cosa si
lamenta? Nel 1913 il premio Nobel per la letteratura fu vinto
da Rabindranath Tagore, non era forse di Calcutta?" Non
dubito che in questo preciso istante ci sia qualcuno, pigiato
dentro un bus o un taxi collettivo in piazza Tahrir, o nel
quartiere di Shubra o in qualche altra zona trafficata del
Cairo, che sta dicendo la stessa cosa di Mahfouz. Cos Stoccolma
regola il traffico a Calcutta e al Cairo.

Negli Stati Uniti, il trionfo di Mahfouz ha avuto un altro
tipo di approvazione. Il secondo paragrafo del servizio
del "New York Times" sul Nobel a Mahfouz, in prima pagina,
riportava parte della dichiarazione israeliana che riconosce
perfetta legittimit alle idee politiche di Mahfouz.

Con ci mettendo in secondo piano il suo lavoro, i suoi interessi
e i temi della sua opera.

Per un premio di cos straordinario potere vanno dunque
sospesi i criteri di giudizio che di solito si applicano a
un libro. Ci che conta  che il lavoro dello scrittore sia
adeguatamente canonico, vale a dire corposo, serio e in
qualche modo parte della "letteratura mondiale". Se Mahfouz ha vinto in base a questi criteri,  stata la vittoria del
decatleta, ottenuta mediante una lenta accumulazione di
punti anzich con un'unica prova straordinariamente brillante.
Mahfouz ha al suo attivo trentacinque romanzi, dodici
raccolte di racconti, numerosi testi teatrali e sceneggiature
cinematografiche; si dice che abbia una grande cultura
filosofica e che sia un fine conoscitore della letteratura francese;
e gli viene dato il merito di avere introdotto nella letteratura
araba l'assurdismo e la tecnica del flusso di coscienza.
Quale che sia l'opinione su questa o quella delle
sue opere, l'importanza del contributo di Mahfouz alla letteratura
araba moderna  innegabile. Da ci la generale
soddisfazione per il Nobel.


Mahfouz nacque al Cairo nel 1911. Suo padre era un
modesto funzionario governativo, e lui crebbe nel cuore
della citt Vecchia, l'affollato quartiere che si stende alle
spalle dell'antica universit di al-Azhar e del mausoleo di
Sayyidna Hussein, il nipote del Profeta. Negli anni dell'infanzia
di Mahfouz, era una zona dove famiglie rispettabili
di scarsi mezzi, sempre in lotta per far studiare i figli, abitavano
sopra floride botteghe e imprese commerciali, e dalle
loro finestre polverose vedevano le moschee medievali,
gli ospedali e le scuole religiose. Quello  il mondo che
Mahfouz ha fatto suo: un universo specificamente cairota
di piccoli funzionari che si arrabattano per sbarcare il lunario
e far salire i figli un gradino pi su nei ranghi della bu


rocrazia, mantenendo le distanze da bottegai grintosi e proprietari
di caff arrivisti. A prescindere dal fatto che abbiano
lasciato il quartiere (come fece la famiglia di Mahfouz),
le loro aspirazioni e speranze restano sostanzialmente le
stesse.

E' questa la gente che popola gli universi fantastici di
Mahfouz: un piccolo, ben definito gruppo sociale nel tumulto
dell'Egitto moderno. L'Egitto rurale, che tanta parte
aveva nelle narrazioni dei suoi predecessori e contemporanei
pi illustri, non mette piede in questo mondo. Anzi, ne
 quasi artificialmente escluso. I suoi personaggi non hanno
mai parenti o amici nei villaggi, mentre quasi certamente ne
avrebbero nel mondo reale. Questo va detto, se non altro
perch talora si sente dire che l'universo di Mahfouz  un
microcosmo dell'Egitto. Se lo , lo  solo in quella particolare
accezione per cui i sanculotti parigini erano "il Popolo"
un po' pi di quanto lo fossero i contadini del Midi.

Il maggior interesse di Mahfouz sta nella via d'accesso al
mondo dei suoi personaggi. Prende la strada pi segreta, la
meno accessibile: la famiglia. Inutile dire che la famiglia 
uno dei territori che il romanzo ha sempre rivendicato per
s; ovunque nel mondo ci sono romanzieri che, al pari di
Mahfouz, costruiscono i loro libri su nascita, matrimonio e
morte. Ma nelle mani di Mahfouz, nell'universo della sua
Gente, questo invito a entrare nella famiglia  pi eccitante
del solito.

In Egitto, e pi in generale nel mondo arabo, come in
molte societ conservatrici, tradizionali, la famiglia  un
mondo segreto, separato, protetto dagli sguardi esterni da
muri e cortili, da veli e leggi del silenzio. Essere condotti
dietro quelle porte, nello spazio proibito di matrimoni falliti
e desideri segreti, gli ambiti che l'etica perbenista del decoro
famigliare cela con pi ostinazione - ed esservi introdotti
dal pi pubblico dei manufatti, il libro stampato - significa predisporsi al piacevole brivido dell'illecito. E una
volta superata quella cortina, il lettore di Mahfouz scopre,
con colpevole diletto, un quieto mormorio di palpeggiamenti furtivi, di insoddisfazioni e disperazione che conferma
tutto ci che si sospettava dei propri vicini. E' questo lo
specialissimo talento di Mahfouz: un sottile istinto che lo
porta a scoprire le paure, i pregiudizi e i sospetti della sua
Gente e a restituirglieli come narrazione.

Nelle sue mani, gli intrighi famigliari diventano una specie
di seconda lingua con cui mostra ai lettori i pericoli in
agguato ai margini del loro mondo. Si tratta di situazioni
che essi non hanno difficolt a immaginare, dal momento
che rappresentano quella minacciosa altra-vita che d un
senso alla loro rispettabilit. E' un mondo dove le sorelle si
prostituiscono perch i fratelli possano diventare "impiegati
rispettabili"; dove padri che bevono incontrano i figli al
bordello; dove l'ambizione  sempre priva di scrupoli e i
giovanotti che vivono al di sopra delle loro possibilit fanno
una brutta fine; dove i ragazzi cui  permesso far tardi la
sera sprofondano "nel peccato e nella droga" e alla fine si ritrovano
immancabilmente in un luogo che pu essere descritto
solo come l'underworld, gli inferi di Mahfouz.

E' un paesaggio che ritroviamo sovente nella sua opera,
sempre tratteggiato con cenni e allusioni funeste, un luogo
di pura fantasia, che "trasuda putrefazione", i cui abitanti
bevono fino allo stordimento, fumano hashish, amano cantanti
dai floridi seni e sotto sotto spacciano droga. Con simili
stratagemmi narrativi Mahfouz invita a interrogarsi
sullo sfacelo del mondo. Un interrogativo che i suoi lettori
sono prontissimi a far proprio, oppressi come sono sia dalla
prospettiva della povert e del declino sociale, sia dalle
immagini di ricchezza che associano a quanti, nelle loro societ,
controllano il denaro e il potere.

Non si tratta di un contesto esclusivamente egiziano. Mi


vengono in mente almeno due scrittori di Calcutta i cui
materiali narrativi sono straordinariamente simili a quelli di
Mahfouz (sebbene Mahfouz sia pi dotato come professionista
del genere). E' il tipo di fiction che nasce dalla sensibilit
di un ceto urbano di impiegati nel settore pubblico,
persone colte che, schiacciate tra un vasto bacino di povert
e minuscole quanto impenetrabili enclave di benessere,
cominciano a cercare significato e autenticit in ci che essi
vedono come la loro tradizione di decorosa rispettabilit.
Ma qui sta la crudele delusione, perch tale rispettabilit ha
ben poco a che fare con l'Egitto o con l'India, con l'Islam o
l'induismo, ha invece interamente a che fare con il vittorianesimo.

Gran parte dell'opera di Mahfouz ribolle di un'indignazione
che viene da quella particolare sensibilit, indignazione
per la corruzione che consente a chi  privo di scrupoli
di arricchirsi, mentre la gente per bene fatica a guadagnarsi
un onesto salario. Ma  un'indignazione fine a se stessa.
Ci che la scatena non  abbastanza interessante per darle
il fuoco della collera vera e neppure la rabbia della morale
oltraggiata. Mahfouz ha scritto alcune parabole quasi mistiche,
ma non  uno scrittore essenzialmente religioso, anzi,
il pensatore arabo il cui nome ricorre pi spesso nei suoi
libri  Abu'l 'Ala al-Marri, un libero pensatore medievale
razionalista. E sebbene Mahfouz abbia scritto alcune satire
politiche, non  neppure uno scrittore essenzialmente politico.
Nei suoi libri la politica e la storia di solito fungono da
sfondo e scenario.

Ci che insospettisce, nell'indignazione di Mahfouz, 
probabilmente il fatto che non si rivolge mai contro quella
morale di rispettabilit che anima la sua Gente. Le figure
materne sono insopportabilmente buone e oblative, e le ragazze
che lasciano il santuario domestico per andare a lavorare
fuori cadono troppo spesso preda della tentazionei Al

suo meglio, il lavoro di Mahfouz ha qualcosa della tessitura
e della ricchezza di dettagli dei maestri dell'Ottocento dei
quali si riconosce debitore - Balzac, Tolstoj, Flaubert - ma
anche quando tocca il massimo della desolazione e della
malinconia (come in Principio e fine), la sua scrittura non
raggiunge i toni della tragedia. Il pathos sgorga quasi invariabilmente dalla sensazione di rispettabilit violata. Anche
per uno scrittore del suo talento,  difficile creare la tragedia
dalla faticosa arrampicata per la rispettabilit.

E' nell'osservazione dei minuti dettagli su cui vengono
costruiti gli edifici della rispettabilit che Mahfouz mostra
un'estrema acutezza di analisi sociale. A1 lettore straniero
bisogna spiegare ci che veramente significa essere un impiegato
nel settore pubblico in Egitto, l'importanza del voto
all'esame di diploma, cosa significa essere un funzionario
di ottavo grado. Sono arcani dettagli specificamente egiziani,
che tuttavia non hanno nulla a che vedere con l'Egitto
dei faraoni e dei Mamelucchi, o con niente di particolarmente
esotico. Di questi dettagli  fatta la stoffa di una rispettabile
vita piccoloborghese in Egitto, e Mahfouz ha il
singolare talento di saperli trasformare in materia narrativa.


Le edizioni dell'Universit americana del Cairo hanno
fatto un lavoro difficile e assai meritorio per rendere disponibile
in traduzione inglese la buona letteratura araba. Con
il Premio Nobel a Mahfouz e la vendita dei diritti delle loro
traduzioni, tale impegno  stato ampiamente ricompensato.
E' ora auspicabile che si pubblichino altre e ancora migliori
traduzioni, affinch un maggior numero di opere ottengano
l'attenzione che meritano. I quattro romanzi pubblicati da
Doubleday sono versioni riviste dell'originaria traduzione
dell'Universit americana del Cairo. Due furono scritti nel
periodo "realistico" di Mahfouz. Principio e fine  la storia
malinconica ma affascinante di una famiglia impoverita da


un lutto improvviso. Tra i due palazzi  il primo volume
(scritto nel 1956-1957) della trilogia del Cairo. A ognuno
dei tre libri Mahfouz d per titolo il nome di una strada della
citt vecchia. La trilogia, che registra la storia di una famiglia
cairota tra le due guerre,  una Cronaca dei cambiamenti
avvenuti nella societ egiziana in quel periodo.

Tra i due palazzi predispone il palcoscenico per i volumi
successivi, racconta, per cos dire, come andavano le cose
prima dei cambiamenti. La fgura centrale  quella di un patriarca
di rigide convinzioni: sposato da decenni, non ha
mai permesso alla moglie di uscire di casa. Una condizione
di cui lei  peraltro interamente soddisfatta perch rispetta
e onora il marito, salvo per una piccola cosa: desidera ar
dentemente vedere il mausoleo di Sayyidna Hussein, che si
trova in fondo alla strada. Un giorno uno dei figli la convince
a uscire. Lei lo fa e per sua disgrazia  investita da un
furgone. (Perch, nelle opere di Mahfouz, alle donne che
escono di casa accadono cose cos terribili?) Peggio ancora,
quando l'adirato patriarca scopre la sua negligenza, la rispedisce
dalla madre, dove lei si tormenta e s'intristisce finch
il marito non la richiama indietro. Alla fine, comunque, le
tumultuose vicende politiche egiziane - l'ultima parte del
romanzo  ambientata nel 1919, durante le rivolte contro la
presenza britannica in Egitto - coinvolgono l'apparente
mente invincibile patriarca, che ne esce distrutto.

Il romanzo sembra una di quelle storie sui tempi andati
che si raccontano per stupire i figli e far loro capire quanto
 cambiato il mondo. In un certo senso  proprio cos: negli
anni in cui  ambientato il romanzo Mahfouz era un
bambino, e la sua famiglia aveva gi lasciato la parte vecchia
della citt. Ci sono alcune intuizioni molto acute sulla psicologia
del patriarca: per esempio la scena grandiosa in cui
il figlio, che  un coraggioso e ardente nazionalista,  ridotto
all'ombra tremante di se stesso dal tono di voce del padre. Ma il lettore potrebbe assaporare meglio simili momenti
se la simpatia dello scrittore per il patriarca non fosse
cos smaccata, se il libro non fosse cos pervaso dalla nostalgia
di un tempo in cui gli uomini erano uomini.


Gli altri due romanzi della trilogia, Il ladro e i cani (1961) e Canto di nozze (1981) appartengono a un periodo
pi tardo di Mahfouz, meno realistico e pi sperimentale,
e sono francamente orrendi. Se l'umore lo porta a essere
tecnicamente avventuroso, lo allontana per dai consueti
materiali narrativi, facendolo naufragare in vari ambienti
esotici e ristretti della societ. Canto di nozze  ambientato
tra gente di teatro che beve, gioca, si droga e fa sesso
(di nuovo l'underworld). Una coppia particolarmente
depravata ha un figlio idealista; spaventato dalla lussuriosa
immoralit della cerchia dei suoi genitori, il giovane li esibisce
in un allestimento teatrale prima di mettere in scena
la propria morte. Il ladro e i cani parla... be', parla di un tipo
idealista che diventa un ladro perch  sconvolto dal
comportamento dei ricchi.

Sfortunatamente per Doubleday, e fortunatamente per i
lettori anglofoni, il pi piacevole dei romanzi di Mahfouz, Vicolo del mortaio,  da lungo tempo disponibile per i tipi
del Quality Paperback Book Club nella buona traduzione
di Trevor Le Gassick. Il romanzo  ambientato nel mondo
pi familiare allo scrittore - una strada della citt vecchia -
ma  felicemente privo della pomposit di altre sue opere.
E' ironico, con sfumature di autoparodia, ed  pieno di momenti
spassosi.

Per esempio: Kirsha, il proprietario omosessuale del caff
- scuro e accigliato come si conviene - viene interrotto
dalla moglie mentre conversa con un giovane avventore. La
moglie si lancia verso il giovane urlando: "Vuoi rovinare la
mia casa, spudorata?" E quello: "Chi siete signora, e che ho



fatto per..." E lei: "Chi sono? Non mi conosci? Sono la sua
donna [...]". Il giovane riesce a svignarsela e la donna si rivolge
al marito "con una voce da far tremare i pilastri del
caff". Padron Kirsha le grida: "Taci, donna, e chiudi quella
latrina che ci vomita sporcizia addosso!" e lei di rimando:
"Che ti caschi la lingua, se c' una latrina sei tu, depravato,
disonorato, frocio". Tra i clienti sbalorditi c' anche la fornaia,
che picchia abitualmente il marito. Ora si rivolge a lui
e osserva: "Non smetti mai di lamentarti della tua sorte e
pensi di essere l'unico uomo a prenderle. Hai visto questi
altri come gliele danno?" Alla fine Kirsha riesce comunque
a dire la sua alla moglie e al fglio che vuole andarsene di casa
perch vuole vivere in un posto dove le case siano dotate
di elettricit. "L'elettricit!" ribatte Kirsha. "E' per questo
che lasci la tua casa? Con tutti gli scandali provocati da tua
madre possiamo ben farne a meno..."
Gli abitanti del vicolo sono tutt'altra cosa rispetto ai protagonisti
di Tra i due palazzi, il mitizzato patriarca e la sua
famiglia.


Il premio Nobel ha avuto un'infausta conseguenza per
Mahfouz. Poco dopo l'annuncio, forse come risultato dell'allarme
Rushdie, lo scrittore ha cominciato a ricevere minacce
di morte. Occasione data da un suo vecchio libro, Il
rione dei ragazzi, un romanzo allegorico in cui tre dei personaggi
principali apparivano come rappresentanti dei profeti
Mos, Ges e Muhammad. Gli Ulema, i dottori musulmani
in teologia e legge religiosa, stabilirono che il romanzo
di Mahfouz era un'offesa all'Islam. Il libro, tradotto
in inglese, non fu mai pubblicato in arabo in Egitto, e per
un certo periodo Mahfouz smise perfino di scrivere. Poi seguirono
altri libri e la controversia fu ampiamente dimenticata
finch sono cominciate le minacce.


Tra fine anni Cinquanta e fine anni Ottanta, in Medio
Oriente  cambiato tutto. C' un'enorme differenza tra un
gruppo di dotti eruditi che pronunciano un anatema e le
minacce di morte scagliate da bande di giovanotti a mala
pena diplomati. L'evoluzione della controversia Mahfouz
costituisce solo un piccolo esempio del drammatico cambiamento
avvenuto in Medio Oriente nell'arco di una generazione.

Quando Mahfouz era giovane, l'Islam era stato ampiamente accantonato come ideologia politica. In Turchia, Atattirk,
con l'appoggio dell'esercito, pareva impegnato a mettere
da parte ogni questione religiosa. Quando Mahfouz era
all'universit - fine anni Venti e inizio anni Trenta - era intellettualmente influenzato soprattutto da un gruppo di nazionalisti
impegnati a creare una cultura nazionale che fosse
specificamente egiziana. Lo fecero sottolineando a tal punto
le radici faraoniche ed ellenistiche dell'Egitto da disconoscere
ogni connessione con il mondo arabo e islamico. Era un'epoca
in cui in Egitto tutto era pensabile e nulla era blasfemo.

Se Il rione dei ragazzi fosse stato scritto in quegli anni,
non avrebbe probabilmente suscitato commenti: ogni scrittore
egiziano, in quegli anni, stava infatti scrivendo una
qualche allegoria. Il libro invece fu scritto alla fine degli anni
Cinquanta, quando il clima religioso e politico era stato
profondamente alterato dalla fondazione di Israele e poi
dalla rivoluzione nasseriana. In Egitto, l'Islam andava acquistando
nuova vitalit e autorevolezza, e l'establishment
religioso era attivissimo nel rammentarlo a chiunque. Tuttavia
anche in quel caso gli Ulema seguirono la procedura
nella condanna del libro. Non vi furono appelli al massacro
o ad azioni punitive, solo un messaggio chiaro in cui si diceva
che coloro che avessero persistito nelle pratiche intellettuali
degli anni Trenta avrebbero d'ora in poi dovuto affrontare
le autorit religiose e i loro seguaci.


Ma adesso anche i dotti eruditi vengono lentamente
consumati dai roghi che furono accesi in quel periodo. Non
hanno nulla a che vedere con i giovanotti barbuti che parlano
in nome dell'Islam e dell'Egitto e sono stati addirittura
accusati di essere miscredenti, pagani... tutti, fino al pi
dotto sceicco di al-Azhar, il secolare centro teologico dell'Islam
sunnita. Nel 1977, uno di loro, Muhammad al-Dhahabi, studioso devoto e ministro del dipartimento governativo al Ministero per gli Affari Religiosi in cui Mahfouz ha lavorato gran parte della sua vita, fu sequestrato e
ucciso da un'organizzazione fondamentalista chiamata Societ
dei Musulmani. Al processo, istruito dall'esercito, il
generale che presiedeva la corte senza giri di parole dichiar incompetenti gli Ulema.

La sola difesa degli shaykh, i venerabili,  ora quella di
definire anti-islamici i sermoni dei fondamentalisti, e tali in
effetti sono secondo gli standard scolastici. Quelli della Societ
dei Musulmani si sono fatti beffe della storia musulmana,
respingendo l'intera dottrina medievale, inclusi i
grandi giuristi che fondarono le quattro maggiori scuole di
diritto islamico, e arrogandosi il diritto di interpretare il
Corano. Un secolo fa sarebbero stati loro i blasfemi, e
ognuna delle loro attuali pretese sarebbe probabilmente costata
loro la vita. Hanno infatti svuotato l'intero concetto
di Islam quale noi lo conosciamo, perch l'Islam  una storia,
oltre che una dottrina e una pratica religiosa. Eppure
oggi, per milioni di musulmani in Egitto e altrove, i veri
musulmani sono loro e non i venerabili di al-Azhar.


Negli anni Ottanta il potere dei fondamentalisti in Egitto
 aumentato in modo fenomenale, al punto che oggi
possono apertamente attaccare la polizia e dar battaglia. Di
tanto in tanto si vantano perfino di aver "liberato" zone del
Cairo e di altre citt. Perch dunque rimettere all'ordine del

giorno le accuse che i loro nemici, gli studiosi di teologia,
mossero a suo tempo a Mahfouz? Credo sia la prima volta
in parecchi anni che si trovano d'accordo. Il libro di Mahfouz  chiaramente un pretesto, la loro ostilit nasce quasi
certamente dall'appoggio dello scrittore agli accordi di
Camp David.

Replicando alle minacce contro di lui, Mahfouz ha dimostrato
un coraggio esemplare: malgrado il clima sinistro
della vita politica della sua citt, ha respinto l'offerta di una
guardia del corpo fattagli dal governatore e ha rifiutato di
modificare in alcun modo la sua vita. Per il momento sembra
che sia riuscito a zittire i suoi nemici e a costringerli a
lasciarlo in pace. Con ci dimostrando quel tipo di eroismo
che  tanto pi necessario quanto pi raro nell'instabile angolo
di mondo in cui vive: quel particolare eroismo che
consiste nella mitezza.



Four Corners
1989.


Una volta che la Route 160 entra nella contea di Montezuma, in Colorado, diventa impossibile ignorare i Four Corners: cartelli indicatori a V, tipo galloni militari, sbucano
con regolarit dalla sabbia e dagli arbusti spingendovi in
quella direzione. Anche se non ne avete mai sentito parlare,
anche se non sapete che  l'unico punto degli Stati Uniti
in cui s'incontrano quattro stati, siete presi dalla curiosit;
diventa una stazione di grande importanza, un golgota
o un getsemani, in questo vieto pellegrinaggio turistico.

Le dimensioni e la lucentezza delle roulotte e dei caravan
che vi si dirigono ne testimoniano efficacemente l'importanza.
Non si tratta delle roulotte che siete abituati a vedere
nelle piccole citt del sud e del Midwest - quelle bocce
per pesci rossi di alluminio lucente che restano parcheggiate
nei piccoli giardini sul retro fino alla partita di baseball
nella cittadina limitrofa quando, agganciate a un furgoncino,
vengono trainate fino ai campi da gioco dove fungono
da base d'appoggio per i picnic nei parcheggi. No, non si
tratta di quelle; non sono comuni roulotte, bens enormi
veicoli per il tempo libero, se non proprio palazzi, senza
dubbio lussuosi appartamenti su ruote.

Si riesce a farsi un'idea concreta delle loro dimensioni
solo quando si cerca di superarne uno su una strada a due
corsie con una Honda Civic che ha perso la quinta dodicimila chilometri fa. Prima di aver superato la stanza da letto
principale, e affiancato a fatica l'angolo per la colazione, la
curva cieca che all'inizio del sorpasso sembrava lontanissima vi si para davanti all'improvviso.

Ci impone rispetto.


L'immaginazione dei proprietari  l'unico limite ai lussi
di cui questi enormi veicoli possono essere dotati.

Una volta, lungo un desolato tratto di strada nel deserto
dello Utah occidentale, seguii con lo sguardo uno di
questi veicoli che s'inflava proprio accanto alla mia malconcia
Honda Civic in una piazzola di sosta che il vento
inondava di sabbia. Era lungo quasi quanto i camion dei
supermercati e aveva l'acre odore del nuovo. Una donna
con capelli bianchi arricciati sporse il capo dal finestrino,
annus l'aria e, sovrastando il ronzio del condizionatore,
disse qualcosa con tono allegro alla persona all'interno. Un
attimo dopo la portiera si apr e una scaletta vi si posizion magicamente sotto con un clic, quindi la donna scese
e mi rivolse un cenno di saluto e un festoso: "Come va?"
Trasportava un paio di sedie e un portariviste. Usc anche
il marito, e in affabile silenzio estrassero dalla fiancata del
veicolo un tendone e vi srotolarono sotto tre metri di prato
artificiale. Dopo aver opportunamente sistemato sulla
striscia di verde le sedie, il portariviste, un vaso di gerani
e una composizione ikebana con orchidea, la donna agit
di nuovo la mano. "II mio gazebo", disse con un sorriso.
"E' cos che lo chiamo. Prende un caff e un dolce con
noi?"

Mai landa selvaggia parve cos pienamente conquistata.
Spesso questi enormi caravan hanno nomi sorprendenti:
Winnebago, Itasca... evidentemente i nomi delle trib
espropriate delle Americhe hanno un'attrattiva speciale per
i responsabili di marketing delle compagnie automobilistiche.
Pontiac, Cherokee, sono molte le trib commemorate
sotto forma di mezzi di trasporto. Non  solo una questione
di moda se tante auto che sfrecciano sulle strade di grande
comunicazione portano questi nomi, soffandoli nell'aria
come le iscrizioni delle ruote da preghiera. C' una consolidata
tradizione nell'attribuire questo tipo di nomi: lo

stesso Kit Carson, il flagello dei navajo, non aveva forse
chiamato Apache il suo cavallo prediletto?

Sulla Route 160 se ne incontrano molti, di questi monumenti
ai primi popoli delle Americhe, con targhe di localit
distanti centinaia e centinaia di chilometri: New
York, Georgia, Alaska, Ontario. Fatta tanta strada, tutti desiderano
vedere l'unico punto in cui s'incontrano quattro
stati.


Non ci sono molti posti al mondo belli quanto la distesa
di deserto, montagne e canyon che si dispiega oltre i confini
dei quattro stati: Colorado, Utah, New Mexico e Arizona. Per il popolo che vi abitava all'epoca della conquista
europea - i din, in seguito conosciuti come navajo - era
Din Bikyah, il paese dei din, una terra sulla quale i Primi
Esseri erano risaliti dai Mondi Sotterranei con l'aiuto di
una canna femmina. Per loro era il Quarto Mondo, detto
lo Splendente.

La Route 160 si snoda in alcune delle zone pi scenografiche
del Mondo Splendente: attorno alle grotte e ai canyon
della Mesa Verde e attraverso le spettacolari mesas che
costeggiano la Monument Valley. Curiosamente, l'unico
tratto monotono corre a sud della cittadina di Cortez,
quando la strada s'inabissa e punta verso il monumento di
Four Corners. Il paesaggio diventa brullo e indefinito - n
deserto n prateria - un intrico di opaca sterpaglia grigioverde
e deserto sfregiato qui e l da gole poco profonde e
rupi poco elevate.

Ecco perch  impossibile non notare il monumento di
Four Corners.

Sbuca da non si sa dove, appollaiato sul nulla, incorniciato
dall'unico tratto monotono della regione. Non c'
nulla di neppure vagamente suggestivo nelle vicinanze: niente monoliti, niente rnesas, non uno sperone di roccia o


un'ondulazione nella pianura. Neanche con un enorme
sforzo d'immaginazione ci si potrebbe persuadere che un
tempo, al pari di tanti altri luoghi del Mondo Splendente,
fosse un rifugio della Donna Ragno, del Dio Parlante o degli
Eroi Gemelli. Leggende di questo tipo richiedono metafore
visibili - monoliti o distese di lava scarnite dal vento
- per ancorarsi al paesaggio. Per il monumento di Four
Corners il paesaggio non esiste: se ne sta abusivamente accucciato
nella sterpaglia come una puntina su una carta
geografica, inamovibile nel suo secolare disincanto.

C' qualcosa di grandioso anche se inquietante nella sua
assoluta indifferenza a questo scenario e alla sua topografia.
E' semplicemente un punto in cui s'intersecano due linee
rette immaginarie: latitudine 37 gradi nord, e longitudine
109 e 2 gradi ovest, il trentaduesimo grado di longitudine
a ovest di Washington. Queste due linee rette costituiscono
i confini tra i quattro stati. Non hanno nulla a che vedere
con il Mondo Splendente; la loro stessa natura rettilinea
supporta la credenza secondo cui questa terra fosse disabitata:
solcano la tabula rasa del Nuovo Mondo, plasmandolo a loro immagine, affatturato da una nuova fattura, il sortilegio
della geometria euclidea.


Il centro del Mondo Splendente era Din Tah, nella zona
di Largo Canyon, circa centotrenta chilometri a sud-est
del monumento di Four Corners. Per i navajo era il cuore
sacro del loro paese. La prima volta che lo lasciarono in
massa fu negli anni Sessanta del XIX secolo, quando il colonnello
Kit Carson e l'esercito degli Stati Uniti li ridussero alla fame facendo terra bruciata del Mondo Splendente.
Carson non nutriva sentimenti di ostilit personale nei
confronti dei navajo. Si dice che una volta abbia commentato:
"Ne ho visti tanti quanti qualunque uomo bianco vivente,
e non posso non provare piet per loro. A ogni modo presto se ne saranno andati tutti". Era un uomo incolto,
propenso a esprimersi senza giri di parole. Diversamente da
lui, il suo ufficiale in comando, il generale James H. Carleton, aveva goduto dei vantaggi dell'istruzione. Era quindi
in grado di formulare la questione in modo pi spassionato,
avvolgendola nella calda luce degli orientamenti scientifici
e teologici dell'epoca: "A tempo debito, Egli vuole che
una razza di uomini - come gli animali delle razze inferiori
- sparisca dalla faccia della terra per far posto a un'altra
razza... Le razze dei mammut e dei mastodonti, i grandi
bradipi, sono venute e scomparse: l'Uomo Rosso d'America
sta scomparendo".

I navajo furono costretti a marciare fino a un campo
"sperimentale" a Bosque Redondo, ma presto fu chiaro che
l'esperimento non avrebbe funzionato, e nel 1868 una
commissione guidata dal generale William T. Sherman fu
mandata in New Mexico per decidere cosa fare con i navajo.
Rivolgendosi alla commissione, il capo navajo Barboncito
disse: "Al tempo della creazione dei navajo, ci furono indicati
quattro monti e quattro fiumi entro i quali vivere, quello
doveva essere il nostro paese e ci fu dato dalla prima donna
della trib navajo". Poi aggiunse, rivolto al generale:
"Adesso ti parlo come a uno spirito e desidero che tu mi dica
quando intendi prenderci il nostro paese". Pi tardi,
quello stesso anno, fu permesso loro di tornare. Del ritorno,
Manuelito, il pi famoso capo guerriero navajo, disse: "Ave
vamo la sensazione di parlare alla terra, tanto l'amavamo".
Erano tornati nel loro paese, Din Bikyah, dove ogni monolite e ogni mesa puntava verso il sacro centro di Din Tah.

Anche il monumento di Four Corners evoca un centro,
a suo modo. Ma quel punto centrale, il punto da cui la linea
della longitudine si orienta verso occidente, quel grado
zero da cui  possibile calcolare con tanta precisione la distanza,
si trova in un altro paesaggio, in un altro continen


te, nella lontana Greenwich, Inghilterra. E' quel luogo lontano
che il monumento involontariamente celebra.


Di per s  un monumento modesto, stando ai parametri
dei monumenti negli Stati Uniti. C' un vasto piazzale
lastricato con un gran numero di posti per auto e caravan.
Tutt'intorno ci sono file di bancarelle, gestite dalla gente
delle vicine riserve ute e navajo.

Al centro del piazzale c' una piattaforma qUadrata di cemento
con balaustre metalliche. Su ogni lato sventola la
bandiera di uno dei quattro stati e, torreggiante su tutte, issata su un pennone con in cima un'aquila, sventola quella
degli Stati Uniti d'America. Nel cemento sono state tracciate
due linee rette, che s'intersecano esattamente al centro
della piattaforma. A un angolo del quadrato  stata sollecitamente predisposta una pedana per l'osservazione. Non
avrebbe molto senso, in fin dei conti, scattare fotografie di
Four Corners se non si vedesse l'intersezione delle due linee.
E per inquadrarle adeguatamente, occorre stare un po'
sopra il livello del basamento.

Occorre attendere in coda il proprio turno, sia per raggiungere
l'area di osservazione sia il centro della piattaforma.
Se si  in due, occorre fare la coda due volte in ciascuno
dei due punti, a meno di convincere qualcuno a scattarvi una fotografia (cosa abbastanza facile, perch non c'
gente pi amichevole al mondo dei turisti americarii). In
ogni caso fare la coda non  molto faticoso, neppure nella
calura del deserto, visto che tutti sono di buon umore, e in
breve ci si ritrova a scambiarsi informazioni su campeggi e
motel.

C' un benevolo spirito di competizione tra quanti raggiungono
il centro della piattaforma: tutti cercano di essere
un po' originali quando si mettono in posa. Una giovane
coppia si bacia, le labbra sopra il centro e un piede in

ognuno dei quattro stati. Pi modestamente, un'altra coppia
si mette in posa con un piede per stato e le braccia intorno
alle spalle del partner. Sei donne di mezza et si suddividono
tra i quattro stati, tenendosi per mano. Un anziano
signore in bermuda si lascia lentamente scivolare sulle
mani e le ginocchia, mettendosi in posa con un'estremit in
ciascuno stato e l'ombelico al centro. Ci innesca una sorta
di tendenza: due donne di mezza et ne imitano la posizione.
Infine una graziosa teenager ha la meglio con una
posa da balletto su una gamba sola, le dita dei piedi perfettamente
al centro del punto d'intersezione.

Gli uomini delle riserve ciondolano all'ombra delle bancarelle,
ai margini del piazzale. Alcuni danno gas alle auto,
vecchie, grosse e rumorose Chevrolet e Buick, facendo trasalire
i turisti. Un ragazzo, annoiato, sgomma tra gli arbusti,
sparando in cielo mulinelli di sabbia. Altri siedono dietro
i banchetti, vendendo coperte e gioielli "indiani" e pane
fritto navajo. Al calar della sera, quando il flusso di turisti
diminuisce, stipano le loro merci nelle auto e tornano
nelle riserve. La notte non resta nessuno. Non c' nulla per
cui restare: le attrattive del luogo non lo meritano assolutamente.

Torneranno per tempo la mattina dopo: le auto e i grandi caravan cominciano ad arrivare subito dopo l'alba, con i
loro occupanti ansiosi di assorbire quanto pi possibile del
magico spettacolo di due linee rette che s'intersecano.

Pranzo tibetano
1988.


Accadde un attimo prima che gli altri commensali al tavolo
smettessero di elencare le molte celebrit convenute al ristorante
per il gal di beneficenza: attrici di Broadway, pubblicitari
della 7a Avenue, e la pi famosa ex moglie della pi
famosa rockstar del mondo, una donna alla quale la fama
apparteneva come la logica appartiene a un sillogismo, assiomaticamente. Prima che l'elenco fosse completato, intravidi qualcosa, un guizzo color zafferano all'altro capo
della sala, e dovetti voltarmi di nuovo.

Scrutando un gruppetto di donne dal collo sottile, fui
certo di aver visto bene: era proprio un monaco con la veste
color zafferano, un monaco buddhista, quasi certamente
tibetano. Sedeva a capotavola all'estremit opposta della
sala, spettrale nel luccichio dell'illuminazione discreta del
ristorante. Lui per era reale. I suoi erano abiti reali, non un
travestimento, n un costume. Era un uomo sui cinquanta,
con una tonsura sacerdotale e un viso butterato, segnato
dalle intemperie. Per qualche ragione i nostri sguardi si incrociarono. Parve sorpreso di vedermi: le bacchette descrissero
un lento arco interrogativo mentre si portava il cibo alla
bocca.

lo non ero meno sorpreso di lui. Tra gli smoking e i diamanti
firmati era forse un po' meno fuori posto di me, in
pullover e scarpe pesanti, ma neanche troppo.

Mi guard di nuovo, e io chinai rapidamente gli occhi
sul piatto, che ospitava tre fagottini decorati con fettine di
verdure. Mi parevano stranamente familiari, ma non riuscivo
a collocarli.

"Chi stai guardando?" mi domand l'amica che mi ave


va portato l, una scrittrice e attrice che aveva passato molto
tempo in India e, per gratitudine verso il subcontinente,
si era assunta il compito di farmi conoscere New York.

Feci un gesto ridicolo con una delle bacchette laccate.

"Be',  naturale", disse lei ridendo. "E' in suo onore...
probabilmente ha organizzato tutto lui. Non lo sapevi?"

Non lo sapevo. Sapevo soltanto che era considerato l'evento
della settimana, a New York, o addirittura del mese
(non era un mese di grandi mondanit): un pranzo di beneficenza
all'Indo-Chine, il ristorante orientale pi alla moda
di Manhattan - che in effetti aveva sfidato ogni canone
di durata restando alla moda per quasi un anno, e quindi
andava visto ora, prima che ci arrivassero i turisti dell'Alabama. Il mio scetticismo sull'interesse mondano dell'evento
era stato dissipato dalla marea di paparazzi che avevamo
dovuto affrontare arrivando.

Ridendo del mio stupore, la mia amica domand: "Non
te l'avevo detto? E' una serata a sostegno della causa del Tibet".

Pi stupito che mai, dissi: "Quale causa del Tibet?"

"LA causa del Tibet, mormor qualcuno spiluccando un
ricciolo di qualcosa di vagamente vegetale tagliato a forma
di fiore. A quel punto mi venne spiegato che la serata era of
fetta da una star di Hollywood, un giovane attore che, diventato
celebre con la sua interpretazione di un ufficiale
americano alle prese con i riti di iniziazione nell'esercito, si
era in seguito convertito al buddhismo e aveva trovato in esso
una tale pienezza che si diceva avesse giurato di portare il
Tibet sulla carta geografica del mondo, di farne una parola
perfettamente familiare negli Stati Uniti, come Maalox o
Lysol.

"La cosa strana", disse la mia amica, " che  del tutto sincero,
tutt'altra cosa rispetto ai cinici radical chic degli anni
Sessanta e Settanta. Non  un intellettuale, e probabilmente

non sa molto del Tibet, ma cerca di fare quel poco che pu.
Quella gente ha bisogno di soldi per le scuole e altre cose cos,
ma a New York nessuno mette mano al portafoglio, salvo
che gli si dia l'occasione di pranzare con le ex mogli delle
rock star. Lui non ne ha colpa. Probabilmente fa quello
che gli hanno detto di fare".

Guardai di nuovo il monaco tibetano. Un uomo in smoking
di improbabile distinzione gli stava dicendo qualcosa.
Lui colse la mia occhiata e annu, sorridendo, mentre mordeva
un fagottino.

A un tratto ricordai cos'erano quei fagottini, erano mo-mo tibetani, ma ripieni di salmone e asparagi invece della
solita carne di maiale macinata. Mi lasciai andare contro lo
schienale della sedia guardando con meraviglia l'unico fa
gottino rimasto nel mio piatto. Aveva assunto un valore
storico: era uno dei primi genuini assaggi di nouvelle cuisine tibetana.


L'ultima volta che avevo mangiato un mo-mo era stato a
Delhi, quando ero studente.

Alcuni esuli tibetani si erano costruiti delle baracche
lungo la Great Trunk Road, non lontano dall'universit.
Baracche fragili ma durevoli, fatte con assi di legno, latta e
lamiera ondulata. Durante i monsoni coprivano i tetti con
tela cerata e teloni di plastica e li fissavano con mattoni e
pietre. Spesso i mattoni venivano spazzati via e i teloni si
sollevavano sbattendo nel vento come giganteschi nastri di
preghiera. Alcuni dei rifugiati servivano mo-mo, noodle, e chhang - la densa birra di riso tibetana - su tavoli costruiti
con scarti di materiale da imballaggio. Il loro cibo era assai
apprezzato tra gli autisti che frequentavano quella parte della
Great Trunk Road.

All'universit divenne in qualche modo un rito andare
alle baracche dopo gli esami. Bevevamo enormi quantit di


chhang- era molto diluita, perci se ne dovevano bere molti
boccali - e mangiavamo zuppa di noodle e mo-mo. Quei mo-mo erano semplicissimi: cereali e carne trita avvolti e
bolliti in spessi involucri di farina. Erano piuttosto insipidi
fino a che non li si immergeva nella salsa rossa che li accompagnava.

Il cibo era cucinato e servito da anziani tibetani, i giovani
di solito erano via, al lavoro. Comunicare con loro non
era facile, perch capivano poche parole di hindi, l'essenziale
per sopravvivere.

Mentre scolavamo i nostri boccali di chhang, una nebbia
di mistero calava sugli interni umidi delle baracche, illuminati
dalle lampade a gas. Guardavamo i volti arrossati, consunti,
delle donne mentre riempivano i boccali immergendoli nei fusti di benzina arrugginiti in cui facevano fermentare
la birra e cercavamo di immaginare il viaggio che avevano
fatto: dai loro gelidi, tersi altopiani a quattromilacinquecento metri sul livello del mare, attraverso i passi himalayani, fino alle fetide esalazioni di quello slum alla periferia di
Delhi, fluttuante su una palude di rifiuti e chiazze d'olio.

Tutti quelli che ci andavano si sbronzavano. Impossibile
non farlo, tanto era duro guardare in faccia un simile, spaventoso
sradicamento.

Era un posto poco confortevole, ma si direbbe che i tibetani abbiano un talento speciale per sopravvivere su terreni
avversi. Fin dall'invasione cinese del Tibet, ovunque in India
sono sorti insediamenti di esuli tibetani. Molti di loro gestiscono
prosperi commerci di manufatti di lana, spesso in luoghi
inaspettati. Al mercato di Trivandrum, citt vicina all'estrema
propaggine meridionale dell'India, dove la temperatura
raramente scende sotto i 27 gradi e la gente indossa stoffe
di cotone leggerissime o va nuda, ci sono parecchi banchi
di tibetani, con alti mucchi di sciarpe e maglioni di lana, e
sembrano avere pi clienti di quanti possano soddisfarne.

Una volta, in una torrida giornata di giugno, oltrepassando
in autobus la Jama Masjid di Delhi, notai un banchetto
tibetano schiacciato tra i venditori di canna da zucchero.
Due donne di mezz'et vestite con pesanti baku tibetani lavoravano a maglia accoccolate a terra. Sul banco,
pile e pile dei soliti manufatti di lana dai colori vivaci. Le
donne sorridevano allegramente contrattando con i clienti
a gesti o in un hindi approssimativo. Intorno a loro era riunita
una piccola folla, sembrava quasi un tributo al loro coraggio,
alla loro capacit di riscatto.


Mi ritrovai a guardarmi intorno nel ristorante, involontariamente,
cercando un'altra faccia indiana, qualcuno con
regolare invito, non come me. Stavo probabilmente cercando
qualche riconoscimento, non di un debito ma di una
storia condivisa, un gesto verso le centinaia di maglioni di Trivandrum. Non riuscii a vederne. (Pi tardi qualcuno mi
disse di aver visto una donna in sari, ma poteva anche essere
una tunica somala... dopotutto eravamo a New York).

Quando incrociai di nuovo lo sguardo del monaco, il
suo sorriso sembrava vagamente colpevole: l'ospitalit di
una nazione povera doveva sembrargli poca cosa rispetto alla
carit di un paese ricco. O forse era semplicemente confuso.
Non dev'essere facile celebrare la commercializzazione
della propria sofferenza.

Ma non potevo fare a meno di pensare che se il lama, e
l'attore, volevano realmente rendere il Tibet familiare all'Occidente,
non lo stavano facendo nel modo giusto.
Avrebbero fatto meglio se l'avessero trasformato in un acronimo
- come TriBeCa o ComSubPac - e l'avessero ceduto
a una linea di detergenti o addirittura a cereali da prima colazione.

TiBet (l  la Causa): non  male, potrebbe perfino vendere.


L'imam e l'indiano

1986.


Incontrai l'imam del villaggio e Khamees il Ratto nello stesso
periodo. Ora non ricordo con precisione -  stato pi di
sei anni fa - ma credo di aver incontrato prima l'imam.

A voler essere precisi, l'imam non lo "incontrai", mi imposi
a lui. Il che forse spiega ci che accadde.

Ma non avrei potuto fare altrimenti. In quanto guida
delle preghiere quotidiane nella moschea, era una persona
autorevole nel villaggio; e dal momento che io, un forestiero,
ero andato a viverci, avrebbe anche potuto offendersi se
non gli avessi reso omaggio. A parte ci, desideravo conoscerlo; mi incuriosiva ci che avevo sentito dire di lui.

La gente non ne parlava spesso, ma quando lo faceva, era
di solito in modo un po' sprezzante e nello stesso tempo un
po' malinconico, come avrebbe parlato di una cosa vecchia,
semidimenticata, per esempio dell'esondazione annuale del
Nilo. Sentendo i miei amici parlare di lui, avevo la sensazione,
ancora prima di conoscerlo, che appartenesse in certa
misura al passato. Ne ebbi la certezza quando seppi che
oltre a essere un imam, faceva anche, di mestiere, il barbiere
e il guaritore. La gente diceva che sapeva tutto sulle erbe,
i cataplasmi, sulla medicina d'altri tempi. Ed era proprio
ci che mi interessava. Quella era la Tradizione: sapevo che
nell'Egitto rurale gli imam e altri religiosi sono spesso associati
a questi due mestieri.

Il fatto  che quelle funzioni screditavano l'imam, gli abitanti
del villaggio non volevano pi un imam che facesse anche
il barbiere e il guaritore. Gli anziani volevano qualcuno
che avesse studiato ad al-Azhar e fosse in grado di citare Jamal ad-Din Afghani e Mohammad Abduh con la stessa di



sinvoltura con cui poteva citare gli hadith, e gli uomini pi
giovani volevano un oratore energico, con una lunga barba
nera, qualcuno la cui voce tuonasse dal mimbar rivelando
loro il destino. Nessuno aveva tempo per antiquati imam
che si rendevano ridicoli bollendo erbe e tagliando capelli.

Eppure Ustad Ahmed, che insegnava nella scuola superiore
del villaggio ed era uno degli uomini pi colti che io
abbia mai incontrato, diceva spesso - e non erano molte le
persone di cui lo diceva - che il vecchio imam leggeva molto.
Molto di cosa? Politica, teologia, divulgazione scientifica... cose cos.
Ci accrebbe ulteriormente la mia determinazione a incontrarlo, e una sera, pochi mesi dopo il mio arrivo, mi diressi
verso la sua abitazione. Viveva nel centro del villaggio,
al bordo dello spiazzo polveroso dove sorgeva la moschea.
Era la parte pi antica del villaggio, un labirinto di casupole
di fango addossate l'una all'altra come dolci su un vassoio,
ogni casupola coronata da una chioma rigonfia di
stoppie aggrovigliate.

Quando bussai alla porta, venne ad aprirmi l'imam in
persona. Era un uomo grande e grosso, con luminosi occhi
scuri infossati in un viso rugoso e segnato dal sole e dal vento.
Al pari della stanza alle sue spalle, era assai trasandato: la jallabeyya era sporca e chiazzata di fango e il turbante avvolto
alla meglio intorno al capo. Ma la barba, corta, bianca
e ben pettinata, era proprio come dev'essere quella di un
barbiere. Il tempo non lo aveva risparmiato, ma c'era una
certa energia nel modo in cui ergeva le spalle, nel brillio degli
occhi, nella sua incontenibile irrequietezza, non stava
mai fermo: era senza dubbio un uomo vigoroso, caparbio.

"Benvenuto", mi disse, cortese ma senza sorridere, poi si
fece da parte per farmi passare. Era una stanza lunga e stretta,
con pareti di fango inclinate e un soffitto molto basso.
C'erano un letto, un paio di stuoie e poco altro, a parte alcuni libri sparsi qua e l. Tutto coperto da quella grigia patina
di polvere che denuncia anni di trascuratezza. Pi tardi
seppi che l'imam aveva divorziato dalla prima moglie e
che la seconda lo aveva lasciato, cos ora viveva solo e consumava
i suoi pasti a casa del figlio, che viveva sull'altro lato
dello spiazzo.

"Benvenuto", ripet cerimoniosamente.

"Benvenuto a te", dissi io, dandogti la risposta di rito,

quindi iniziammo la lunga litania dei convenevoli arabi.
"Come stai?"
"Come stai?"

"La tua venuta  un dono del cielo".
"Dio ti benedica".
"Benvenuto".
"Benvenuto a te".
"Hai portato la luce".
"La luce  tua".
"Come stai?"
"Come stai?"

Era molto educato, molto corretto. A un tratto tir fuori
un fornello a cherosene e cominci i preparativi per il t.
Ma anche nell'adempimento di quel piccolo rituale c'era in
lui una sorta di cautela, uno stare in guardia.

"Tu sei il doktr al-Hindi", disse infine, "dico bene? Il
dottore indiano".

Annuii, perch tutti nel villaggio mi chiamavano cos.
Poi gli dissi che ero venuto per parlare delle sue terapie, dei
suoi metodi di cura.

Mi guard, assai stupito, e per un po' rimase zitto. Poi si
port la mano destra sul cuore e ricominci il rituale di saluti
e relative risposte, ma stavolta in modo completamente
diverso, un modo che avevo imparato a riconoscere come
tattica per cambiare discorso.

"Benvenuto".


"Benvenuto a te".
"Hai portato la luce".
"La luce  tua".
E cos via.

Alla fine ripetei ci che gi gli avevo detto.

"Cosa vuoi sapere delle mie erbe?" ribatt. "Perch non
te ne torni nel tuo paese e ti occupi delle vostre?"

Compresi allora che non mi avrebbe mai parlato della
sua arte, non perch mi avesse per qualche ragione in antipatia,
ma perch quelle terapie erano screditate ai suoi occhi
quanto a quelli dei suoi clienti; perch sapeva benissimo
che chi veniva da lui lo faceva solo per via delle vecchie
tradizioni; e perch lo amareggiava l'ereditaria associazione
con quei residui del passato.

"Lascia invece che ti dica cosa ho imparato negli ultimi
anni. Poi puoi tornare nel tuo paese e raccontarlo a tutti".
Scatt in piedi con gli occhi che gli brillavano, allung
una mano sotto il letto e tir fuori una scatola da biscotti

di alluminio, nuova di zecca.

"Ecco!" disse. "Guarda!"

Dentro la scatola c'erano una siringa ipodermica e un
paio di fiale di vetro. Ecco cos'aveva imparato, l'arte di fare
le iniezioni. E di quello c'era molta richiesta, al villaggio:
tutti volevano le iniezioni, per il raffreddore, per la tosse, la
febbre, per qualunque cosa. C'era di che viverne. Intendeva
darmi subito una dimostrazione della sua abilit, sul mio
braccio, e quando protestai, dicendogli che non ne avevo
bisogno, che non ero malato, si offese. "Come preferisci",
tagli corto. "Adesso devo andare alla moschea. Magari ne
riparliamo un altro giorno".

Cos si concluse la mia intervista. Lo accompagnai fino
alla moschea dove, con una stretta di mano ostentatamente sbrigativa, si conged e spar in cima alle scale.

Khamees il Ratto lo conobbi una mattina mentre attraversavo
le risaie dietro il villaggio, osservando i contadini
che trapiantavano i germogli. Tutti quelli che incontravo
erano affaccendati e allegri, e le risaie allagate luccicavano
sotto il sole. Se chiudo le orecchie e non sento la lingua,
pensavo, e allungo un po' le palme da datteri e ci metto sopra
qualche noce di cocco, potrei essere nel mio Bengala.

Ero molto lontano dal villaggio e non del tutto certo
della direzione, quando scorsi alcune persone che avevano
smesso di lavorare e sedevano sul sentiero, passandosi una
lunga pipa, una hookah.

"Ahlan!" mi grid un uomo che indossava una jallabeyya scura. "Salve! Non sei il doktr indiano?"

"S", gridai di rimando. "E tu chi sei?"

"E' il Ratto", disse qualcuno, provocando un coro di risate.

"Non andare da nessuna parte con lui vicino".

"Dimmi una cosa, doktr", disse il Ratto, "se monto in
groppa al mio asino e cavalco veloce per trenta giorni, ci arrivo
in India?"

"No, non ci arriveresti neanche in trenta mesi", risposi.
"Trenta mesi!" disse lui. "Hai fatto un sacco di strada".
"S".

"Io invece", dichiar, "non sono mai andato pi in l di

Alessandria, e se posso evitarlo non ci andr mai".

Risi, ert facile credergli.

Arrivando per la prima volta in quell'angolo tranquillo
del delta del Nilo, mi aspettavo infatti di trovare in quella
terra antichissima e da sempre antropizzata una popolazione
abitudinaria e stanziale. Non avrei potuto commettere
errore pi grossolano.

Tutti gli uomini del villaggio mostravano l'affaccendata
irrequietezza dei passeggeri in transito in un aeroporto. Molti
di loro avevano lavorato e viaggiato negli sceiccati del gol


fo Persico, altri erano stati in Libia, Giordania e Siria, alcuni
erano stati nello Yemen come soldati, altri in Arabia Saudita come pellegrini, qualcuno aveva visitato l'Europa: alcuni di loro avevano passaporti cos spessi che si aprivano come
fisarmoniche annerite dall'inchiostro. E ci non costituiva
una novit; gi i loro nonni, antenati e parenti avevano
viaggiato ed erano emigrati, proprio come avevano fatto
i miei nel subcontinente indiano - a causa delle guerre, per
denaro, per trovare lavoro, o forse semplicemente perch si
stancavano di vivere sempre nello stesso posto. La storia di
quell'irrequietezza la si poteva leggere nei cognomi degli abitanti
del villaggio: portavano nomi derivati da citt del Levante,
della Turchia, da lontane citt della Nubia; sembrava
che l fosse approdata gente da ogni angolo del Medio
Oriente. Lo spirito vagabondo dei fondatori era diventato
tutt'uno con il suolo; a volte mi sembrava che tutti fossero
viaggiatori. Tutti, tranne Khamees il Ratto, e anche il suo
cognome, come scoprii in seguito, significa "del Sudan".

"Be', non importa, ya doktr", mi disse ora Khamees.
"Dal momento che non tornerai nel tuo paese prima del
tramonto, perch non resti un po' qui con noi?" Sorrise,
scostandosi per farmi spazio.

Provai un'immediata simpatia. Aveva circa la mia et,
ventitr o ventiquattro anni, pelle e ossa, un viso magro, vivace,
bruciato dal sole. Aveva quella lucentezza d'occhi e
quella piega vagamente sardonica della bocca che associavo
ai caff delle universit di Delhi e Calcutta; sembrava appartenere
a un mondo di ripassi notturni, caff nero e sale
di lettura, anche se in realt, a differenza di gran parte degli
abitanti del villaggio, era analfabeta. In seguito appresi
che lo chiamavano il Ratto - Khamees il Ratto - perch si
diceva che rosicchiasse le cose come fanno i topi. Rideva
con facilit, si diceva: di suo padre, del santo patrono e degli
anziani del villaggio, di tutto.

Quel giorno decise di ridere di me.

"Bene, ya doktr",, mi disse appena mi misi seduto. "E'
vero che nel tuo paese bruciate i morti?"

Appena disse quelle parole le donne si portarono una
mano sul cuore e gridarono con orrore: "Haram! Haram!

Sussultai. Dovevo affrontare quel tipo di conversazione
almeno una volta al giorno, e non ne potevo pi. "S", dissi,
" vero, nelmio paese alcuni bruciano i loro morti".

"Vuoi dire", disse Khamees fingendosi inorridito, "che li
mettete su un mucchio di legna e... gli date fuoco?

"S", risposi, sperando che si stancasse di quel passatempo
se non gli davo corda.

Invece no. "Perch?" insistette. "Nel tuo paese manca il
combustibile?"

"No", dissi scoraggiato, "non capisci". Da qualche parte
nell'infinita ricchezza della lingua araba doveva esistere una
parola come "cremazione", ma se esiste, non riuscii a tro
varia. Cos, in mancanza di altre, dovetti usare la parola
"bruciare". E mal me ne incolse, perch "bruciare"  il termine
che si usa per dire ci che accade alla legna, alla paglia
e ai dannati in eterno.

Khamees il Ratto si rivolse agli astanti sbalorditi: "Vi dico
io perch lo fanno", disse. "Lo fanno perch i corpi non
possano essere puniti il giorno del giudizio".

Scoppiarono tutti a ridere. "Sono in gamba..." grid una
delle ragazze pi giovani. "E' una buona idea! Dovremmo
farlo anche noi. Cos possiamo fare tutto quello che ci piace
e quando moriamo e viene il giorno del giudizio universale,
non sar rimasto niente da giudicare".

Khamees aveva avuto quel che voleva. Fece un gesto per
riportare l'ordine.

"D'accordo allora, ya doktr, dirami un'altra cosa. E' vero
che sei un mago? E che nel tuo paese tutti adorano le
vacche? E' vero che l'altro giorno quando camminavi nei


campi hai visto un uomo che picchiava una vacca e sei
scoppiato a piangere e sei corso nella tua stanza?"

"No, non  vero", dissi con scarsa speranza. Sapevo per
esperienza che non sarei riuscito a smentire quella storia. "Ti
sbagli, nel mio paese la gente non fh che picchiare le vacche,
te l'assicuro". Capivo che non mi credevano.

"Ma  tutto alla rovescia nel tuo paese", disse una giovane
donna scura dai lineamenti aquilini che, mi dissero dopo,
era la moglie di Khamees.

"Di' un po', ya doktor, avete almeno raccolti, campi e canali
come da noi, nel tuo paese?"

"S, abbiamo raccolti e campi, ma non sempre ci sono i
canali. In alcune regioni del mio paese non ce n' bisogno
perch piove tutto l'anno".

"Ya salam", url lei battendosi la fronte con il palmo della
mano. "Avete sentito, gente? Oh, Protettore! Oh, Signore!
Nel suo paese piove tutto l'anno".

Era impallidita per la sorpresa. "Ma allora dicci... avete
il giorno e la notte come noi?" domand.

"Taci, donna", disse Khamees. "Certo che no. E' sempre
giorno laggi, non lo sai? Hanno sistemato le cose in modo
da non dover spendere soldi con le lampade".

Scoppiammo tutti a ridere, poi qualcuno indic un bambino
che dormiva all'ombra di un albero, avvolto in un telo
di cotone. "E' il figlio di Khamees", mi disse qualcuno. "E'
nato il mese scorso".

"Splendido", dissi io. "Khamees dev'essere molto felice".
Khamees emise un urlo di soddisfazione e si rivolse agli
altri: "L'indiano sa che sono felice perch ho avuto un figlio.
Capisce che le persone che hanno figli sono felici, non
 tutto alla rovescia come pensavamo".

Mi diede una pacca su un ginocchio e accese la hookah. Da quel momento diventammo amici.

Una sera, circa un mese dopo il nostro primo incontro,
stavo tornando dai campi al villaggio con Khamees e i suoi
fratelli, quando scorgemmo il vecchio imam seduto sui
gradini della moschea.

"Senti", disse Khamees, "tu conosci il vecchio, vero? Una
volta ho visto che gli parlavi".

"S, gli ho parlato una volta", risposi.

"Mia moglie  malata", disse Khamees. "Voglio che l'imam venga a casa a farle un'iniezione. Se glielo chiedo io

non verr, non gli sto simpatico. Vai tu a chiederglielo".
"Non gli sto simpatico neanch'io.

"Non importa", insistette Khamees, "se glielo chiedi tu,
verr... sa che sei straniero. A te dar ascolto".

Mentre Khamees e i suoi fratelli restavano ad aspettarmi
al limite dello spiazzo, io mi diressi verso l'imam. Era evidente
che ci aveva gi visti a distanza - e sapeva che stavo
attraversando lo spiazzo per andare a parlare con lui. Tuttavia
non mi guard. Finse invece di essere immerso in una
conversazione con un uomo che gli sedeva accanto, un vecchio
e devoto bottegaio che conoscevo un po'.

Quando li raggiunsi, dissi un "buonasera" manifestamente
rivolto all'imam. Non poteva dunque continuare a
ignorarmi, ma mi rispose in modo conciso e frettoloso, poi
mi volse le spalle e riprese la conversazione.

Il vecchio bottegaio era imbarazzato, era infatti una persona
molto cortese, con quella gentilezza che sembrava cos
naturale negli anziani del villaggio. "Siediti, per favore",
mi disse. "Su, siediti, vuoi una sedia?"

Poi si rivolse all'imam e disse, perplesso: "Conosci il doktr indiano, vero? E' venuto dalla lontana India a studiare
all'universit di Alessandria.

"Lo conosco", disse l'imam. "E' venuto a farmi delle domande,
ma questa storia dello studio non la capisco. Che
cosa studia? Non sa neppure scrivere in arabo".


"E' vero", disse saggiamente il bottegaio, "ma dopotutto
scrive nelle sue lingue e conosce l'inglese".

"Oh, quelle", disse l'imam. "A cosa servono quelle lingue,
sono le lingue pi facili del mondo. Chiunque  capace
di scriverle".

Per la prima volta si gir a guardarmi. Gli brillavano gli
occhi e storceva la bocca per la collera. "Dimmi un po'",
disse, "perch venerate le mucche?"

Ero cos sorpreso che presi a balbettare e lui tagli corto
volgendomi le spalle. "Lo sapevi che nel suo paese venerano
le vacche? disse al vecchio bottegaio. Poi, lanciandomi
un'occhiata di sbieco, aggiunse: "E sai cos'altro fanno?"

Lasci la domanda in sospeso per un istante. Poi, a voce
molto alta, sibil: "Bruciano i loro morti".

Il vecchio sobbalz come se l'avessero urtato e si copr la
bocca con le mani: "Ya Allah!

"Proprio cos", disse l'imam, "bruciano i loro morti".
A un tratto si gir verso di me e disse precipitosamente:
"Perch glielo lasciate fare? Non capite che  un sistema primitivo
e arretrato? Siete forse dei selvaggi per permettere
una cosa simile? Guarda te, hai una certa istruzione, dovresti rendertene conto. Come far a svilupparsi il tuo paese se
continuate a fare di queste cose? Sei stato addirittura in Europa,
hai visto come sono progrediti. Ora dimmi, li hai mai
visti bruciare i loro morti?"

Adesso l'imam urlava e intorno a noi si era radunata una
piccola folla. Sotto il peso dei loro sguardi la mia lingua si
inceppava sempre pi, anche su sillabe che pensavo di poter
controllare. Ero sempre pi furioso, sia contro la mia
inadeguatezza, sia contro l'imam.

"Invece s, li bruciano i loro morti, in Occidente", riuscii
infine a dire. Anch'io alzando la voce. "Hanno speciali forni
elettrici per farlo".

L'imam cap di aver colpito nel segno. Rise. "Mente",
disse rivolto alla folla. "Non  vero che in Occidente bruciano
i morti. Non sono ignoranti. Sono progrediti, istruiti,
conoscono la scienza, hanno cannoni, carri armati e
bombe".

"Ce li abbiamo anche noi!" gli urlai di rimando. A quel
punto ero confuso quanto arrabbiato. "Anche nel mio paese
abbiamo queste cose, cannoni, carri armati e bombe, e
sono molto meglio di quelli che avete voi... siamo molto
pi avanti di voi".

L'imam non riusciva pi a nascondere la collera. "Vi dico
che mente. I nostri cannoni e le nostre bombe sono assai
meglio dei loro. Siamo secondi soltanto all'Occidente.

"Sei tu che menti", ribattei. "Non ne sai niente. Sono
molto meglio i nostri. Nel mio paese c' stata perfino un'esplosione
nucleare. Non sapreste fare altrettanto nemmeno
in cento anni".

Ecco a che punto eravamo, io e l'imam, esponenti di due
societ arretrate che gareggiavano tra loro nell'eguagliare la
violenza dell'Occidente.

In quel momento, malgrado l'abisso che ci divideva, ci
comprendevamo alla perfezione. Eravamo in viaggio tutti e
due, un viaggio in Occidente. L'unica differenza era che io
c'ero stato davvero: avrei potuto parlargli dell'antica universit
inglese per la quale avevo vinto una borsa di studio,
raccontargli dei docenti punk con spille di sicurezza nel
tocco, delle superstrade, dei sex shop e dei quadri di Picasso. Ma non sarebbe servito. Sapevamo entrambi che tutto
ci era irrilevante: in fin dei conti, per lui come per me, e
per milioni di persone negli sterminati territori che ci circondavano,
Occidente significava soltanto quello, scienza,
carri armati, cannoni e bombe.

E per di pi riconoscevamo l'inevitabilit, la forza, il potere
di quelle cose, terribilmente evidente gi nel fatto che
sia per lui, un uomo di Dio, sia per me, uno studente di
scienze "umane", esse avevano usurpato ogni altro linguaggio.
L'imam sapeva, e lo sapevo anch'io, di non potermi dire,
come avrebbe potuto fare Ibn Battuta nel XIV secolo durante
i suoi viaggi in India: "Dovresti fare questo o quello
perch  giusto e buono, perch  la volont di Dio". Non
poteva perch quel linguaggio  morto, sono cose non pi
dicibili, suonano assurde. Era costretto invece a usare quest'altro
linguaggio, cos universale da valere per lui, un antiquato
imam di villaggio, e per i grandi leader delle conferenze
di Salt Lake City. Era costretto ad argomentare dicendomi:
"Non dovreste farlo perch cos facendo non
avrete i fucili, i carri armati e le bombe".

E poich lui era un uomo di Dio, la sua sconftta era peggiore.

Per un attimo fui disperatamente invidioso. Se fossi stato
un occidentale l'imam non mi avrebbe parlato cos. Non
avrebbe osato. Che lo volessi o no, sarei stato protetto dall'aura
di una competenza ereditaria nella tecnologia della
violenza. Quell'aura mi avrebbe circondato, pensai, come
una parete di vetro, come uno schermo a prova di proiettile;
o forse avrebbe funzionato come un talismano, come
una tessera da giornalista, e con quell'arma sarei potuto andare
nei posti che si diceva fossero i pi terribili del mondo
in quel periodo, a guardare e meravigliarmi. Allora forse anch'io
avrei un giorno raccolto materiale sufficiente per un
libro cui mettere in epigrafe una riga: L'orrore! L'orrore! - perch la caratteristica di una parete di vetro che non richiede
che si guardi dentro.
Ma Khamees il Ratto mi stava ancora aspettando al limite dello spiazzo.
Alla fine lui e i suoi fratelli mi trascinarono via. Mi condussero a casa con loro, e l, mentre la moglie faceva da mangiare per noi - dopotutto non era cos malata - Khamees mi disse: "Non prendertela, ya doktr, dimentica i cannoni e tutto il resto. Sai cosa ti dico? Verr a trovarti nel tuo paese, anche se non sono mai stato da nessuna parte. Far tutta quella strada".
Si gratt la nuca, riflettendo. Poi aggiunse: "Ma se muoio, devi seppellirmi".
...
.
...
FINE.